Le cascate d’acqua sul Cervino e noi

Ma, in fin dei conti, cosa ci resterà di quest’immagine?

Ha fatto il giro del web, inizialmente creduta falsa da quanto sembrasse impossibile, poi ne hanno scritto decine di media, ha ricevuto migliaia di commenti, ha sconcertato, spaventato, inquietato, fatto discutere e dibattere in maniera tanto sensata quanto a volte stupida, come al solito.

Già: ma una volta passato tutto questo che cosa ci rimane realmente di ciò che l’immagine ci ha detto? Ne abbiamo appreso, capito, imparato qualcosa di buono e utile, oppure tra un po’ la riterremo soltanto una bizzarria dell’anno in corso come innumerevoli altre immagini passate sui social media e più avanti nemmeno ce la ricorderemo più? Oppure già ora abbiamo deciso che non ci ha detto e trasmesso nulla, facciamo spallucce e andiamo oltre?

La psicosociologia ci insegna che noi crediamo in ciò che vediamo: ma vedere non è osservare, è semplicemente un cogliere sensorialmente un’immagine, mentre trasformare la visione in osservazione comporta un’adeguata e articolata elaborazione intellettuale di ciò che si coglie e vede, in modo da saper evolvere l’osservazione al rango di nozione, di conoscenza, di esperienza. Sicuramente tantissimi hanno fatto tutto ciò, di fronte all’immagine in questione, ma certamente tantissimi altri no. E non riuscire a farlo temo segnali il decadimento della nostra relazione culturale con l’ambiente e il paesaggio, che è poi alla base della scarsa sensibilità diffusa verso le loro tutele.

Lasciare scivolare via l’immagine del Cervino rigato da enormi cascate d’acqua piovana e di fusione glaciale-nivale come se nulla fosse e raccontasse, fatta cadere con noncuranza nel grande dimenticatoio ove finiscono molte delle visioni del mondo in cui viviamo che così non possono diventare esperienza e memoria è, in realtà, ciò che rende quelle cascate d’acqua realmente inquietanti, anche più di ogni altro aspetto correlato.

P.S.: trovate qui un interessante articolo di approfondimento riguardo quanto accaduto sul Cervino di “RSI-Info”.

Sul cannone spara neve che spara acqua per i turisti accaldati in Valle Aurina

Avrete forse letto del cannone sparaneve di un impianto per l’innevamento artificiale in Valle Aurina/Ahrntal (Alto Adige/Südtirol) convertito in cannone spara acqua refrigerante per i turisti presenti (lo vedete qui sopra), delle inevitabili polemiche che ne sono seguite (spreco d’acqua e di energia, lunaparkizzazione della montagna…) e delle giustificazioni dei gestori del comprensorio Skiworld Ahrntal (uso limitato di acqua «non potabile» e di energia per solo due minuti al giorno).

Tuttavia a me, nel leggere del caso, fa ancora più specie constatare che, per l’ennesima volta, siano proprio i gestori locali (presumo che tali siano, dalle note legali della società del comprensorio) del territorio montano i primi a banalizzarlo e a svenderne l’anima, invece che dimostrarsene i principali e più attenti custodi come peraltro sovente dichiarano di essere – non specificatamente in questo caso ma in generale. E parimenti mi fa specie che gli stessi gestori delle montagne turistificate, proprio dichiarandosi “custodi” di esse e della loro realtà in questi tempi di crisi climatica e ambientale, parlino ormai da tempo di “destagionalizzazione turistica” come di una cosa virtuosa e necessaria per le loro montagne ma poi dimostrano di averne un’idea, della “destagionalizzazione”, che quel cannone spara acqua rappresenta bene: la riproposizione nel resto dell’anno delle dinamiche più invasive e impattanti tipiche del turismo massificato invernale e della stessa proposta di fruizione banale e francamente stupida del paesaggio montano, funzionale unicamente a farne un oggetto (o un prodotto) commercializzabile, vendibile e consumabile.

[Immagine generata con Google Gemini AI.]
No, non ci siamo. Anche se quello della Valle Aurina è un “piccolo episodio”, il principio di fondo non è di quantità ma di qualità dell’idea di montagna e di turismo che viene proposta. Ed è inutile dire che di episodi simili, anche più grandi, ce ne sono già fin troppi in giro per le montagne. Non è (solo) una questione di attrazioni turistiche, di spreco di risorse naturali di entità o che altro ma di cultura: cultura della montagna, relazione culturale con luoghi e paesaggi, conoscenza profonda e sensibile delle loro specificità, consapevolezza edotta e formata di ciò che le montagne sono e di come possiamo/dobbiamo viverle al meglio. Se i primi a non saper manifestare queste condotte basilari sono proprio i gestori e i governanti – pubblici e privati – delle montagne, il loro futuro prossimo non potrà che essere misero. In tutti i sensi, materiali e immateriali.

