Benvenuti nell’era del “non viaggio”!


Noto il titolo di un articolo, su un sito web d’informazione, e quanto recita mi incuriosisce:

SULLA NAVE PIÙ GRANDE DEL MONDO DOVE A BORDO C’È GIÀ LA DESTINAZIONE

Cioè? In che senso “a bordo c’è già la destinazione”?
Leggo l’articolo:

Il mezzo è esso stesso vacanza, la destinazione non è l’itinerario ma la nave stessa. Il nuovo trend nel mercato delle crociere sempre più in espansione prevede un intrattenimento che non conosce distinzione, giorno, notte, infinità di ristoranti e attrazioni così eccezionali da valere o meglio da essere esse stesse meta di viaggio. Intorno c’è il mare ma potrebbe esserci il “nowhere” (anch’esso tendenza in fatto di viaggi e tempo libero) e sul pavimento dell’ascensore è indicato il giorno della settimana, potresti dimenticarlo per troppo relax o per straniamento non fa differenza.
L’itinerario perde sempre più importanza in questo modo di fare vacanza soprattutto se a bordo c’è un’offerta tale di cose da fare che puoi fare a meno persino di scendere per le escursioni e poi per visitare un luogo ci arrivi prima diretto prendendo un aereo.
(I grassetti sono miei.)

Mi vengono i brividi. A me, che ritengo il viaggio una delle più efficaci e necessarie forme di filosofia, e che cerco in tutti i modi di essere un viaggiatore nel vero senso del termine, leggere cose come:

la destinazione non è l’itinerario ma la nave stessa

sul pavimento dell’ascensore è indicato il giorno della settimana, potresti dimenticarlo per troppo relax o per straniamento non fa differenza

L’itinerario perde sempre più importanza in questo modo di fare vacanza

mi pare un’autentica e assai grave demenza.

Immagino migliaia di persone che si imbarcano in un certo porto, se ne stanno rinchiuse per una settimana o più in una sorta di prigione dalle sbarre dorate senza nemmeno sapere dove sono, forse in quei giorni neanche chi sono, poi sbarcano nello stesso porto dal quale sono partite, magari sullo stesso molo, come se da lì non si fossero nemmeno mosse se non per salire e scendere le passerelle d’imbarco e vagare per i ponti della meganave. La perdita di ogni connessione col mondo, con la geografia, con i luoghi, la loro cultura, la conoscenza e l’esperienza, barattati con balletti, casinò e buffet 24/7, la “vacanza” che diventa tale, sì, ma per l’intelligenza. In pratica, il livello superiore (o forse due o tre sopra) del “vecchio” villaggio vacanze, con le sue formule all inclusive e le animazioni demenziali – ma almeno lì un mare e un paesaggio intorno da vedere e (voler) conoscere c’è ancora.

Insomma: dopo il non luogo – con la nave che diventa essa stessa un “non luogo assoluto” (terribilmente inquinante e per fini evidentemente inutili, peraltro) – siamo ormai al non viaggio. Dopo “la meta che è il viaggio”, come recita il noto adagio, dopo i viaggi che sono i viaggiatori, come diceva Pessoa, e dopo i viaggiatori che sono il viaggio, come sostengo io… ma, a ben vedere, si può ancora parlare di “viaggio” in presenza di (in questi frangenti) non persone così? Io credo di no. Con tutto il rispetto verso la libertà di chiunque di fare ciò che vuole, ovviamente; ma non mi si parli di viaggio, di “vacanza”, di “esperienza” o di cose simili, tutte lontane anni luce da ciò.

Posto ciò, come non concludere – inevitabilmente – con una citazione quanto mai emblematica di colui che meglio di ogni altro ha raccontato e disquisito di crociere – e del tipico “crocierista medio”, categoria umana che più globalizzata non si può?

Ho sentito cittadini americani maggiorenni e benestanti che chiedevano all’Ufficio Relazioni con gli Ospiti se per fare snorkeling c’è bisogno di bagnarsi, se il tiro al piattello si fa all’aperto, se l’equipaggio dorme a bordo e a che ora è previsto il Buffet di Mezzanotte.

(David Foster Wallace, Una cosa divertente che non farò mai più, traduzione di Gabriella D’Angelo e Francesco Piccolo, collana “Sotterranei”, Minimum Fax, 1998.)

