Cambiamenti climatici e staticità mentali

[Foto di lesserland da Pixabay.]
Giovanni Baccolo, che di mestiere si occupa di ghiacciai all’Università Milano-Bicocca dove al Dipartimento di Scienze Ambientali e della Terra studia i campioni di ghiaccio provenienti da tutto il mondo (cura inoltre il bellissimo blog storieminerali.it nel quale scrive di tali argomenti) e, dunque, di clima se ne intende come pochi altri, scrive un post sul proprio profilo Facebook che avrei altrimenti scritto io in modi paragonabili, oggi:

Penso sia la prima volta che provo una sincera ansia da clima. Se maggio 2022 è così, come sarà luglio 2040? Quali colture sopravvivranno a estati sempre più secche e calde? Quale energia alimenterà metropoli refrigerate altrimenti invivibili? Abbandoneremo davvero i luoghi non più adatti alla vita? Il fatto di non sentire mai davvero parlare di questi temi è a suo modo una risposta e non mi piace per niente.

Parole che condivido in toto, considerando pure la situazione ambientale in essere: caldo torrido come fosse luglio a maggio, pochissime piogge da mesi, neve invernale scarsissima, ghiacciai che si prenderanno una gran batosta, fiumi con portare risibili, campi agricoli inariditi, siccità generale… Che abbiano ragione quei climatologi considerati “catastrofisti” i quali ritengono che il punto di non ritorno climatico l’abbiamo già ampiamente superato, alla faccia dei 2° di aumento da non superare, e il collasso ambientale sia ormai imminente?

Be’, c’è da augurarsi che sul serio siano fin troppo allarmisti, quelli. D’altro canto siamo dotati di abbondante acqua corrente nelle nostre case – per il momento – e di aria condizionata ben accesa per sopportare la situazione climatica in corso, no? Già, peccato che, in questo caso, sopportare è sinonimo di trascurare, di dimenticare. Il clima forse non è ancora collassato, la nostra attenzione e la sensibilità sul tema invece temo di sì.

Altro che nevi eterne!

[Foto di Simon Fitall da Unsplash.]

Il Paul prende la pala che gli passa il Georg, la notte scorsa si è staccata la lingua del ghiacciaio, dice, hanno sentito il boato anche in fondo alla valle, la Claire mi ha fin svegliato per dirmi che ci stava arrivando addosso e mi ha abbracciato tutto come se ci restasse solo quella notte lì, di un bello che non ti dico, e sorride tra sé, tra qualche anno se guardiamo su il nostro bel ghiacciaio non lo vediamo più, se ne sarà andato per sempre, altro che eterno, l’unica riserva che ci resta sono le storie, al massimo puoi raccontare com’era.

(Arno CamenischUltima neve, Keller Editore, 2019, traduzione di Roberta Gado, pag.68.)

Un necessario senso della misura

[Tundra in Groenlandia. Foto di NTNU Vitenskapsmuseet – Moser på Nordøst-Grønland, CC BY 2.0, fonte: commons.wikimedia.org.]

Quando camminavo nella tundra e incontravo lo sguardo di un lemming oppure scoprivo le tracce di un ghiottone, mi sentivo confuso per la fragilità della nostra saggezza. Il modello del nostro sfruttamento dell’Artide, la crescente utilizzazione delle sue risorse naturali, lo stesso desiderio di “farne uso” sono molto chiari. Che cosa manca in noi, mi chiedevo, per farmi sentire tanto a disagio in una regione di uccelli cinguettanti, di caribù lontani e di lemming bellicosi? È il senso della misura.
Poiché l’umanità è in grado di aggirare la legge dell’evoluzione, dicono i biologi evoluzionisti, ha il dovere di darsi un’altra legge se vuole sopravvivere, se non vuole depredare la propria base alimentare. Deve imparare questo senso della misura; deve trovare un modo diverso e più saggio di comportarsi nei confronti del territorio. Deve prestare maggiore attenzione agli imperativi biologici del sistema del protoplasma messo in moto dal sole, e dal quale dipende l’umanità stessa. Non perché debba farlo o perché sia priva d’inventiva, ma perché vi è in questo il culmine della saggezza cui aspira da secoli. Dopo aver preso in mano il proprio destino, ora l’uomo deve pensare con intelligenza critica ai campi in cui deve cedere.

(Barry LopezSogni artici, Baldini Castoldi Dalai Editore, 2006, pag.56; orig. Arctic Dreams, 1986.)

