Le nuove ciclovie montane tra “supercazzole” istituzionali, pareri autorevoli e domande ineluttabili (nonché un rifugio bellissimo!)

[La testata della Val Biandino chiusa dalla mole del Pizzo dei Tre Signori. Immagine di Daniel Nicoli tratta da www.orobie.it.]
Torno sul “caso” della nuova ciclovia in costruzione tra la Bocca di Biandino e la Bocchetta di Camisolo (2011 metri di quota), sullo spartiacque tra la Valsassina e la Val Brembana, sulle Alpi Orobie Occidentali (e di rimbalzo torno pure sulle tante altre strade simili in costruzione): un’opera che di recente ho stigmatizzato in questo articolo non solo per l’impatto che sta generando sul versante montuoso che risale ma pure per le “motivazioni” (virgolette necessarie) con le quali la si vorrebbe giustificare: «mettere a sistema le numerose peculiarità storico/identitarie, fornendo percorsi turistici dedicati al territorio e alle sue caratteristiche, coerenti con modelli sostenibili, di rispetto dell’ambiente, dei paesaggi e delle identità storico/culturali». Una “supercazzola” ampiamente forzata con la quale si tenta di nascondere (fallendo nell’intento) l’ennesima opera di turistificazione consumistica imposta alle montagne; ma, appunto, ho già detto cosa ne penso al riguardo qui.

Di recente l’amica Arianna Cecchini, accompagnatrice di media montagna iscritta al Collegio Guide Alpine Lombardia, dunque una professionista della frequentazione escursionistica sostenibile che di mestiere porta la gente in montagna, è passata da quelle parti e mi ha inviato alcune altre immagini fotografiche (le vedete qui sopra) che vanno ad aggiungersi alla serie che corredava il mio articolo precedente, a ulteriore testimonianza dello stato delle cose. Le ho chiesto un parere al riguardo e così mi ha risposto:

È un’opera turisticamente superflua. La zona è ampiamente accessibile attraverso sentieri agevoli in un contesto montano di grande bellezza che proprio a piedi si apprezza al meglio. Inoltre, nel tratto tra la Casa Alpina Pio X e la Bocchetta di Camisolo, il tracciato della ciclovia, pur più stretto rispetto alla prima parte (che è largo 2 metri, mentre il successivo dovrebbe essere da 1,20 metri – n.d.L.), va a intaccare una zona particolarmente bella, di notevole fascino alpestre (la vedete nell’immagine qui sotto – n.d.L.) che ancora di più necessità di una fruizione consona, cioè lenta e attenta, al luogo e alle sue caratteristiche, anche per la storia mineraria secolare che lo contraddistingue. Non so proprio come una banale infrastruttura turistica come questa ciclovia può rispettare l’ambiente della zona e la sua identità storica e culturale. E non capisco quale modello di frequentazione turistica del luogo vuole imporre e con quali vantaggi, se ce ne sono, oppure danni, che forse già ho visto, per il territorio.

C’è un’altra questione legata a tutte queste opere della quale non ho scritto nel precedente articolo, inevitabile ad esse eppure puntualmente trascurata se non ignorata dai loro proponenti: e la manutenzione della ciclovia? Visto il contesto e le condizioni ambientali che lo caratterizzano, nonché i fenomeni meteo sempre più estremi causati dalla crisi climatica, è stata prevista? È stato elaborato un piano di manutenzione ordinaria dell’opera? Chi sistemerà con la necessaria solerzia eventuali danni straordinari, dissesti del fondo, smottamenti, cedimenti dei cigli a valle e delle spalle a monte? Sono state accantonate o preventivate risorse adeguate allo scopo? E quale ente pubblico deve pensarci?

[Una ciclovia in Valmalenco, durante la sua realizzazione e dopo un solo anno di transiti ciclistici, piogge e nevicate.]
Sono domande (ne potrei fare molte altre simili) che sorgono inevitabilmente nel constatare lo stato di opere simili, anche solo pochi mesi dopo la loro realizzazione – magari presentata dei proponenti con la stessa pompa magna supercazzolare che accompagna i progetti, vedi sopra – e a seguito di qualche violento nubifragio o dopo la neve e le gelate invernali. Uno stato delle cose desolante e irritante per la gran parte di queste opere, dimenticate dagli stessi enti che le hanno patrocinate e sostanzialmente abbandonate a se stesse e a chi le fruisce, almeno fino a che i danni che presentano non le rendano praticamente impercorribili.

