“Ogni volta che sento la parola cultura tolgo la sicura alla mia pistola!” (cit.)

Negli anni trenta Hanns Johst, presidente della Camera della Cultura del Reich e delle organizzazioni degli scrittori tedeschi, aveva sintetizzato il concetto in questo verso della sua opera Schlageter: “Ogni volta che sento la parola cultura tolgo la sicura alla mia pistola”

(Citazione tratta da quest’articolo in cui si dà conto dell’attuale situazione della cultura in Libia. Per saperne di più su Hanns Johst, cliccate qui.)

C’è solo da augurarsi che tempi tanto bui come quelli in cui Johst, da riferimento politico per la cultura del Terzo Reich (e, incidentalmente, da drammaturgo), si poteva permettere di scrivere cose simili – pur calandole in un ambito teatrale e facendole passare per un’esaltazione apologetica dell’eroismo guerresco nazista – non tornino mai più.

Tuttavia, la sensazione di un permanente contrasto, ovvero di una sostanziale antinomia tra produzione culturale e potere politico è sempre vivida: siano essi da ritenersi biecamente strategici, come certe evidenze potrebbero far ritenere, oppure il frutto di una mera ignoranza e dell’incapacità cronicizzata di comprendere la cultura come un volano fondamentale per ogni società avanzata, anche dal lato economico.

D’altro canto mi viene da pensare che il citato contrasto tra i due elementi è circostanza forse inevitabile e sostanzialmente irrisolvibile: ove la cultura è (quasi) sempre sinonimo di libertà – di pensiero e non solo – il potere politico si configura spesso come tale nel senso meno democratico: autorità, egemonia, predominio. Qualcosa che mai potrà trovare una qualsiasi forma di equilibrio armonizzazione con la libertà (della cultura) e la cultura (della libertà), che a loro volta nulla hanno a che fare con egemonia e predominio – nonostante siano il potere più autorevole e totale (dacché il meno egemonico) a disposizione dell’essere umano.

In buona sostanza, e come la storia dimostra bene, quanto più è forte e arrogante il potere politico, quanto più la cultura fatica a salvaguardarsi e proliferare; quando invece la cultura trova una condizione favorevole per manifestarsi e diffondersi, è dove l’egemonia politica è meno autoritaria e coercitiva.

Ora si tratterebbe solo di “stabilire” se possa avere maggior fortuna la società dell’un tipo o dell’altro, ma credo che pure su tale questione la storia ci abbia dato da tempo una risposta pressoché inequivocabile e continui a darcela, posta la solita incapacità dell’uomo di comprenderla e ricavarne le debite conseguenze. Una mancanza di cultura anche questa, in fondo.

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“Big Brother is watching you!”

Comunque io continuo a chiedermi – io che non lo guardo, beninteso: ma non perché non lo voglia guardare, perché non guardo la TV tout court, ecco – continuo a chiedermi, dicevo, cosa ne potrebbe pensare George Orwell del Grande Fratello televisivo odierno, “vip” o non “vip” che sia. E mi chiedo pure, supponendo l’effettiva realizzazione della distopia di 1984, che ne penserebbe il “Grande Fratello” orwelliano del Grande Fratello della tivù. Ne sarebbe fiero? O ne verrebbe intimorito? Lo considererebbe una sua superlativa evoluzione, oppure una sconcertante devianza impensabile persino nella più negativa visione distopica?

Chi controlla il passato controlla il futuro. Chi controlla il presente controlla il passato. (1984)

Sulla profonda (e forse ormai insanabile) frattura tra politica e cultura

Da tempo sostengo con grande fermezza che qualsivoglia attività di natura “politica” (intendendo ciò nel suo senso contemporaneo più diffuso ovvero di gestione della cosa pubblica – anche se, a ben vedere: quale pubblica azione, in quanto tale, non assume sempre una valenza politica piccola o grande, quando attuata in un ambito sociale?) non può stare in piedi se non viene costruita su solide basi culturali – che “solide” diventano e si mantengono quando siano il più ampiamente condivise e comprese. In questo caso sì, il “gesto politico”, sia esso individuale o pubblico/istituzionale, gestisce veramente la polis e ne sviluppa concretamente la realtà; altrimenti resta un mero esercizio di stile oppure soltanto una sgarbata perdita di tempo. D’altro canto, posto proprio quanto ho denotato nella parentesi poco sopra, qualsiasi azione culturale anche più di tante altre è azione politica, anche perché “cosa pubblica” è sia il relativo patrimonio materiale (arti, mestieri, prodotti culturali nonché monumenti e opere di carattere affine) sia quello immateriale (saperi, conoscenze, nozioni, saggezze, dottrine di pensiero…), dunque ogni iniziativa che realizzi e/o attivi tali elementi con effetti diffusi, cioè pubblici/collettivi, è inevitabilmente (e fortunatamente, aggiungo) anche un’azione politica.