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Leggere un libro oltre le parole scritte. Una lettura “cromatica” di David Foster Wallace e “Infinite Jest”

David Foster Wallace. Giù il cappello, senza dubbio alcuno e anche per chi non lo ho conosce o non è mai riuscito ad apprezzarlo.
Infinite Jest: un capolavoro assoluto per alcuni, un mattone inesorabile per altri, uno dei tanti libri da leggere presto per altri ancora tra cui lo scrivente, che Wallace lo ha già conosciuto e apprezzato con altre letture.
Ma un libro come Infinite Jest – ovvero molte altre opere che hanno saputo conseguire lo status di cult book e dunque andare oltre la loro mera dimensione letteraria/editoriale, anche al di là del nome più o meno altisonante che le firma – può certamente essere affrontato, esplorato, analizzato, letto (nel senso più ampio possibile del termine) anche in altri modi. Molto interessanti e intriganti, anche per l’atteggiamento artistico che li contraddistingue, sono quelli messi in atto dalle nordamericane, Corrie Baldauf, artista americana, e Barbara Balfour, scrittrice canadese.
Ciò che hanno fatto con il celebre romanzo di Wallace è narrato in questo bell’articolo uscito su Artribune Magazine #24 a firma di Sara Boggio, che vi riproduco di seguito anche per come può certamente essere ispirante altre simili pratiche di lettura indiretta o mediata di un’opera particolarmente adatta allo scopo – e beh, inutile dirlo, non tutti i libri lo sono, adatti, vista certa imperante pochezza letteraria, narrativa, stilistica e quant’altro oggi viene assurdamente pubblicata da tanti editori… ma questo è un altro discorso.

Corrie-Baldauf-Infinite-Jest-Project.-Phase-1-2014-1David Foster Wallace. Un ricordo a colori
di Sara Boggio
Cimentarsi con uno dei capolavori più ostici del XX secolo non è semplice, per definizione. E così in molti si sono arenati fra le pagine di “Infinite Jest”. Ma una volta entrati in gioco, allora la dipendenza è assicurata. E può trasformarsi, ad esempio, in un profluvio di post-it…

REPORTAGE ANTROPOLOGICI
Ho visto completi fucsia e giacche rosa mestruo e scaldamuscoli viola e marroni e mocassini bianchi senza calzini”, scriveva David Foster Wallace (Ithaca, 1962 – Claremont, 2008) a proposito di una crociera extra-lusso nei mari caraibici, in mezzo a “intensità di blu oltre il blu più limpido che si possa immaginare”, e in compagnia della specie di turisti più viziata e peggio vestita d’Occidente. Una cosa divertente che non farò mai più è una cronaca di viaggio impietosa ed esilarante, come tutti i suoi servizi da inviato speciale. Che sono veri e propri reportage antropologici. Ma anche fotografie, ad altissima definizione, di persone e cose, sotto cieli che variano dal “color acciaio a basso tenore di carbonio” al “colore di un paio di jeans usati”, tra facce “color bistecca al sangue” o dall’“abbronzatura terrigna”. Il database di tinte che colora la scrittura di Wallace, e che nei romanzi si apre a uno spettro cromatico ancora più esteso (e potente), è il corrispettivo di una tavolozza: impressionista, espressionista e/o surrealista, usata con la padronanza tecnica di un fiammingo e lo sguardo affilato di un iper-realista.

INFINITE JEST: UNA CULT-NOVEL
Eppure Wallace, come quei due o tre pilastri a secolo che riescono a incidere sull’impalcatura culturale del tempo proprio e a venire, e che non cavalcano l’onda dell’accessibilità immediata, intimidisce. Intimidisce anche la sua scomparsa, che si dice prematura o tragica pur di non citare il suicidio con il suo velo di stigma. E quindi capita che sullo statuto di genio attribuito all’autore e di capolavoro al suo lascito siano tutti d’accordo, ma per sentito dire: Infinite Jest, in questo senso, è forse il libro di culto più citato di fine millennio e il meno letto.
Un omaggio (inatteso, vista la cornice) è stato reso a Wallace l’anno scorso dalla Biennale del Whitney di New York. Presi in prestito dal Ransom Center dell’Università di Austin, Texas (che ne conserva tutto l’archivio), e sistemati in un paio di teche del quarto piano, erano esposti dei manoscritti: una serie di note per l’intervista a Federer (apparsa sul New York Times nel 2006) e diverse pagine dell’ultimo romanzo, Il Re Pallido, incompiuto e pubblicato postumo, nel 2011. Fogli di brutta. Dall’aspetto particolarmente sobrio dopo centinaia di metri quadri di stimoli visivi e sonori da biennale, ma del tutto appropriati all’occasione, se il punto del Whitney è valutare lo stato dell’arte in America (e magari mostrarlo in buona salute).