Del Monte San Primo, dove si continua a pretendere di sciare a 1000 metri di quota, e di altri posti dove invece si usa ancora il buon senso

Cosa si potrebbe ancora dire riguardo l’assurdo progetto “OltreLario” che prevede di riattivare impianti e piste da sci sul Monte San Primo, a 1100 metri di quota, dove già da tempo non ci sono più le condizioni climatiche e ambientali per sciare – progetto che, nonostante l’evidente insostenibilità e la contestazione generale rimbalzata sui giornali di mezzo mondo, è stato di nuovo ribadito in maniera indiscutibile da parte del Comune di Bellagio e della Comunità Montana del Triangolo Lariano, spalleggiati da Regione Lombardia (con poche eccezioni tra i suoi rappresentanti)?

Be’, resta molto poco da dire, proprio come quando lo sconcerto è tale da lasciare senza parole. Ma si può sempre (e si deve) osservare la realtà effettiva delle cose, in modo da ragionarci sopra con il più ordinario buon senso.

Così, mentre sul San Primo si pensa «convintamente» di poter sciare poco sopra i 1000 metri con un progetto che «troverebbe gli applausi di chiunque viva quel territorio» e «opere dedicate alla fruizione sostenibile dell’area» con «l’intento di coniugare tutela ambientale, sicurezza, servizi e sviluppo turistico» (sono tutte dichiarazioni di personaggi politici che sostengono il progetto), in mezzo alle Alpi Svizzere, nella località sciistica di Braunwald i cui impianti giungono oltre i 1900 metri di quota (dunque ben più in alto di quelli del San Primo), dalla stagione invernale 2026/27 verranno definitivamente chiusi impianti di risalita e piste perché «il modello attuale non è più sostenibile» e che «un proseguimento dell’attività nelle modalità attuali non è più possibile» (sono dichiarazioni dei responsabili della società di gestione degli impianti). Alla base della decisione vi sono le persistenti difficoltà finanziarie e gli effetti dei cambiamenti climatici, che negli ultimi anni hanno reso sempre più incerta la disponibilità di neve.

Ecco, questo si può dire e rimarcare: l’assenza di buon senso sul San Primo, di attinenza alla realtà, di sensibilità al luogo, di attenzione alle sue specificità e alla realtà climatica in divenire, rispetto alla presenza di queste “doti” altrove (come a Braunwald, appunto e nelle innumerevoli località che sulle Alpi hanno fatto lo stesso), dove le decisioni vengono ancora prese ponendovi alla base sensatezza, razionalità, senso del contesto e della misura, consonanza alla realtà – nonostante condizioni geografiche e climatiche ben migliori di quelle del San Primo.

Queste evidenze mi auguro possano far capire chiaramente come stanno le cose, sul Monte San Primo, e quale irresponsabilità stia manifestando la politica che insensatamente e ostinatamente vuole imporre al luogo il progetto sciistico negando e rifiutando qualsiasi confronto al riguardo con la società civile.

Di recente il Coordinamento “Salviamo il Monte San Primo, che riunisce ben 37 associazioni civiche e i cittadini che si oppongono al progetto sciistico operando al riguardo con ammirevole costanza ed efficacia fin da quando il caso divenne di dominio pubblico, ha emesso un nuovo comunicato stampa per ribadire con forza la richiesta di stralcio della “parte sciistica” dal progetto di rilancio turistico della località di Bellagio, evidenziando nuovamente le numerose criticità politiche, amministrative, ambientali, culturali.

Trovate il comunicato qui insieme a molti altri documenti di approfondimento.

P.S.: invece qui trovate i numerosi articoli che nel tempo ho dedicato al caso del Monte San Primo.

Caldo estremo? Embé, di cosa ci lamentiamo?

Abbiamo passato decenni, noi “Sapiens” (?), a negare il cambiamento climatico, a dire che «ha fatto sempre caldo!», a ignorare quando non a deridere la scienza, a volte addirittura a sostenere che fossero falsità quelle sul riscaldamento globale antropogenico.

Dunque ora, con temperature prossime ai 40°, esattamente di cosa ci lamentiamo?

Siamo come l’ubriaco che prima diceva di reggere benissimo l’alcol e ora si lamenta che le gambe gli cedono e di non riuscire a connettere pensieri sensati, ma vorrebbe continuare a bere.

Basterebbe smetterla e disintossicarsi veramente e immediatamente – dall’alcol ovvero da qualsiasi cosa che deteriori ulteriormente il clima, a partire dai combustibili fossili. Oppure, se proprio decidiamo di andare avanti come nulla fosse e vogliamo collassare definitivamente – di caldo, di clima, di degrado ambientale – almeno stiamocene zitti per non morire da idioti. Ecco.