Se sparissero i faggi

Leggere su ”ANSA.it” la notizia di uno studio scientifico redatto da alcune prestigiose università europee secondo il quale «Il cambiamento climatico in atto è una minaccia anche per i boschi di faggio europei: la loro crescita potrebbe diminuire dal 20% al 50% nei prossimi 70 anni, soprattutto nelle regioni dell’Europa meridionale», e dando ad esso il credito che formalmente merita, viste le autorevoli fonti da cui è stato elaborato, mi genera parecchia angoscia.

Ho sviluppato una particolare predilezione, quasi un sentimento d’affetto, per così dire, verso i faggi e le faggete. Sarà che vi sono numerose stazioni – anzi, questo è il termino scientifico, ma preferisco usare “comunità” – di faggi sui monti di casa per cui sono parte del mio paesaggio domestico e spesso mi ritrovo a camminare attraverso di essi, sarà che le faggete sono tra gli ambienti arborei più belli e affascinanti in assoluto e aggiungo pure tra i più accoglienti, per come io mi ci senta bene, accolto appunto, quasi protetto, o sarà che lo stesso faggio, il Fagus Sylvatica che dimora in Europa, è un albero meraviglioso, elegante, fiero, spesso assai imponente (come quello che io chiamo “il Re del bosco”, probabilmente l’albero più grande che abita sui monti di casa, ma ovviamente in giro per l’Italia e l’Europa ve ne sono di ben maggiori), dalla pelle particolare che è bello toccare, accarezzare, che sembra (lo è, d’altronde) veramente un’epidermide viva, di una creatura a suo modo intelligente e senziente… o sarà che il mio spirito col tempo s’è fatto particolarmente silvestre (ma forse è una causa/effetto, questa), non so. Ma se veramente le faggete dovessero subire quei danni prospettati dallo studio scientifico citato, ne scaturirebbe – dal mio punto di vista – un disfacimento del nostro paesaggio veramente terribile. Del paesaggio, badate bene, ovvero della percezione fondamentale e della relativa definizione intellettuale, culturale e sensoriale (dunque anche emotiva) che abbiamo del nostro mondo. Il quale non sarebbe più lo stesso, così che inesorabilmente noi non saremmo più gli stessi.

Lo so, il mondo cambia, la Natura segue il proprio corso vitale, magari tra qualche secolo sulle nostre montagne cresceranno alberi diversi e altrettanto affascinanti. Ma, ribadisco, sarà un altro mondo, con un altro paesaggio, un’altra estetica, un altro valore culturale. E altri abitanti, senza dubbio.

P.S.: le immagini della galleria in testa al post vi mostrano una delle comunità di faggi che dimorano sui monti sopra casa.

Riccardo aveva ragione (pare)

[Cliccate sull’immagine, tratta dall’articolo di “Tio.ch” linkato qui sotto, per ingrandirla.]
Arrivano le prime conferme scientifiche alla previsione di Riccardo, il riccio (Erinaceus europaeus) che frequenta abitualmente il mio giardino di casa, il quale quest’autunno, prima di andare in letargo, mi aveva confidato che a suo parere la stagione invernale allora prossima e che ora stiamo vivendo nei suoi ultimi scampoli (?!) si sarebbe rivelata come una delle più calde di sempre – ve lo avevo raccontato qui.

Ecco dunque quanto riporta al riguardo MeteoSvizzera, il prestigioso ente meteo-climatico elvetico, per come ne riferisce questo articolo di “Tio.ch”:

A sud delle Alpi l’inverno non è mai stato così mite e secco come quest’anno. Che sia stata una stagione anomala ce n’eravamo accorti tutti, ma ora arriva la conferma anche da MeteoSvizzera, che per analizzare l’andamento climatico può basarsi su misure sistematiche raccolte a partire dal 1864.
Nonostante manchi ancora qualche giorno alla fine dell’inverno meteorologico – che contrariamente a quello astronomico comprende i mesi di dicembre, gennaio e febbraio -, tenendo conto delle previsioni per i prossimi giorni si possono già trarre le prime conclusioni sulla stagione che sta per concludersi e inquadrarla da un punto di vista climatologico. A sud delle Alpi l’inverno 2021/22 terminerà con una temperatura media di 1.8°C superiore alla norma 1991-2020, mentre il totale di precipitazione sarà inferiore a un quarto del valore normalmente atteso, più precisamente risulterà pari al 22% di esso. In passato una stagione invernale mite e asciutta come quella che si sta per concludere non era mai stata registrata. […]

Attendo ulteriori comunicazioni sulla questione, ora che la fine dell’inverno è ormai prossima, ma fin d’ora credo, come avevo già scritto nel mio articolo sopra linkato, che il riccio Riccardo, ovvero il suo istinto animale che chissà quali percezioni sfuggenti a noi umani coglie le proprie informazioni, finirà per avere ragione. Purtroppo.