Intanto, sulle Alpi…

Quelli che hanno letto qui sul blog il mio articolo Nel frattempo, pubblicato lo scorso 2 febbraio e dedicato ai livelli record di inquinamento presenti nella Pianura Padana e magari, vivendo in altura, avrà pensato tra sé «Ah, meno male che qui in montagna certi problemi tanto gravi non li abbiamo!», aspetti a rallegrarsi e sappia che…

[Foto di sfondo di Sébastien Goldberg da Unsplash, elaborazione grafica di Luca.]

Misurazioni effettuate in Austria, nei pressi dell’Osservatorio del Sonnenblick, situato a 3.106 m sopra il livello del mare, evidenziano che ogni anno a quell’altitudine si depositano circa 42 chili di nanoplastiche al chilometro quadrato. Prima di finire lassù, alcune particelle hanno percorso fino a 2.000 chilometri. Ciò significherebbe che ogni anno finirebbero sul suolo dell’intera Svizzera (41.000 km2) fino a 3.000 tonnellate di questi materiali.
Lo studio – pubblicato sulla rivista Environmental Pollution – è stato condotto da Dominik Brunner, ricercatore presso il Laboratorio federale di prova dei materiali e di ricerca (Empa), insieme a colleghi dell’università di Utrecht (Paesi Bassi) e del Servizio meteorologico e geofisico austriaco.
Circa il 30% delle nanoplastiche proveniva da un raggio di 200 chilometri, principalmente dalle città. Ma ci sono indicazioni che sono arrivate fino lassù anche particelle provenienti dall’Atlantico e finite nell’aria attraverso gli spruzzi delle onde. Il 10% sarebbe stata trasportata dal vento per oltre 2000 chilometri.

(Estratti dall’articolo il cui titolo leggete nell’immagine lì sopra pubblicato da “swissinfo.ch” lo scorso 25 gennaio. Cliccate sull’immagine per leggerlo in originale e nella sua interezza.)

Ecco.

Insomma: comunque vada – e ovunque si vada – sarà un disastro (per la nostra salute).

 

Nel frattempo…

Ok, d’accordo, c’è la pandemia e la campagna vaccinale e i “no vax”, c’è stata l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica, gli aumenti delle bollette dell’energia, i saldi invernali, è iniziato il Festival di Sanremo, la nazionale di calcio rischia di non andare ai prossimi mondiali e chissà quanti altri “problem(on)i”… ma nel frattempo, nella Pianura Padana:

Arriva un’ulteriore conferma della pessima qualità dell’aria che colpisce gran parte delle città della pianura Padana. Secondo lo studio Premature mortality due to air pollution in European cities: a health impact assessment condotto dal Barcelona institute for global health (Isglobal), in collaborazione con i ricercatori del Swiss tropical and public health institute (Swiss Tph) e dell’università di Utrecht e pubblicato su The Lancet planetary healthla più alta incidenza di mortalità legata all’esposizione al Pm2,5 si registra nelle città della pianura Padana, in Polonia e in Repubblica Ceca. Secondo la classifica stilata in base ai modelli elaborati dal gruppo di ricerca, Brescia, Bergamo e Vicenza sono rispettivamente al primo, secondo e quarto posto per incidenza di morti causate dai livelli di Pm2,5 in tutta Europa. Ma scorrendo i dati, si scopre come nelle prime 30 posizioni ci siano ben 19 città del Nord Italia, ovvero il 64 per cento delle città europee si trova in pianura Padana. Tra queste Torino, Milano, Padova, Saronno, Treviso, Verona e molte altre. Un totale di 6.887 morti che potrebbero essere evitate se i livelli di inquinanti fossero entro i limiti.

P.S.: cliccate sull’immagine lì sopra per leggere l’articolo dal quale è tratta nella sua interezza. In esso, potrete anche leggere che le città lombarde in testa alla classifica hanno contestato la metodologia utilizzato nello studio suddetto. In una nota congiunta del Comune di Brescia e di Bergamo infatti si legge che “lo studio si avvale di dati vecchi di diversi anni, almeno 6 anni, visto che si riferisce al database del 2015. In verità, anche negli anni successivi la qualità dell’aria nell’area padana è rimasta e rimane pessima, come si evince dal Rapporto 2021 al riguardo dell’Agenzia Europea per l’Ambiente, che trovate in pdf qui.

