Vajont, 55 anni

Siamo arrivati a Longarone che soltanto da un’ora il Toc era calato nel lago al di là della diga… Poca la gente e gli automezzi… Dei vigili del fuoco con qualche ambulanza, una jeep dei carabinieri, il furgone della polizia stradale. Su questo un milite gridava ostinato, nel microfono, l’identico messaggio: che suonassero le campane di tutti gli abitati, che accorressero tutti, presto, presto, per l’amor di Dio. Di Longarone non erano rimaste che macerie e i feriti dovevano contarsi a centinaia. Furono lo sgomento e il concitato esprimersi di quell’agente ad offrirci l’intuizione della tragedia… Ci accorgemmo allora del biancore che vagolava entro la conca oscura del Piave, del vento che tirava, come impedito da nessun ostacolo, del buio nel quale stava immerso lo spazio per solito animato dalle luci del paese […] ci accodammo a due della stradale… Procedevamo sul legname, la melma, i calcinacci… Entravamo ogni tanto nelle abitazioni alzando grida acute. Nessuno rispondeva. Lo scorrere del faro svelava stanze vuote, spogliate da ogni masserizia. Tutte coi pavimenti colmi di terra limacciosa, le pareti schizzate d’acqua e fango nero… Intanto, qualcuno che si avvicinava, ci urlò che nelle case era inutile cercare. Che si corresse avanti, avanti, dove i feriti aspettavano d’essere aiutati… Oltrepassato l’immobile del cinema, di botto cessarono le file delle costruzioni. E ci trovammo davanti il vuoto: un vuoto oscuro ed irreale. Fu un attimo percepire che bisognava credere nella sparizione del paese…

(Testimonianza tratta da http://www.vajont.net/)

9 ottobre, ore 22.53. Mai dimenticare, dacché la memoria è una delle forme fondamentali di civiltà, forse l’unica a poter vincere il tempo di lassù, sotto al Monte Toc, fermatosi per sempre a quell’ora. Dopo 55 anni come oggi o dopo 100, 200 o 500 anni: sono sempre le 22.53, al Vajont.

(Foto di Mirko Torresani, http://www.fotomiktor.com/?gallery=vajont)
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Salumi, formaggi, libri (e Umberto Isman)

L’immagine qui sopra pubblicata – scattata a Casso – è di Umberto Isman, fotografo di notevole sensibilità e sagaci visioni, capace con mirabile costanza di cogliere il senso profondo di cose anche semplici, all’apparenza, eppure dotate di grande capacità narrativa, che poi i suoi scatti sanno catturare e trasmettere vividamente a chi ne può godere.
Fa parte di una coinvolgente serie fotografica scattata nell’aprile 2013 in Vajont, e credo sia inutile rimarcare come siano passati pochi giorni dal 54° anniversario del disastro – e altrettanto rimarcare cosa fu quell’evento, in senso tanto materiale quanto immateriale. D’altro canto, credo che una tragedia come quella del Vajont non debba abbisognare di una data – che in sé ne indica solo l’accadimento – per essere costantemente tenuta viva nella mente e nell’animo di chiunque e non solo dagli abitanti di quei monti, prime vittime di un disastro dagli effetti così protesi nel tempo.
La diga è ancora lì, in sé gioiello di ingegneria idraulica e parimenti beffardo monumento alla follia degli stessi individui. Il famigerato Monte Toc pure, ineluttabilmente inquietante come più di mezzo secolo fa. E spero che lì sia rimasta anche quell’originale rivendita di salumi, formaggi e libri, elementi in fondo non così astrusi tra di essi dacché a loro modo portatori di cultura dei luoghi e delle genti, dunque pure di relativa memoria e saggezza: qualcosa di fondamentale per una vera e virtuosa civiltà umana, ovunque essa sia e al di là di qualsiasi sorte nefasta.

L’intera serie di immagini di Umberto Isman la trovate qui, su facebook. Ma di Isman trovate pure scatti e scritti su In Movimento, rivista della quale è tra i fautori, o su numerosi altri magazine: segnalo ad esempio il suo bellissimo articolo (tale perché Isman è anche un ottimo narratore) sul gipeto e gli altri “signori del cielo” del Parco Nazionale dello Stelvio su OROBIE di quest’ottobre 2017, giusto giusto.

P.S.: ringrazio di cuore Umberto Isman per avermi concesso il consenso alla pubblicazione delle sue immagini.

