Ultrasuoni #18: Gluecifer, Soaring with Eagles at Night…

[Immagine tratta da tuneoftheday.blogspot.com, fonte qui.]
Nel ristrettissimo novero degli album musicali che verrebbe da definire “impeccabili”, quelli dove tutti gira alla perfezione, ogni elemento è nel posto giusto al momento giusto, tutte le canzoni sono ottime, non ci sono riempitivi e momenti di stasi, i musicisti suonano in stato di grazia e ogni volta che li si ascolta è entusiasmante quasi come fosse la prima, sicuramente io ci metto Soaring with Eagles at Night, to Rise with the Pigs in the Morning dei norvegesi Gluecifer, una delle migliori hard rock band dell’altrettanto miglior scena rock dei tempi moderni, quella scandinava.

In Soaring with Eagles… c’è tutta la storia del rock’n’roll declinata in ogni possibile accezione, da quelle primigenie elvispresleyane ai Rolling Stones, agli MC5 e agli Stooges fino alle interpretazioni di matrice punk-hardcore molto diffuse proprio in Scandinavia, e tutte quante ovvero tutti i brani dell’album suonati con un’energia incredibile, che li rende al contempo tanto “terremotanti” quanto dotati di grande appeal, anche perché l’esecuzione pur così energica non nasconde affatto la matrice elementale rock’n’roll.

Ascoltatevi brani come Silver Wings,

oppure Lord of the Dusk,

o ancora Go Away Man,

e converrete con me sulla grandezza di questo album, uscito nel 1998 ovvero nel periodo aureo dell’hard rock scandinavo, quando quasi tutte le band di lassù sfornavano grandi album che hanno (ri)scritto la storia del genere, riuscendo persino a offuscare la grande tradizione americana al riguardo. Probabilmente i Gluecifer sarebbero globalmente ben più famosi di quanto non siano, se non si fossero trovati davanti, nel loro stesso paese, gli insuperabili Turbonegro; ma, al di là di questo aspetto, la loro bella impronta nella fangosa storia del rock contemporaneo l’hanno lasciata senza alcun dubbio.

Sono solo canzonette (brutte)

[L’edizione del Festival di Sanremo del 1957, senza dubbio migliore di quelle attuali. Fonte dell’immagine: Wikipedia.]
Con non poco sconcerto, devo capacitarmi del fatto che pure quest’anno c’è stato il Festival di Sanremo: me ne rendo conto ascoltando la radio e certi brani musicali che passano nelle ultime settimane e che i vari speaker identificano poi come “sanremesi”, appunto.

C’è di peggio, però. Ho pure sentito, su una di quelle radio, un tal critico ovvero giornalista musicale affermare che mai come quest’anno il Festival sarebbe stato rappresentativo della scena musicale italiana. Be’, io, ascoltando le varie canzoni, ho maturato la convinzione che mai come quest’anno i brani sanremesi – salvo solo un paio, forse – siano particolarmente brutti. Piatti, insulsi, raffazzonati, banali. Non che potessi pensare il contrario, sia chiaro, ma senza dubbio, se veramente questa è la realtà musicale italiana attuale, con assai meno sconcerto rimpiango Il babà è una cosa seria di Marisa Laurito, ecco!

The Square

Ho visto The Square di Ruben Östlund, del  2017.

È una pellicola che ha ottenuto un notevole successo di critica e di pubblico (meno in Italia) facendo incetta di premi, innanzi tutto della Palma d’Oro al Festival di Cannes, dunque su di essa troverete molto da leggere, sul web.

Per quanto mi riguarda, in merito a certe cose che potrete leggere in rete, appunto, dissento parecchio con chi ritenga il film di Östlund incentrato su di una critica al mondo dell’arte contemporanea, ambito (secondo quelli) preso ad esempio e utilizzato per una più ampia critica alla società contemporanea. Al contrario, dal mio punto di vista, The Square mette in evidenza come l’arte contemporanea sia ancora – come sempre – uno strumento fenomenale per scardinare certi convenzionalismi sociali contemporanei portandone in superficie la reale essenza e natura: trovo infatti che il film offra una potente e alquanto disturbante riflessione sui rapporti interpersonali che coltiviamo nella società di oggi ovvero sul concetto di socialità. Apparentemente tutti i protagonisti della pellicola vivono una vita sociale “normale” e gratificante, salvo le ordinarie criticità quotidiane, ma in verità sono impegnati (e imprigionati) in un costante “tutti-contro-tutti” tenuto latente dai suddetti convenzionalismi sociali che tuttavia al minimo ostacolo, imprevisto, eventualità inattesa, scoppiano come bubboni senza che si sappia come contrastarne i relativi danni – che sono individuali tanto quanto collettivi, visto che, appunto, viviamo tutti in una rete relazionale sociale.