Poste queste considerazioni inevitabili, ribadisco, alle quali qualche soggetto istituzionale dovrebbe di logica rispondere, la chiosa più bella e consona al caso la trovo nel sito web del Rifugio Grassi (nelle immagini qui sopra), che si trova appena oltre la Bocchetta del Camisolo sul versante bergamasco della dorsale, è tra i più rinomati delle Alpi lombarde ed è gestito da anni da Anna e Amos, una coppia di capanàt (con figli) meravigliosa. Così scrivono nella sezione del sito dal titolo “Filosofia”:

Siamo consapevoli che l’ambiente in cui viviamo e lavoriamo è un ambiente unico, bellissimo e fragile. Per questo proviamo a rispettarlo, a far pesare il meno possibile la nostra presenza sulla montagna: le popolazioni delle Alpi prima di noi hanno vissuto per almeno 5000 anni in armonia col loro ambiente, modificandolo senza distruggerlo. Ti chiediamo di apprezzare questo nostro essere fuori dal mondo, anche se ti costerà qualche perplessità e lo sforzo di adattarti a una realtà a cui non sei abituato. Siamo certi che la meraviglia di un’alba o di un tramonto dalla Grassi, magari sul pascolo innevato, ti ripagheranno del sacrificio.

Ecco: vista la nuova strada ciclabile in costruzione e tutte le altre discutibili opere di turistificazione montana simili nella forma, nella sostanza e nei danni inferti ai paesaggi che coinvolgono, alle parole di Anna e Amos converrete che non c’è molto altro da aggiungere.

Uomini (pochi) che devono piantare alberi (tanti) per salvare montagne e luoghi

[Illustrazione di Beatrice Mulazzani, tratta da www.behance.net.]

Quando penso che un uomo solo, ridotto alle proprie semplici risorse fisiche e morali, è bastato a far uscire dal deserto quel paese di Canaan, trovo che, malgrado tutto, la condizione umana sia ammirevole. Ma, se metto in conto quanto c’è voluto di costanza nella grandezza d’animo e d’accanimento nella generosità per ottenere questo risultato, l’anima mi si riempie d’un enorme rispetto per quel vecchio contadino senza cultura che ha saputo portare a buon fine un’opera degna di Dio.

Forse molti di voi avranno riconosciuto questo passo, vista la fama del racconto del quale è il capoverso (quasi) finale: “L’uomo che piantava gli alberi” di Jean Giono, pubblicato la prima volta nel 1953, la storia del vecchio e solitario contadino Elzéard Bouffier che passa il tempo piantando querce e faggi nella sua regione spopolata e inaridita tra le montagne della Provenza e così, pur con un gesto talmente semplice, in pochi anni la fa rinascere:

Dove nel 1913 avevo visto solo rovine, sorgono ora fattorie pulite, ben intonacate, che denotano una vita lieta e comoda. Le vecchie fonti, alimentate dalle piogge e le nevi che la foresta ritiene, hanno ripreso a scorrere. Le acque sono state canalizzate. A lato di ogni fattoria, in mezzo a boschetti di aceri, le vasche delle fontane lasciano debordare l’acqua su tappeti di menta. I villaggi si sono ricostruiti poco a poco. Una popolazione venuta dalle pianure, dove la terra costa cara, si è stabilita qui, portando gioventù, movimento, spirito d’avventura.

Quando il libro uscì, Jean Giono era uno scrittore poco noto in Italia e i messaggi d’amore per la Natura, nella letteratura che andava per la maggiore, non erano troppo frequenti. Ma già più di settant’anni fa Giono, raccontando la storia del contadino Elzéard Bouffier, aveva voluto rimarcare l’importanza di una riconciliazione dell’uomo con la Natura, dell’importanza di essa non solo per la mera qualità della vita delle persone ma pure del territorio stesso, rimarcando la necessità di intessere una relazione equilibrata tra l’ambiente naturale e la presenza umana al fine di elaborare, con l’armonia dei due elementi, il paesaggio più bello e vivo possibile.