Oreste Forno, “Guardiano di dighe. Il lavoro più bello del mondo”

GUARDIANO_DI_DIGHE-cop libroLo confesso, c’ho messo non poco tempo a prendere in mano questo libro. Avevo il timore che potesse risvegliare in me desideri professionali (o pseudo-tali) mai sopiti, frequentemente affioranti sulla superficie del mio animo in certi momenti non del tutto allegri, conscio del fatto che quel sottotitolo, “Il lavoro più bello del mondo”, già lo sapevo quanto per il sottoscritto potesse essere veritiero, e non solo per le ragione più ovviamente immaginabili.
Alla fine poi l’ho letto questo nuovo libro di Oreste Forno, Guardiano di dighe. Il lavoro più bello del mondo (Bellavite Editore, Missaglia, 2012), ultimo di una lunga serie di testi della più varia natura che l’alpinista valtellinese ha scritto in due decenni abbondanti. Non poteva non attrarmi, d’altronde, a me appassionato di sbarramenti idraulici in quota (dighe, appunto) soprattutto dal punto di vista ingegneristico. Quando da ventenne andavo con gli amici ad affrontare le prime salite escursionistiche e alpinistiche impegnative in montagna, li facevo diventar matti per il tempo perso nel fotografare in ogni modo le dighe che incontravamo lungo i tragitti percorsi. Mi ha sempre affascinato questa sfida umana alla Natura, in forma di enormi e massicci manufatti di cemento armato che osavano bloccare quanto di meno bloccabile si possa immaginare, l’acqua; e ciò per formare laghi in alta montagna sovente bellissimi, che parevano studiati apposta per starsene lì nei valloni ove venivano formati, il tutto per generare energia elettrica a beneficio di noi “cittadini”. Una sorta di dovere unito al piacere, insomma, per il quale alla fine mi pareva che pure la Natura concedesse il suo assenso: io ti permetto di bloccare la mia acqua e di creare energia, tu uomo non mi sfrutti in modo ben più inquinante, invasivo e devastante per i tuoi scopi energetici…
OresteForno
Leggete la recensione completa di Guardiano di dighe. Il lavoro più bello del mondo cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!

Vajont, 50 anni fa. E Gleno, 90 anni fa.

Oggi, 9 Ottobre, ricorre uno dei più tristi anniversari della storia recente italiana: cinquant’anni dalla tragedia del Vajont. In tali occasioni non c’è molto da dire, le parole potrebbe facilmente risultare retoriche, ridondanti e in fondo vuote di senso di fronte a una così spaventosa tragedia, frutto per di più della più sconcertante imperizia umana. E’ la mente semmai che deve “parlare” a sé stessa – ovvero ognuno per sé stesso – facendo che il ricordo non resti meramente tale ma sia invece possente energia per l’azione costante: perché di quell’imperizia terribile la società italiana è ancora e ancor più di allora farcita e rovinata, nel mentre che il sistema di potere continua a eleggerla spesso e volentieri a normale modus operandi, con gli effetti che ci ritroviamo a dover constatare quotidianamente e dei quali il Vajont fu apice di incommensurabile tragicità. E’ passato mezzo secolo, da allora, ma solo il tempo è corso avanti: l’essenza e il senso della tragedia del Vajont sono ancora qui, intaccati e immutabili come deve doverosamente essere quale forma di rispetto assoluto verso le duemila vittime.
Questo resta a mio parere uno dei migliori ausili al ricordo attivo, la struggente testimonianza di Marco Paolini nel suo testo Il Racconto del Vajont (divenuto anche libro edito con video per Einaudi):

Ma vorrei aggiungere alle riflessioni sopra scritte anche l’altrettanto triste celebrazione di una simile tragedia, accaduta sempre in un anno terzo di quattro decenni prima: 1923, 1 Dicembre, il crollo della Diga del Gleno. Quest’anno sono novant’anni da un evento che presenta moltissime analogie, soprattutto in tema di imperizia e di stoltezza “istituzionale”, con la tragedia del Vajont.

Gleno_photo
Qualche tempo fa lessi un libricino su questo evento – la cui copertina vedete qui sotto – di natura principalmente tecnica eppure in grado di far capire perfettamente anche a chi di ingegneria idraulica non capisce cop_diga_glenonulla la portata di quella tragedia, anche dal punto di vista umano, sociale e sociologico.
Cliccando sulla copertina, potrete leggerne la personale “recensione”; ai tempi il volume lo acquistai direttamente dalla casa editrice Tecnologos, la quale invece ora lo rende disponibile anche in formato pdf. Leggetelo: è un testo molto interessante che rappresenta, lo ribadisco, un ricordo e una commemorazione particolari verso quel dramma di quasi un secolo fa e le sue sfortunate vittime.

P.S.: in tema di Vajont, voglio segnalare il bel progetto Cinquant’anni dopo, 1.910 vite da ricordare. Insieme a voi messo in atto dal Corriere dell Alpi in collaborazione con la Fondazione Vajont. Un altro modo per mantenere attivo e reattivo il ricordo, anche al di là delle ricorrenze e delle relative commemorazioni.

Tra un passato triste e un futuro bello come l’arte sa essere. La mostra “Bilico” inaugura sabato 15/09 il nuovo spazio espositivo di Erto e Casso, in Vajont.