UNA LETTURA CROMATICA
Del resto, tornando al lessico cromatico di Wallace e pensando a quanto è colorata la sua prosa, i suoi libri si addicono alla perfezione alle arti visive. A partire proprio dall’opera che esercita la più severa selezione all’ingresso: Infinite Jest. Non è un caso che ad accorgersene siano state due artiste: Corrie Baldauf, americana di base a Detroit, e Barbara Balfour, canadese di base a Toronto. Casuale, invece, la folgorazione di entrambe per i colori di Infinite Jest (nonché l’assonanza linguistica tra i cognomi).
Baldauf non era una devota di Wallace, e per affrontare le oltre 1.200 pagine del libro si è inventata un escamotage: concentrare l’attenzione sulle parole che indicano i colori e segnalarle con un post-it dalla tinta corrispondente (Infinite Jest Project: Phase 1, 2014). L’espediente ha funzionato anche oltre il previsto. Conclusa la prima lettura, ha subito ricominciato da capo, questa volta per fare una mappatura tematica e cronologica (Only Only: Phase 2 of the Infinite Jest Project, 2014). Nel frattempo ha iniziato a postare su Twitter le sue annotazioni, trasformando il raccoglimento della lettura in un dialogo che ha chiamato a raccolta migliaia di lettori di Wallace. Pura polifonia post-moderna. Per l’artista, un’esperienza di profonda “intimità digitale”, che non si sarebbe mai aspettata dalla comunicazione a 144 caratteri del social. E ora Baldauf è al terzo atto, per fare il tracciato dei nomi.

UN LIBRO CHE DÀ DIPENDENZA
Barbara Balfour, prima di immergersi nella lettura, ha dovuto superare un momento di rifiuto dovuto allo status di culto da cui il libro era circondato quando è uscito. Poi è semplicemente arrivato il momento giusto, e siccome le parole di Wallace impongono continui arresti al flusso narrativo, lei iniziato ad annotarle e ne ha concepito, a sua volta, un libro (The Inkiest Black, 2014), dove sono riportati elenchi di vocaboli (Long List) e di colori (Qualified ColorsWhite, Black). E dunque, oltre a innamorarsene, che cosa ci fa un’artista visiva con un “rosa osceno”, un “verde indeciso”, un “arancione da disfacimento autunnale”, con il “rosso polveroso del fuoco attraverso il fumo” o con il “colore sottilmente triste del primo pomeriggio invernale”? Li traduce in pigmenti, ovviamente. Così ha fatto Balfour con le sue strisce di colore steso a spatola, come nei campionari per tintometro.
Però nemmeno lei è sicura di aver chiuso i conti con Infinite Jest. Una forma di dipendenza, suprema ironia del titolo, misteriosa alchimia tra parole e colori? È evidente che per capire non basta leggere: bisogna vedere le parole. E allora “sarà come passare dal bianco e nero al colore”, direbbe giustamente il Re Pallido.

Veneziafagìa

Anche così si divora il patrimonio culturale italiano, per di più in uno dei tesori assoluti di cui l’Italia dovrebbe vantarsi:

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Poi si dirà che tali mostri portano un sacco di denaro a Venezia e agli esercizi commerciali della città e potrà essere anche vero (come alcuni sostengono, mentre altri assicurano l’esatto contrario). Tuttavia, a mio modo di vedere, quando uno scempio è palesemente tale, rende insostenibile qualsiasi tornaconto, sempre e comunque. A meno che si voglia apporre su Venezia una data di scadenza, probabilmente prossima: ma lo si dica chiaramente, senza più vuote, insulse e ipocrite parole di senso opposto; e, in ogni caso, ogni persona di buon senso (civico e non solo) dovrebbe tenacemente opporsi a ciò.
Fosse per me, lo farei con dei buoni Mark 46, con salvataggio dei passeggeri effettuato dai gondolieri, ovviamente a pagamento. Ma suppongo che i soliti benpensanti – magari quelli del genere descritto da David Foster Wallace in questo suo celebre libro, parecchio in tema con quanto qui disquisito – non siano d’accordo.

Le foto dell’articolo fanno parte di Mostri a Venezia, l’esposizione delle immagini scattate Gianni Berengo Gardin – uno dei più grandi fotografi italiani – per documentare il quotidiano usurpante passaggio di mastodontiche navi da crociera nel Canale della Giudecca di Venezia, organizzata dal FAI-Fondo Ambiente Italiano in collaborazione con Fondazione Forma per la Fotografia e Contrasto, dall’11 Luglio al 28 Settembre prossimo presso Villa Necchi Campiglio, a Milano.
Cliccate QUI per visitare il sito web di Fondazione Forma e conoscere ogni dettaglio sulla mostra, su come visitarla e – aggiungo io – su come finalmente e definitivamente rendersi conto di quanto sia urgente e indispensabile fermare la Veneziafagìa dei mostri d’acciaio galleggianti.