[Jean Giono in una fotografia degli anni Trenta-Quaranta.]
Poi, poco dopo l’uscita del libro, vennero gli anni Sessanta e il boom economico che sparse benessere materiale ma distrusse viepiù ambienti e paesaggi, moltiplicando i territori spopolati e desolati come quello in cui viveva il contadino Bouffier. Tuttavia è cresciuta anche la sensibilità ambientale e ecologista, l’attenzione per la Natura, la conoscenza delle sue dinamiche ecosistemiche dalle quali qualsiasi creatura vivente dipende, e l’uomo forse più di tutte. Eppure, ancora oggi, a contrastare certi palesi scempi ambientali, certe distruzioni dei territori naturali, certi sfruttamenti sconsiderati del paesaggio, spesso sono pochi, a volte pochissimi, in certi casi una sola persona, che sappiano manifestare «costanza nella grandezza d’animo e accanimento nella generosità» e con la loro azione riescano a fermare quei crimini, quando invece la loro evidente dannosità dovrebbe generare vaste masse critiche e suscitare moti di popolo veementi nella consapevolezza delle conseguenze altrimenti da affrontare.

Invece no.

Ricordate ciò che disse Alex Langer nel 1994, «La conversione ecologica potrà affermarsi soltanto se apparirà socialmente desiderabile»? Ecco, evidentemente come società facciamo ancora molta fatica a desiderarla, nonostante la sua necessarietà sia indiscutibile. Abbiamo ancora bisogno di tanti, tantissimi Elzéard Bouffier che si mettano a piantare alberi lì dove qualcuno vorrebbe cancellarli per sfruttare e svendere meglio i territori a discapito di qualsiasi tutela ambientale, sociale e culturale. Ne abbiamo bisogno per capire, e cito ancora Giono:

Come gli uomini potrebbero essere altrettanto efficaci di Dio in altri campi oltre alla distruzione.

Come parlare “bene” di ambiente e clima al netto di negazionismi e catastrofismi, con Telmo Pievani

In un bell’articolo dal titolo Due forme di anticatastrofismo pubblicato il 4 maggio scorso nella sua newsletter “Una balena mi disse” – ospitata dalla notevole rivista multimediale “Lucy sui mondi[1]Telmo Pievani (il quale credo non abbia granché bisogno di presentazioni) ragiona sull’attuale crisi della divulgazione ambientale e climatica e di come il dibattito pubblico sul climate change, non tanto a livello di contenuti quanto di interlocuzioni collettive – sia sostanzialmente ad un punto non ancora morto ma certamente comatoso. Le persone non hanno più voglia di ascoltare discorsi sul clima, e se da un lato c’è chi smorza l’informazione rendendo più digeribili gli allarmi, dall’altro chi grida all’apocalisse menzognera. Del clima, scrive Pievani nell’articolo,

Ne osserviamo e ne patiamo gli effetti – cioè fenomeni meteorologici estremi sempre più frequenti e più intensi che aggravano il nostro già pessimo dissesto idrogeologico, e adesso arrivano i mesi delle ondate di calore, delle siccità e degli incendi – ma tacciamo sulle cause. Il gioco psicologico di massa consiste nel far finta, ogni volta, che sia un’emergenza, una calamità, un disastro naturale ineluttabile, il capriccio di una Natura matrigna che da milioni di anni si comporta nello stesso modo. Arriva la Protezione Civile, piangiamo le vittime, chiediamo i fondi speciali, ci lamentiamo perché la scienza non aveva previsto esattamente il luogo e l’ora, i politici di tutti gli schieramenti si riempiono la bocca di “prevenzione”, fino alla prossima catastrofe. E si ricomincia daccapo.»

Quindi che fare?

Ormai da diversi anni abbiamo imparato che quando raccontiamo la crisi ambientale dobbiamo, al contempo, essere onesti intellettualmente e non minimizzare in alcun modo la gravità della situazione (le emissioni globali continuano ad aumentare, e con esse i guai che ci attendono), ma anche offrire prospettive di azione, spiegare l’efficacia delle soluzioni di adattamento e mitigazione, raccontare storie positive di resilienza e rigenerazione. […] Basterebbero l’etica e il buon senso. Se da un esame clinico scopriamo di avere un problema di salute, certamente non dobbiamo farci prendere dallo sconforto, dalla paralisi e dalla disperazione, perché peggioreremmo la situazione. Dobbiamo agire e curarci, aiutando il nostro sistema immunitario. Ma allo stesso tempo sarebbe alquanto irragionevole negare l’evidenza e prendersela con il medico che ha firmato il referto dandogli del catastrofista. Il punto sta proprio qui: mentre una malattia ci riguarda direttamente e attiva i nostri meccanismi di allarme e difesa, non riusciamo a immaginare che la febbre del pianeta sia davvero una minaccia per la nostra salute e per il benessere di chi verrà dopo di noi.