Qualche tempo fa, al Salone del Libro di Torino, ascoltai da un accalorato Mauro Corona una denuncia netta e inequivocabile sullo stato montagna in Italia e della sua gente, e su come da decenni fosse stata totalmente abbandonata dalla classe politica, attratta dai più facili inciuci possibili dove vi fossero le grandi industrie, i più influenti potentati economici e finanziari e quant’altro di biecamente capitalistico… Da qui lo spopolamento delle vallate alpine e appenniniche, l’impoverimento economico, sociale e culturale, l’abbandono della gestione “virtuosa” del territorio a favore di quella assai più letale legata al mero sfruttamento del territorio montuoso, con cementificazioni selvagge, infrastrutture turistiche scriteriate, uso indiscriminato delle risorse naturali, e il tutto quasi sempre senza alcun vantaggio pratico (e tanto meno economico) per chi in montagna viveva e lavorava (e tuttora vive/lavora). Giova peraltro ricordare che l’Italia è un paese di (tra le altre cose) navigatori, coste e mari, però il suo territorio è per buona parte montuoso, grazie alla presenza della catena alpina e di quella appenninica…
Mauro Corona ha poi un motivo in più per manifestare una grande conoscenza di quale sia il disagio della gente di montagna: la catastrofe del Vajont, che sconvolse la sua vallata natia in modo tremendamente indimenticabile.
Ma proprio dalla terra di Corona, e proprio da uno dei paesi sconvolti dalla tragedia di quasi cinquant’anni fa (l’immane “ferita” sul monte Toc, che franò nell’invaso artificiale creato dalla diga, è ancora lì di fronte, invariabilmente spaventosa…) giunge una gran bella risposta alla denuncia suddetta e un’altrettanto bella idea per il riscatto della montagna italiana (e di ogni altra zona che ugualmente non ha contato e non può contare su una buona gestione pubblica – elenco lunghissimo, inutile rimarcarlo!), e ciò grazie all’arte contemporanea. Perchè bisogna tornare ad avere ben presente che la montagna è una preziosissima scuola di vita, e parimenti può anche diventare una fantastica scuola di bellezza – una bellezza assolutamente vitale.

Bilico è la prima esposizione d’arte contemporanea che Dolomiti Contemporanee realizza nel Nuovo Spazio espositivo di Casso, l’ex scuola elementare della frazione, che il prossimo 15 settembre riaprirà, dopo quasi 50 anni dalla tragedia del Vajont, con un’idea nuova, che guarda al futuro.
L’arte contemporanea, e la cultura tutta infatti, laddove i progetti siano ben strutturati, possono rappresentate un’opzione vitale, opponendosi alla stagnazione ed all’inerzia che talvolta avviluppano e imprigionano i luoghi segnati da eventi gravi (ma non solo quelli).
L’arte e la cultura possono possono fornire impulsi reali, agendo come un motore e contribuendo concretamente a stimolare e riattivare il territorio.
In “bilico”, alcuni concetti tradizionali, legati all’ambiente ed alla cultura della montagna, vengono declinati e rivisitati criticamente: lo sguardo contemporaneo fornisce uno stimolo rinnovativo, che si oppone all’uso stereotipo delle specificità, che non sono clichè da cui tranne strenne o cartoline, ma risorse. L’uso, metaforico e fisico, di concetti forti (roccia, verticalità, montagna, equilibrio), serve a sottolineare il valore universale di queste specificità, così fortemente legate ad un contesto territoriale che fornisce stimoli autentici ad alternativi.
(…) Dolomiti Contemporanee è un progetto che mette in rete l’arte contemporanea, il contesto dolomitico, e gli spazi dismessi, riaprendoli con un’azione culturale tesa alla rivitalizzazione. Alla base del progetto vi è dunque un rifiuto culturale del concetto di chiusura, e una forte volontà di reazione propositiva. Ciò porta ad operare in location periferiche e decentrate (Sospirolo, Taibon Agordino, Casso), su siti dal grande potenziale. Il livello dell’attività artistica, e la la rete di soggetti, coinvolti, istituzionali, pubblici e privati, conferiscono al progetto un’apertura nazionale ed internazionale. Le specificità, ambientali, territoriali, culturali, sono spinte e proiettate fuori dal contesto locale, e condotte all’interno di un network aperto, globale.
(dalla presentazione della mostra di Gianluca D’Incà Levis, ideatore e curatore di Dolomiti Contemporanee)

Foto di S. Pasquali
Dolomiti Contemporanee presenta Bilico, un’esposizione collettiva d’arte contemporanea che avvia il nuovo (e bellissimo, a mio modo di vedere) Spazio di Casso quale motore creativo per il (dal) territorio, a cura di Gianluca d’Incà Levis. Dal 15 settembre al 28 ottobre 2012, con inaugurazione sabato 15 settembre alle ore 17.00, presso le ex scuole elementari di Casso.
Cliccate sulle immagini per visitare il sito web di Dolomiti Contemporanee e conoscere ogni ulteriore utile informazione sull’evento.