Le Corbusier, Venezia, le grandi navi

«Venezia […] è un miracolo. Organizzate il turismo, ma un turismo adorabile, ammirevole, umano, fraterno, per la povera gente come per gli aristocratici e i miliardari […]. Voi avete un tesoro a scala umana che sarebbe atrocemente criminale trasgredire, saccheggiare! È presto fatto! Fate dei regolamenti precisi sugli aspetti biologici dell’architettura: “aprire”, “aerare”, “ventilare”. E bisogna ancora vincere le zanzare (io ho ottenuto dei risultati in un clima difficile!)»

Quanto sopra lo scriveva Le Corbusier (Charles-Édouard Jeanneret-Gris) in una lettera datata 5 ottobre 1962 – ma in questo passaggio ancora assolutamente contemporanea, in tema di turismo e non solo – e inviata all’allora sindaco di Venezia Giovanni Favaretto Fisca, nella quale invocava attenzione per il patrimonio artistico e per la fragilità della città lagunare. La citazione l’ho tratta da Alessandra Dolci, Un uomo dalla personalità poliedrica, sul “Notiziario della Banca Popolare di Sondrio” nr.142, aprile 2020. Per la cronaca, Favaretto Fisca nel 1962 aveva contattato, con propria personale (e controversa) iniziativa, Le Corbusier per affidargli l’incarico di sviluppare un progetto per il nuovo ospedale civile cittadino, nell’area del dismesso vecchio macello comunale. L’architetto elvetico accettò ma il suo progetto, pur arrivando allo stadio esecutivo, rimase irrealizzato, anche a seguito della sua morte avvenuta nel 1965.

Nelle immagini: Piazza San Marco a Venezia a fine Ottocento, tratta da qui, e oggi, tratta da qui. Ecco, a proposito di attenzione per la città lagunare: e le “grandi navi” dentro Venezia? Terminata la pandemia che ne ha bloccato il transito, torneranno a passare, a “trasgredire” e “saccheggiare” la bellezza tanto inimitabile quanto fragile della città, nonostante le tante belle parole, le promesse, le assicurazioni di altrettanti amministratori pubblici che quanto sopra non avverrà più?

Si accettano scommesse, eh!

P.S.: della questione “grandi navi a Venezia” nel mio piccolo ne scrivevo già più di sei anni fa, qui sul blog. Inutilmente, ovvio.

“Soluzioni”

Sentivo discutere alcuni conoscenti, poco fa, intorno alla politica italiana, alla totale sfiducia che i suoi rappresentanti suscitano in modo sempre più crescente, alla necessità di eleggere “nuovi politici” quale soluzione ad una situazione del genere, e mi è tornata in mente un’affermazione di Gómez Dávila, intellettuale per certi versi (e per quanto mi riguarda) discutibile ma per altri sicuramente apprezzabile:

L’uomo non chiama soluzione la formula che risolve problemi, ma quella che li nasconde.

(Nicolás Gómez DávilaTra poche parole, a cura di Franco Volpi, traduzione di Lucio Sessa, Adelphi, Milano, 2007.)

Problemi e soluzioni

[Foto di skeeze da Pixabay ]
Non so chi fu, tra André Gide che disse

Non esistono problemi; ci sono soltanto soluzioni. Lo spirito dell’uomo crea il problema dopo. Vede problemi dappertutto.

e Marcel Duchamp il quale affermò

Non c’è soluzione perché non c’è alcun problema.

il primo a proferire le sue parole.
Di certo invece so bene come entrambi seppero intuire, con largo anticipo e a loro modo, una delle storture principali del nostro mondo moderno e contemporaneo e della sua realtà sociale e politica (ma non solo): il dover essere sempre impegnato a cercare soluzioni ad altrettanti problemi invece di impegnarsi a non creare problemi ai quali poi essere costretti a cercare soluzioni. Come afferma Gide, l’uomo pare proprio che veda problemi ovunque, e dove non li veda li crei per poterli poi vedere ovvero pensi a soluzioni virtualmente inutili di problemi inesistenti, creando così il problema stesso; di contro, Duchamp, da artista e pensatore rivoluzionario quale fu, sovverte la questione facendo capire, appunto, che se non ci sono – non si creano – problemi, non c’è bisogno di soluzioni, dunque l’assenza di soluzioni è assenza di problemi, la condizioni ideale verso cui una civiltà realmente avanzata dovrebbe tendere.

Invece, sembra addirittura che la situazione ci sia ormai sfuggita di mano, così che dobbiamo avere a che fare con problemi, sovente da noi stessi “inventati” per i quali non sappiamo trovare soluzioni. E quando le troviamo siamo già prossimi, se non già pienamente dentro, a un successivo “nuovo” problema.
Se dunque provassimo invece a ribaltare questa realtà, come indicato da Gide e da Duchamp, una volta per tutte? Se fosse questa incapacità cronica manifestata dalla nostra “civiltà” a frenare un autentico sviluppo virtuoso del genere umano, facendolo ricadere di continuo negli errori e nei (suoi) problemi del passato?

Italiani che “fanno” cose (a Venezia)

Be’, suvvia: sull’Italia si può dire tutto, ma bisogna ammettere che, quando qui dicono che c’è da fare una cosa, soprattutto se d’una certa importanza e gravità anche in merito alla salvaguardia dell’immagine del paese e ancor più se in un luogo di valore artistico e culturale fondamentale, quella cosa viene fatta senza tante chiacchiere. Eh già!

La questione delle grandi navi a Venezia, ad esempio: è da anni che si dice che non saranno più fatte passare davanti a San Marco, perché è una follia che ciò venga permesso e perché è tremendamente pericoloso; poi, qualche settimana fa (il 2 giugno), è accaduto l’incidente nel Canale della Giudecca nel quale per puro caso non c’è scappato il morto e allora lì tutti quanti, nessuno escluso, finalmente hanno detto con austera determinazione e fiero cipiglio: «Ok, ora basta, non accadrà mai più!» – il senso delle dichiarazioni era questo, suppergiù.

Ecco. Domenica 7 luglio:

A questo punto, forse si farà molto prima a promuovere un’iniziativa istituzionale che possa variare quella nota espressione proverbiale popolare in questa nuova versione: tra il dire e il fare c’è di mezzo un canale. Perché è importante pure la coerenza, oltre al fare le cose. Senza troppe chiacchiere, appunto.

P.S.: cliccate sull’immagine fotografica di Gianni Berengo Gardin per saperne di più al riguardo.

La soluzione perfetta a tutte (o quasi) le questioni del mondo in cui viviamo?

Il buon senso.

Che non è il “senso comune”, ovvero “la somma di tutti i pregiudizi” (Viktor Šklovskij), ma è il buon senso, quello che ogni persona considerabilmente intelligente ed evoluta dovrebbe possedere e sviluppare, ma che troppo spesso “se ne sta nascosto” proprio “per paura del senso comune” (Alessandro Manzoni) – il quale “senso comune”, sul buon senso, è pure capace di costruirgli ulteriori pregiudizi, come l’attualità dimostra benissimo.

Come dite? È una soluzione assolutamente utopica?

Sì, forse avete ragione. Ormai se ne coglie così poco di buon senso, in giro…
D’altro canto, cosa sono certe “utopie” se non realtà rese impossibili da pregiudizi tanto ingiustificati quanto imposti e sostenuti dacché resi indiscutibili? La vox populi vox dei in fondo è una delle sentenze meno dotate di buon senso che ci siano – forse proprio per questo oggi è tanto in voga.