Sotto tali aspetti non posso dunque non imputare alla politica attuale altre gravi colpe (ennesime!), più di quanto si possano di contro imputare alla cultura (che non è senza peccato, senza dubbio, ma la cui storia non presenta certo la tremenda devianza che l’ambito politico ha subìto da parecchio tempo a questa parte). Due, le colpe suddette: la prima, di aver ormai scelto di non costruire più la propria iniziativa su basi culturali, preferendo invece la più bieca demagogia a meri fini oligarchici e/o sostanzialmente monocratici (nonché le “propagande” astratte ai fatti culturali concreti), come se l’azione politica non producesse (volente o nolente) cultura; la seconda, speculare alla prima, di aver negato qualsiasi proprio supporto “naturale” alle azioni culturali, come se la cultura non fosse una fondamenta imprescindibile di qualsiasi società civile ma, anzi, qualcosa di fastidioso, da togliere di mezzo il più rapidamente possibile.

C’è ormai, insomma, una profonda frattura tra cultura e politica: una cesura tanto netta quanto irrazionale e non so quanto sanabile, a tal punto, quale può essere quella di una madre con la propria figlia. La seconda rifiuta le saggezze e gli insegnamenti della prima per darsi alla “bella vita”, ma non capisce che la bellezza apparente è in verità profonda alienazione: di quelle che, superato un certo limite, divengono demenza definitiva.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

Stiamo diventando tutti “androidi” (senza cervello)?

Syd Mead, Concept art per Blade Runner. (http://sydmead.com/v/12/)

L’indipendenza è un valore sacro da difendere: è impensabile farsi condizionare dagli altri, farsi limitare, farsi dire che cosa fare e come vivere. Eppure, io stesso conosco moltissime persone ‒ mie coetanee, anche ‒ per cui l’essere condizionati dall’esterno, il rinchiudersi in una forma data, è diventata una specie di religione inconsapevole.

Questa citazione è tratta da un articolo del sempre illuminante Christian Caliandro, che riflette sulla semplificazione culturale come tendenza tra le più diffuse del presente, rivelatrice di un degrado che coinvolge vari ambiti dell’esistenza, dal lavoro ai rapporti, fino alla musica e alla spiritualità, chiedendosi conseguentemente: “Quali soluzioni abbiamo per non trasformarci tutti negli androidi profetizzati da Philip K. Dick?” Testo breve tanto quanto illuminante, appunto. Vi consiglio di leggerlo e meditarvi sopra: cliccate sull’immagine per visualizzarlo interamente, dal sito di Artribune.
Poi, se vi interessa sapere la mia opinione al riguardo ovvero la risposta alla domanda dickiana posta – più avanti nell’articolo – da Caliandro “Che succede nel momento in cui la semplificazione culturale raggiunge il punto di non ritorno? Diventiamo tutti androidi?“, beh, sì, lo diventiamo. Anzi, ampia parte della popolazione lo è già diventata: spento definitivamente il cervello e meccanizzate le solite, invariabili azioni quotidiane – rompere tale routine è ormai percepita come qualcosa di potenzialmente rischioso – si è formalmente nella condizione di automi antropomorfi programmati per compiere certe attività e solo quelle ovvero comandati/comandabili a distanza in tutto e per tutto. Inclusa la funzione “OFF”.

Se l’analfabetismo funzionale ci frana addosso

È esattamente così, come si vede qui sotto, che stanno andando le cose.
Ci si prova a mettere ordine, a razionalizzare il tutto, a dargli una logica che lo renda comprensibile, in primis, e poi accessibile a tutti, al contempo sgombrando il campo dal caos, dal cumulo di disordine culturale che occlude sguardi, visioni, orizzonti, ripristinando una consona e preziosa urbanità

Ma a volte – troppo di frequente, ormai – dissonanza cognitiva e analfabetismo funzionale franano rovinosamente addosso a tutto quanto devastando il lavoro fatto e costringendo alla fuga dal quel caos che si voleva sgombrare, viceversa finendo per portare ovunque disordine culturale quando non il rischio – ancora più grave e devastante – che venga seppellita ogni cosa sotto uno strato di arida polvere la quale non permetta più ad alcun seme di cultura e di civiltà di attecchire, crescere e fiorire.
Si persevera, allora, ricominciando daccapo ovvero – se va bene – continuando nel lavoro intrapreso con ancora maggior impegno e cura. Perché chi frana in quel modo finisce prima o poi per seppellire sé stesso: dunque, bisogna cercare di restare lontani dalla smottamento, oppure fare in modo di arginarlo con opere di contenimento assai solide e robuste al fine di non esserne coinvolti.
D’altro canto, restare a rischio di seppellimento come nulla fosse e senza fare niente per prevenirlo, sottovalutandone ovvero ignorandone il pericolo, è cosa assolutamente stolta e potenzialmente letale: o lo si minimizza e azzera, un tale rischio, o vi si fugge via, appunto.