Mi pare che Östlund voglia evidenziarci come il vivere contemporaneo non si regga affatto sull’armonia sociale che tutti crediamo (per comodità) di manifestare e agevolare, ma su una somma di singoli egoismi, di varia natura, che ci rinchiudono dentro armature con le quali pensiamo di difenderci ma che al contempo ci impediscono di relazionarci veramente con il prossimo. Tale situazione generale certamente “disturbante”, in quanto deviata/deviante e inquietante, viene resa con uno stile filmico-narrativo assolutamente scandinavo nel cui plot si intrecciano diverse vicende, situazioni al limite del surreale e, come detto, disturbanti, scomode, forse pure irritanti (ad esempio l’incapacità del protagonista di reagire al corso delle cose che lo coinvolgono suo malgrado, delle quali fatica a capire l’impatto sulla propria vita e, ancor più, su quella degli altri) ma assolutamente realistiche, nella sostanza. In tal senso la scelta del regista svedese di ambientare The Square nel mondo dell’arte contemporanea è azzeccato dacché, ribadisco, ne utilizza le tipiche peculiarità di rottura delle convenzioni e di visione alternativa per esaltare i problemi relazionali dei protagonisti del film (e di tutta la società di cui fanno parte) fornendo pure una buona soluzione ad esse, l’unica che il film sembra proporre – proprio l’opera d’arte “The Square”, appunto – il cui salvifico messaggio però nessuno sa recepire e comprendere.

Bellissimo film, intenso (quanto lo può essere un’opera scandinava ma lo è, ve l’assicuro), potente, originale, fuori dagli schemi e conturbante che, se ne sapete intercettare l’anima artistica, vi disturberà in modi assolutamente affascinanti.

Ultrasuoni #12: Turbonegro, Apocalypse Dudes

TURBONEGRO! Basta la parola – il nome, anzi!

E se non bastasse, potrei dire “la più grande rock band in assoluto a cavallo del secolo” – e non intendo solo per l’ambito hard rock ma per il rock’n’roll in senso lato.

E se non fosse sufficiente ancora, potrei aggiungere: potenti, originali, teatrali, scenografici, energici ed energizzanti, entusiasmanti, estremi ma al contempo assolutamente pop, ironici, sarcastici, sboccati, licenziosi, divertenti, tecnicamente pregevoli, fenomenali dal vivo, antisistema ma pure “istituzionali” (se ne chieda conto al Municipio di Oslo!)…

…vero e proprio monumento nazionale norvegese e pietra miliare del rock scandinavo, famosissimi a livello mondiale (lo dimostrano i loro 2036 (!) fan club sparsi per il pianeta, detti Turbojugend), dotati della quella rarissima facoltà di scrivere brani apparentemente semplici, da tre-accordi-tre, eppure perfetti, con un “tiro” straordinario, di quelli che già alla seconda volta che li ascolti li canticchi o che ti metti a saltellare al loro ritmo in modo istintivo e insopprimibile.

E se pure così non bastasse, be’, ascoltatevi Apocalypse Dudes, a detta di molti uno dei più grandi album di rock di sempre, pubblicato nel 1998 e semplicemente perfetto, con ogni suo elemento al posto giusto nel momento giusto ovvero con 13 brani uno più bello, divertente, esplosivo, irresistibile dell’altro; un album, peraltro, persino capace di superare un altro capolavoro rock come il precedente Ass Cobra.

Ecco, non serve dire null’altro ma ascoltare. Ma mi raccomando: attenti alla scimmia lì dietro!

Ultrasuoni #10: Gogol Bordello, Gypsy Punk

[Immagine tratta da Facebook.]
Un’altra band che mi sono trovato a riascoltare con gran godimento sonoro sono i Gogol Bordello, una delle creature musicali più originali del panorama contemporaneo con la sua miscela esplosiva di musica tradizionale tzigana e slava, punk, hard rock, folk, ska, dub, il tutto proposto con attitudine da cabaret e con un inopinato, quasi inspiegabile appeal commerciale, quantunque la proposta sonora della band risulti a molti troppo “deviata”, per non dire folle.

Un album come Gypsy Punks: Underdog World Strike, peraltro prodotto da un mostro sacro come Steve Albini e del quale vi propongo due brani, è perfetto per entrare nel mondo dei Gogol Bordello e comprenderne il pulsante “paciugo” sonoro, che in certi momenti sembra sul punto di deragliare verso il caos da osteria di quart’ordine per poi riorganizzarsi, placarsi e divenire melanconico, a tratti quasi struggente, e quindi ripartire ancora a far caciara etno-musicale, sempre e comunque orecchiabile seppur – ribadisco – molto poco ordinaria, in tutti i sensi. I “sovranisti” della musica li odiano, i “globalisti” li amano; io, che rifuggo da tali facili ergo vuote e bieche catalogazioni, trovo che la loro capacità di controllo, tecnica e artistica, di così tanti stili e influenze musical-culturali in così “poco spazio” – i tre/quattro minuti di un brano o anche meno, intendo dire – è veramente notevole e, appunto, tutta da godere.