Potete leggere l’articolo nella sua interezza – e leggetelo, perché meritaqui.

[1] L’articolo è stato ripreso anche da Alessandro Gogna sul suo “GognaBlog”, qui.

Un’ennesima ciclovia che sfregia le montagne «per rispettarne l’ambiente e le identità storico-culturali»

[Veduta verso oriente della Valle di Biandino, con il Pizzo dei Tre Signori sullo sfondo. Immagine tratta da www.riccisportivi.it.]
L’amico Roberto Bergamini mi ha fatto pervenire alcune immagini fotografiche, scattate la scorsa settimana, dei lavori della nuova ciclovia che dalla Bocca di Biandino, nell’omonima valle, sale verso la Bocchetta del Camisolo, sulle Alpi Orobie occidentali (Valsassina, provincia di Lecco). Si tratta di un’ennesima porzione della cosiddetta “Transorobica”, il «progetto di recupero delle antiche vie di comunicazione tra le sponde lecchesi, valtellinesi e bergamasche delle Orobie» che già da qualche stagione è in corso: si legga qui al riguardo.

Secondo i proponenti, il progetto risponderebbe alla «necessità di una ricostruzione vocativa del territorio (che) diviene pertanto punto di partenza per una macroprogettazione in scala sovralocale in grado di mettere a sistema le numerose peculiarità storico/identitarie, fornendo percorsi turistici dedicati al territorio e alle sue caratteristiche, coerenti con modelli sostenibili, di rispetto dell’ambiente, dei paesaggi e delle identità storico/culturali.» Ora, al di là dell’arzigogolato politichese utilizzato in tale brano (qualcuno è lessicalmente ancora fermo agli anni Settanta del Novecento, evidentemente), non ci si può non chiedere chi abbia formulato la “necessità” suddetta alla quale il progetto risponderebbe. «Necessità di ricostruzione» di cosa, scusate? O forse, di nuovo, piuttosto di porsi una domanda su ciò che serve realmente ed è contestuale al territorio in oggetto ci si è dati prima la risposta e poi si è funzionalmente costruita la domanda più consona?

[Veduta verso sud ovest della Valle di Biandino. La nuova ciclovia sale sul versante a sinistra della foto, nei pressi del bosco al centro. Immagine tratta da www.riccisportivi.it.]
D’altro canto il senso concreto del progetto, alla faccia delle peculiarità storico-identitarie, della sostenibilità, del rispetto dell’ambiente e tutto il resto di solito, viene palesato nelle righe successive: «Le Comunità Montane di riferimento hanno collaborato nella stesura di un progetto rivolto al recupero dei tracciati storici intervallivi al fine di un potenziamento turistico in chiave escursionistica e cicloescursionistica MTB (con differenti gradi di difficoltà), proponendo otto specifici itinerari denominati “Transorobiche Occidentali”, collegati a loro volta da percorsi secondari realizzando infine un percorso di dorsale denominato “Dorsale Orobica Occidentale”, di collegando del territorio montano lecchese tra Colico e Lecco.» Eccolo il vero motivo del progetto: fare business turistico, utilizzando quello che ormai è stato eletto come il principale modello estivo di turistificazione dei territori naturali in alternanza a quello invernale dello sci da discesa, il cicloescursionismo appunto. Una turistificazione che di sicuro non valorizza affatto le montagne che ne vengono assoggettate ma, evidentemente, è fatta per “valorizzare” qualcos’altro – spendendo soldi pubblici, peraltro.

Come mi ha scritto Roberto a corredo delle immagini fotografiche, «Le ruspe stanno distruggendo il sentiero 40 che sale alla Pio X – un rifugio privato posto sul versante in questione, n.d.L. – abbattendo alberi e stravolgendo il bosco. La larghezza del tracciato è di circa 2 metri e quindi potrà essere percorsa anche dai fuoristrada andando contro la malsana idea originale di una ciclabile con pendenze poco consone ai ciclisti.» Questo lo state di fatto reale, e per giunta l’osservazione finale sui lavori è del tutto coerente con ciò che accade in altri interventi simili, con i quali si stanno costruendo itinerari per cicloturisti che sembrano molto più adatti a moto e autoveicoli invece che a biciclette pur a pedalata assistita.

