Intanto, a Venezia…

[Immagine tratta da qui.]
E ci ricorderemo poi anche di questo?

Oppure, quando l’emergenza sarà passata e lasciata alle spalle il più rapidamente possibile per fuggire dalla morsa della sua drammaticità, penseremo a queste acque dei canali veneziani così limpide come a una “imprevista”, “gradita”, “bizzarra” casualità, come qualcosa di inopinato perché “fuori dalla norma”, magari mentre godremo della piacevole ombra generata dalla mole d’una gigantesca nave da crociera in transito nel Bacino di San Marco – sì, quelle che da lustri si dice che non debbano più entrare nei canali cittadini e invece continuano a farlo senza alcun problema?

I non viaggiatori

[Photo credit: User:Cowboyzee1001 – Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=27898206%5D
Ecco, ne ho trovato un altro.

Di quelli, ben pimpanti, esageratamente abbronzati, che «Ah, sono appena tornato da un bel viaggio in quel tal paese – e mi cita un posto lontano che da questa parte di mondo definiremmo facilmente “esotico” – ho trovato un villaggio bellissimo, sono stato da dio.»
«Sì, ma a parte il villaggio cos’hai visto, di quel paese?» chiedo io.
«Ah, nulla, d’altronde non c’è niente da vedere, lì

Eh, niente da vedere, già.

Be’, fare come fanno turisti del genere, che magari hanno pure la faccia tosta di definirsi “viaggiatori”, è un po’ come andare al cinema dove danno quello che tutti definiscono un capolavoro, un film vincitore di tot premi Oscar e del quale tutti parlano, con attori bellissimi e bravissimi eccetera, e starsene rinchiusi per tutto il tempo in bagno.

Pura coglionaggine, ecco.

Una cosa evidente, sull’immigrazione

Sulla questione “immigrazione”, in ogni caso, un’evidenza prima di ogni altra mi pare palesemente certa: in questi anni nessuno di alcun ambito politico, e ribadisco nessuno (inclusi tanti sedicenti “esperti”), ha mai voluto o tentato di comprendere realmente il fenomeno migratorio, che è un fenomeno geostorico, antropologico e sociologico prima che politico. E infatti soltanto sociologi e antropologi (ma nemmeno tutti, pure qui) nel tempo hanno tentato di mettere in luce la complessità del fenomeno e la necessità di una sua approfondita conoscenza al fine di determinare le migliori politiche per la sua gestione – qualsiasi essa sia, permissiva o repressiva. Dei politici, invece, mai nessuno.

Col risultato di un peggioramento della realtà del fenomeno stesso, e con la proporzionale crescente (e di questo passo irrisolvibile) difficoltà di controllo. Gli ambiti politici di destra hanno utilizzato e utilizzano un approccio di natura meramente xenofoba e razzista camuffato da “difesa dei confini” o altro di simile; quelli di sinistra continuano ad assoggettarsi a una visione globalista che, al di là del reciproco “volemose bene” del momento, dimentica del tutto la portata storica del fenomeno e le conseguenze socioeconomiche. Entrambi sono atteggiamenti rovinosi e perdenti, per motivi uguali e opposti nonché, ribadisco, perché non fanno altro che osservare la superficie del fenomeno e lì si fermano, senza alcun approfondimento. Respingono o ammettono ma non riflettono, non ponderano, agiscono nel “qui e ora” (modus operandi ormai tipico della politica odierna) senza considerare il passato e senza programmare il futuro. Non vogliono comprendere che i fenomeni migratori sono, nel bene e nel male, parte integrante della mobilità delle genti umane nello spazio e nel tempo, connotando l’esistenza stessa e il valore vitale dell’Homo Sapiens. Sono come un fiume il cui corso e il defluire vadano studiati e regimentati. E se si cerca di bloccarlo, un tale fiume, ovvero se lo si lascia totalmente libero di scorrere, finisce inesorabilmente per fare danni, in entrambi i casi e in relazione al tempo che viviamo e a come abbiamo costruito il mondo nel quale viviamo. Che è il “territorio” in cui scorre quel fiume (e ne scorrono tanti altri): se sbarriamo drasticamente le sue acque, la pressione prima o poi abbatterà lo sbarramento, e se invece lo lasciamo libero di esondare ovunque finirà per fare disastri anche dove non dovrebbe. Qual è la soluzione migliore, dunque? Ovviamente degli argini ben concepiti e studiati, che diano libertà di scorrimento all’acqua ma che evitino che la stessa possa causare danni, rendendola anzi un potenziale bene prezioso per chiunque.
Ecco.