I Don Chisciotte del clima

Il vero problema, della razza umana rispetto ai cambiamenti climatici in corso o quanto meno di chi la rappresenta politicamente, non è che è il tempo per agire sta scadendo oppure che sia già scaduto o che altro. Queste sono osservazioni obiettive e evidenti, per molti aspetti, tuttavia io temo che per altri siano improprie, e ciò perché mi pare che vi sia un drammatico sfalsamento temporale alla base della questione.

Mi spiego: hanno ragione quelli che ritengono l’accordo raggiunto nella COP26 di Glasgow un “buon” o “accettabile” compromesso. Lo è – lo sarebbe, sì, se fossimo nel 1991. Di contro, stiamo disquisendo intorno a dati climatici molto probabilmente già superati, a partire dalla fatidica soglia dei 1.5° o 2° di aumento delle temperature rispetto all’era preindustriale da non superare e che invece è stata superata da tempo, almeno per certe zone del pianeta (tra le quali l’Europa), come ho cercato di spiegare già qui. Non solo: come ritengono molti esperti, noi oggi subiamo l’effetto di cambiamenti climatici la cui causa è da ricercare decenni fa, e questo perché il clima, pur nell’anormale rapidità del cambiamento attuale, varia sensibilmente nell’arco di qualche decennio, non certo da un anno con l’altro – infatti un ciclo di 30 anni è il periodo classico per calcolare la media delle variazioni climatiche, secondo la definizione dell’Organizzazione Meteorologica Mondiale. Questo significa che se pure da subito riuscissimo a mettere in atto delle azioni effettivamente in grado di contenere l’aumento della temperatura negli obiettivi sanciti dalla COP21 di Parigi del 2015 in poi, per ancora molti anni subiremmo un peggioramento del riscaldamento del pianeta e delle conseguenti condizioni climatiche.

Insomma, come dicevo poc’anzi: sulla questione climatica, nel concreto, stiamo ragionando su piani temporali sfalsati e disequilibrati da tempo, che per come stanno le cose ben difficilmente si potranno riallineare per fare in modo che alle nostre azioni possano corrispondere reazioni rapidamente virtuose. Finché tale riallineamento non si verificherà, temo che nessun compromesso, accordo, intesa, strategia o quant’altro di (apparentemente) condiviso tra gli stati, anche il migliore possibile, genererà veramente buoni risultati.

Sia chiaro, non è una mera manifestazione di pessimismo, questa mia, ma l’invocazione di una visione rinnovata e più consapevole di una così fondamentale questione: bisogna probabilmente cambiare il paradigma di fondo delle “nostre” azioni politiche, riagganciandolo alla realtà scientifica di fatto e non a obiettivi che ormai appaiono solo funzionali a conseguire accordi di bella forma e scarsa o nulla sostanza. Ragionare sui 1.5° o 2° gradi, allo stato attuale delle cose e degli atti, è per molti versi pura retorica funzionale solo a poter dire ai media di aver conseguito qualche tipo di accordo in realtà privo di efficacia. Per agire sulla questione climatica dovremmo avere sulle nostre scrivanie il calendario del 2040 o 2050 e quello guardare. Invece abbiamo il calendario del 2021 ma lo interpretiamo come fossimo ancora nel 1991, appunto. Dovremmo avere la reale e concreta concezione del futuro, non una costante e anacronistica percezione del passato. Dovremmo avere qualcosa, insomma, che la politica contemporanea dimostra di non avere, ecco.

P.S.: nell’immagine in testa al post c’è la copertina del nuovo numero del “The New Yorker”, assolutamente sublime, come spesso accade, nel descrivere chiaramente e con artistica nonché immaginifica rapidità come stanno le cose.

Il clima? Ce lo siamo già fot**to da tempo!