La magia della letteratura (D. F. Wallace dixit)

Il mondo reale è pieno di solitudine esistenziale. Io non so cosa stai pensando o che cos’è che hai dentro, e tu non sai che cos’ho dentro io. Nella letteratura penso che in un certo senso riusciamo a saltare oltre questo muro. Ma questo è solo un primo livello, perché l’idea dell’intimità mentale o emotiva con un personaggio è un’illusione, un meccanismo creato dallo scrittore attraverso la sua arte. C’è anche un altro livello su cui un testo letterario diventa una conversazione. Fra il lettore e lo scrittore si instaura un rapporto che è molto strano, complicato e difficile da descrivere. Un ottimo brano di letteratura non è detto che mi catturi completamente e mi faccia dimenticare che sono seduto in poltrona. C’è della narrativa commerciale che è perfettamente in grado di riuscirci; una trama avvincente è perfettamente in grado di riuscirci: ma non mi fa sentire meno solo.
Invece c’è una specie di: “A-ha! Qualcuno almeno per un attimo la pensa come me, o vede una cosa nel modo in cui la vedo io”. Non capita sempre. Sono brevi flash, fiammate, ma ogni tanto mi capitano. E non mi sento più solo, a livello intellettuale, emotivo, spirituale. La letteratura e la poesia riescono a farmi sentire umano, a eliminare quel senso di solitudine, a mettermi profondamente e significativamente in comunicazione con un’altra coscienza, in una maniera del tutto diversa da quanto riescano a fare altre forme d’arte.

Tratto da Le perle di David Foster Wallace, di Martina Testa, uno speciale sul grande scrittore americano nel sito di Minimum Fax.
Direi con c’è ben poco da aggiungere, se non che Wallace, con queste intense parole, conferma che ove i libri e la lettura siano diffusi e amati, la società è inevitabilmente migliore, dacché chi la vive viene predisposto a sentirsene parte integrante e non un numero tra tanti, parte della massa eppure solo, appunto. E se la natura singolare dell’individuo muta in solitudine, la società ha fallito, annulando qualsiasi buona forma di civiltà. I libri invece possono salvaguardare la singolarità di ogni individuo, eppure connettendola al mondo d’intorno grazie alla condivisione delle storie narrate e lette, quasiasi esse siano: per questo, come sostiene anche Wallace, la letteratura è uno degli apici assoluti dell’evoluzione umana. Ecco perché dove si legge tanto, la società è più avanzata, più civile, più libera. Migliore, in una parola sola.
Ed ecco invece perché, se in un paese, più della metà della popolazione non legge nemmeno un libro… Oh, ma può esistere un posto tanto sfortunato?

David Foster Wallace, “Una cosa divertente che non farò mai più”

Sovente si ha l’impressione, nei casi di suicidio di personaggi pubblici e ovviamente tralasciando qualsiasi riflessione sulla mera tragicità di essi, che siano serviti a perpetrare e immortalare, nel vero senso della parola, la conoscenza di quei personaggi, facendo in modo che se ne parli più di quando erano vivi. Molte volte ciò è avvenuto senza reali meriti oggettivi e più per via della suggestione popolare; in altri casi – purtroppo e ribadisco: purtroppo! – le improvvise e tragiche dipartite hanno contribuito a dar modo di parlare pubblicamente di personaggi che, altrimenti, sarebbero rimasti nell’ombra o poco fuori, pur invece detenendo meriti assolutamente degni di essere considerati da pubblici ben più vasti. E’ d’altronde una considerazione ben nota, questa, tanto quanto amara: in certi casi solo la sempiterna presa suggestionante della morte sulla superficiale opinione pubblica sa donare quella celebrità che una vita intera di impegno e di lavoro non ha saputo dare…
David Foster Wallace è, a mio parere, un caso emblematico di quanto sopra esposto. Veramente non so quanto si sarebbe parlato di lui e dei suoi scritti – al grande pubblico al di fuori dei natii USA – senza il suo tragico e per certi versi inspiegabile suicidio. E infatti, ad esempio, tanto si è parlato e scritto di lui lo scorso febbraio, in occasione del suo “virtuale” cinquantesimo compleanno; in ogni caso, quando si parla di autori letterari forse più che in altri ambiti artistici, non bisogna mai scordare che sono i libri a parlare e parlarci di chi li ha scritti, e senza dubbio più per scelta personale che per quanto letto in giro, ho voluto che di David Foster Wallace mi potesse parlare Una cosa divertente che non farò mai più, da poco riedito da Minimum Fax con la traduzione di Gabriella D’Angelo e Francesco Piccolo…

Leggete la recensione completa di Una cosa divertente che non farò mai più cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!