Per giunta, non solo quelle due opposte “fazioni” agiscono in modi inadeguati alla gestione virtuosa del fenomeno migratorio ma, per il solito infantilismo che attanaglia la politica di oggi, non fanno altro che scontrarsi e battagliare l’uno contro l’altro. Un disastro nel disastro, insomma.
Eppure, fermarsi a riflettere qualche istante in più sulla questione è – sarebbe – la cosa più semplice e logica da fare; di contro, nella nostra epoca governata da una politica fatta di slogan e fake news anziché da fatti concreti e visioni del futuro, la logica è ormai stata bandita, troppo poco funzionale agli interessi di potere, troppo bisognosa di un’azione che all’elettore contemporaneo non viene più richiesta, anzi, viene drasticamente deprecata: il pensiero.

Poi, ribadisco, di cose utili e preziose da mettere in atto al riguardo – rispetto del diritto internazionale e adeguamento delle leggi nazionali, migration partnerships aggiornate, corridoi umanitari e canali regolari controllati, eventuali tetti d’ingresso, politiche di inclusione (e non di integrazione – prima o poi tornerò su questa fondamentale differenza) adeguate ed efficaci, eccetera – ce ne sono da fare, bell’e pronte e scientificamente verificate. Ma se l’interesse di chi se ne dovrebbe occupare, in un senso o nell’altro, è quello di promuovere e cavalcare l’aggravamento della questione per meri fini propagandistici ed elettorali, a scapito dell’intero paese e della sua società, allora la regola resta sempre quella: chi semina vento raccoglie tempesta. E basta.

(L’immagine in testa al post, puramente illustrativa – i dati risalgono al 2011 – è tratta da qui. Cliccateci sopra, per ingrandirla.)

Italiani che “fanno” cose (a Venezia)

Be’, suvvia: sull’Italia si può dire tutto, ma bisogna ammettere che, quando qui dicono che c’è da fare una cosa, soprattutto se d’una certa importanza e gravità anche in merito alla salvaguardia dell’immagine del paese e ancor più se in un luogo di valore artistico e culturale fondamentale, quella cosa viene fatta senza tante chiacchiere. Eh già!

La questione delle grandi navi a Venezia, ad esempio: è da anni che si dice che non saranno più fatte passare davanti a San Marco, perché è una follia che ciò venga permesso e perché è tremendamente pericoloso; poi, qualche settimana fa (il 2 giugno), è accaduto l’incidente nel Canale della Giudecca nel quale per puro caso non c’è scappato il morto e allora lì tutti quanti, nessuno escluso, finalmente hanno detto con austera determinazione e fiero cipiglio: «Ok, ora basta, non accadrà mai più!» – il senso delle dichiarazioni era questo, suppergiù.

Ecco. Domenica 7 luglio:

A questo punto, forse si farà molto prima a promuovere un’iniziativa istituzionale che possa variare quella nota espressione proverbiale popolare in questa nuova versione: tra il dire e il fare c’è di mezzo un canale. Perché è importante pure la coerenza, oltre al fare le cose. Senza troppe chiacchiere, appunto.

P.S.: cliccate sull’immagine fotografica di Gianni Berengo Gardin per saperne di più al riguardo.

La Biblioteca di Stromboli non deve chiudere

Non posso non condividere questa petizione che ho trovato su change.org (e ovviamente firmata al volo) con la quale si cerca di scongiurare la chiusura della piccola ma essenziale biblioteca di Stromboli – un luogo semplicemente meraviglioso, ma non serve che ve lo dica. Così come, mi auguro, non serve rimarcare quanto per un’isola in mezzo al mare, con soli 400 abitanti e gioco forza priva dei servizi di cui può godere una comunità urbana più grande, un presidio culturale come una biblioteca sia un luogo fondamentale, e non solo per la cultura ma pure per la socialità dell’isola. Anzi: ha ben più valore su Stromboli, una biblioteca pur piccola, che una molto più grande in un’altrettanto grande città. Oltre a fare da sublime supporto alla preziosa cultura scaturente dalla bellezza del paesaggio dell’isola, in un connubio di rara importanza e fascino.

Vi chiedo dunque di leggere (cliccando sulle immagini) le motivazioni a sostegno della petizione e firmare, perché è veramente un gesto tanto piccolo quanto fondamentale. Grazie.