Scusate la trivialità ma, posto che a breve si aprirà la COP26 di Glasgow – sì, l’ennesima (è annuale!) benemerita conferenza sul clima – e visto che nella COP21 del 2015 a Parigi si firmò il celebre “accordo sul clima” con il quale quasi tutti i paesi del pianeta accettarono di collaborare per limitare a 1,5 °C, massimo 2 °C, l’aumento della temperatura globale rispetto all’era preindustriale, il cui termine è convenzionalmente fissato alla fine del XIX secolo, date un occhio al grafico qui sotto:

[Il grafico è tratto da qui.]
A Milano, i valori regolarmente registrati mostrano un incremento della temperatura media annuale di circa 2.2 °C dal 1901 al 2018, che corrisponde a un aumento fino a 0.4 °C/decennio dal 1961 a oggi. Il che significa che, a Milano, rispetto all’era preindustriale e entro il 2050, anno solitamente indicato come quello “limite” per conseguire la cosiddetta “neutralità climatica” a livello globale, probabilmente la temperatura si riscalderà di 3,44 °C. Scrivo “probabilmente” perché potrebbe anche essere che il costante trend di aumento termico risulti ancora più cospicuo, visto che le azioni di contenimento al momento messe in atto a livello locale (salvo rare e pressoché ininfluenti eccezioni) che globale sono giudicate da tutti insufficienti.

A titolo di riferimento, l’Ufficio Federale di Meteorologia e Climatologia svizzero riporta che «Rispetto alla temperatura media del periodo di riferimento preindustriale la Svizzera si è riscaldata di circa 2° C (stato al 2018)», dunque un dato simile a quello di Milano nonostante le differenze geografiche e climatiche. L’Ufficio elvetico continua segnalando che «Senza provvedimenti di protezione del clima la temperatura annuale media in Svizzera potrebbe aumentare entro la fine del 21° secolo di 6 °C rispetto al periodo di riferimento preindustriale. Con dei coerenti provvedimenti di protezione del clima il riscaldamento potrà essere limitato a circa 2.5 °C». Se rapportiamo tali previsioni svizzere ai dati milanesi e, utilizzando il dato sopra citato di 0.4 °C/decennio di aumento della temperatura, fissiamo come gli elvetici il limite temporale al 2100, possiamo empiricamente stimare per Milano un aumento complessivo di circa 5,5 °C, anche in questo caso assimilabile con il dato svizzero di 6 °C. Sempre che non vada anche peggio, ribadisco.

Morale (tanto angosciante quanto inesorabile): gli 1.5 °C e pure i 2 °C di aumento massimo ce li siamo già giocati anni fa, almeno in questa parte del mondo. E a Glasgow quanto meno ci sono numerosi rinomati pub dove gustare dell’ottimo whisky scozzese: probabilmente qualcosa di ben più utile e piacevole, rispetto al «bla bla bla» (cit.) cui si potrà assistere nella COP26 – benemerita, ribadisco, ma quanto effettivamente utile nella sua forma attuale e nella sostanza che se ne ricava? – e giusto per godersi un po’ di svago prima di doverci necessariamente preparare al peggio climatico, già.

[Foto di Joshua Woroniecki da Unsplash.]

Belle parole

[Foto di Steve Buissinne da Pixabay.]
Mi si consenta il seguente appunto.

Al summit virtuale sul clima convocato giovedì 22 aprile dal Presidente USA Joe Biden in occasione della Giornata della Terra, il leader del regime cinese Xi Jinping ha sostenuto che «Dobbiamo impegnarci per uno sviluppo verde, per un’economia sostenibile  per le future generazioni», dicendosi poi certo e ribadendo che «lasceremo un mondo verde alle generazioni future».

Belle parole, vero?

Peccato che nel 2020 in Cina la crescita del carbone, che ormai pure i sassi conoscono come un combustibile fossile tra i più inquinanti in assoluto, ha compensato le centrali spente nel resto del mondo, portando al primo aumento globale della potenza da carbone dal 2015. La Cina realizzato 38,4 GW di nuove centrali a carbone nel solo anno scorso, pari al 76% del totale globale (50,3 GW). Non solo: ha anche 88,1 GW di energia a carbone in costruzione, e altri 158,7 GW sono stati proposti per essere realizzati nei prossimi anni.

“Belle parole” quelle là, proprio vero!

Meditate, gente, meditate. Anche e soprattutto quando state/starete acquistando qualche prodotto e vedete stampigliata sopra la scritta “Made in China”, già.