Infine, ecco il maldestrissimo tentativo di “giustificazione” degli enti che stanno promuovendo i lavori, probabilmente perché ben consci della loro variegata discutibilità: «Attraverso questi percorsi “lenti”, si vuole proporre un’alternativa in grado idealmente di ristabilire le connessioni tra i centri abitati posti sulle varie sponde orobiche, attive in passato in ambito lavorativo/commerciale e sociale ed oggigiorno quasi totalmente scomparse.» Connessioni scomparse? È un’affermazione inaccettabile e priva di fondamento: i sentieri del territorio in questione, eccetto qualche raro tratto, sono tra i più frequentati della montagna lombarda e, peraltro, afferiscono all’itinerario della Dorsale Orobica Lecchese, o DOL dei Tre Signori, sulla quale io, Sara Invernizzi e Ruggero Meles ci abbiamo pure scritto una guida di notevole successo! Il sentiero 40 che da Biandino sale al Camisolo, coinvolto e distrutto dai lavori testimoniati da Roberto, è peraltro tra i più camminati dell’intera zona. Ma quali «connessioni scomparse»!?!

Mi pare evidente che si voglia far credere qualcosa che non è reale e sostenibile pur di giustificare pesanti interventi di turistificazione dei territori coinvolti essi sì largamente insostenibili!

[Il sentiero 40 nel suo aspetto naturale originario.]
Posto tutto ciò, e pure al netto degli aspetti tecnici, ambientali, politici, amministrativi del singolo caso e del progetto in generale, risorgono di nuovo, spontanee e prepotenti, le domande che già altre volte ho posto: ma veramente c’è bisogno di tutti questi percorsi cicloturistici sulle montagne?

Solo perché diventate business turistico gradito a “qualcuno”, le MTB devono proprio arrivare ovunque, e dove fino a oggi si è logicamente giunti a piedi, come la montagna vera richiede di fare?

E c’è realmente la necessità di renderne molti delle vere e proprie strade, ben spianate e private di qualsiasi irregolarità, così che ci possano transitare anche i ciclisti meno abili, come sono spesso i turisti che in montagna ci passano le vacanze?

Quali sono i veri scopi di chi sta turistificando in questi modi così pesanti, invasivi e sovente degradanti le montagne, senza prima chiedere a nessuno e sostanzialmente senza che ci si possa opporre?

Chi ci guadagna realmente in tutto ciò?

[Foto di Adrián Gómez – Millán Díaz da Pixabay.]
Il timore è che pochissimi ci guadagnino mentre chiunque altro – il territorio, l’ambiente, il paesaggio, le comunità locali, i turisti che intendono frequentare i luoghi in modi consapevoli e veramente sostenibili – ci perderà e ne ricaverà dei danni più o meno evidenti, più o meno gravi. Alla faccia – ribadisco – dell’ambiente, del paesaggio, delle identità storico-culturali, delle comunità locali, del turismo veramente sostenibile… e di chiunque abbia realmente a cuore le montagne.

«Ambientalisti da salotto» vs «montanari duri e puri»

[Immagine generata con Google Gemini AI.]
Se trovo assolutamente stupida l’espressione «ambientalisti da salotto» che leggo ancora di frequente in giro – anche perché vi sono ambientalisti di quel “genere” che hanno fatto cose eccelse a favore degli spazi naturali e, nello specifico, delle montagne – trovo altrettanto stupida l’esaltazione, parimenti frequente, del montanaro quale “difensore incrollabile” delle sue montagne: ho conosciuto frotte di montanari “duri e puri” che non hanno esitato un istante a svendere le proprie montagne al primo immobiliarista o impiantista di passaggio, figuriamoci!

Quindi, suvvia, siamo seri e vediamo di usare il buon senso nel discernere veramente e motivatamente chi-fa-cosa evitando qualsivoglia insulsa polarizzazione, utile solo a certe frange di stupidi (appunto) e a certa politica ideologica che le alimenta – e pensa di farsi forte con i loro sbraiti. I territori naturali, antropizzati o meno, e le montagne sono altrove, dove vi siano cittadini attenti all’ambiente anche se vivono in grandi centri urbani e montanari profondamente consapevoli di ciò che sono le loro montagne, entrambi sensibili alla realtà delle cose e al miglior rapporto possibile tra uomo e Natura. E queste persone, “diverse” ma uguali, devono poter parlarsi, discutere, confrontarsi, riflettere insieme, agire insieme in modalità compiutamente metromontana.

Tutti gli altri è bene che restino a languire nella loro sterile insipienza.