Lasciare il cuore nel Vallone delle Cime Bianche, o lasciarci la dignità

Chiunque salga nel Vallone delle Cime Bianche e sappia relazionarsi tanto con la sua straordinaria bellezza naturale quanto con le innumerevoli specificità culturali comprendendone il valore inestimabile, lassù ci lascia il proprio cuore.

Chi invece sale nel Vallone e si dimostra incapace – geneticamente o volontariamente oppure no, la sostanza non cambia – di capire il luogo e la sua importanza fondamentale non solo per il territorio circostante e la comunità locale ma, emblematicamente, per tutte le nostre montagne, lassù penserà solo di lasciarci cose, possibilmente utili ai propri interessi.

Cioè funi e pali d’acciaio, strade, scavi, tubi, cabine, stazioni e quant’altro di necessario alla serie di impianti funiviari che ci vorrebbe piazzare la Regione Valle d’Aosta i quali, inevitabilmente viste le peculiarità geomorfologiche del Vallone, lo distruggeranno e lo degraderanno a banale spazio montano sfruttato per meri affarismi sciistico-turistici.

Ma chi non coglie la bellezza e i valori molteplici delle Cime Bianche, non coglie nemmeno se stesso. Perché per devastare un luogo del genere occorre che a essere già devastati siano la dignità, la coscienza, la relazione con le proprie montagne, il buon senso, la visione del futuro per sé e soprattutto per le future generazioni. Le quali ben difficilmente si sentiranno parte di un paesaggio così sfruttato e degradato, contribuendo a degradarlo ancora di più oppure andandosene disgustate.

[Cliccate sull’immagine per vedere il servizio.]
Devastare il Vallone delle Cime Bianche significa sfregiare il volto della propria gente e ferirne l’anima. Per questo mi auguro di tutto cuore che da giornate meravigliose come quella di sabato scorso (vedi sopra il servizio del TGR Valle d’Aosta), nella quale in centinaia ci siamo trovati per ribadire la difesa a oltranza del Vallone, nonché da qualsiasi altra azione messa in atto al riguardo, scaturisca non solo la salvaguardia delle Cime Bianche ma, ancor più, la tutela del futuro di tutte le nostre montagne e di chiunque le abiti e frequenti consapevolmente.


LUNGA VITA AL VALLONE!

In cammino per le Cime Bianche e per tutti noi

Le montagne di adesso. Violentate e sporche. Invase come un supermarket, vendute come volgare merce, comperate e divorate con l’avidità di consumare tutto.

[Bianca di Beaco in Le montagne del ricordo, su “Liburnia”, annuario della sezione di Fiume del Club Alpino Italiano, 1982.]

Tornano alla mente anche le parole di Bianca di Beaco – grande alpinista, ecologista ante litteram, tenace e rispettosa difenditrice dei diritti civili, persona di grandi doti intellettuali e umane – pensando a come vorrebbero devastare il meraviglioso Vallone delle Cime Bianche piazzandoci le ennesime funivie per ingrassare il business dell’industria dello sci, veramente violentando e vendendo un territorio e un paesaggio di immenso valore naturalistico e identitario «come volgare merce, comperato e divorato con l’avidità di consumalo tutto» spendendo centinaia di milioni di Euro di soldi pubblici. Così vendendo e consumando non solo l’anima del luogo ma pure quella di chi lo abita, lo vive, lo frequenta, lo ama. Un delitto nel senso più compiutamente umanistico del termine, insomma.

Per questo il Vallone delle Cime Bianche ha bisogno di essere difeso da chiunque ami le montagne, e domani mi auguro che saremo in tanti a manifestare questa volontà di tutela con “Una Salita per il Vallone 6”: nelle immagini lì sopra vedete come lo potremo fare. Perché – lo ribadisco una volta ancora – salvaguardare le Cime Bianche significa tutelare tutte le nostre montagne e con loro noi stessi, tutti quanti.

1 agosto 2026: per capire che salvare il Vallone delle Cime Bianche è salvarne l’anima e quella di noi tutti

Bisogna capire che salvare il paesaggio della propria terra è salvarne l’anima e quella di chi l’abita.

Così scriveva nel 1962 Andrea Zanzotto, uno dei più importanti poeti e letterati italiani del secondo Novecento, che già allora aveva compreso il pericolo insito nel boom economico e nella cementificazione selvaggia di ogni ambito naturale sfruttabile e “valorizzabile”. Leggere queste parole più di sessant’anni dopo e dover constatare che ancora si possa pensare di “uccidere” il paesaggio rimasto intatto e libero da antropizzazioni eccessive senza comprendere la gravità presente e ancor più futura di un tale atto, come se la nostra civiltà non avesse costruito già fin troppo ovunque, è inquietante e rabbrividente. E lo è in misura maggiore quando ad essere minacciati da certe devastazioni sono territori di grande pregio ambientale come quelli montani, nonostante le misure di tutela attive e, pure qui, come se tra i monti non si sia costruito già abbastanza, spesso degradando interi luoghi per assoggettarli – soprattutto – al turismo di massa.

Il Vallone delle Cime Bianche, in Valle d’Aosta, è un esempio particolarmente emblematico di ciò, anche per come si tratti di un lembo di territorio d’alta quota di bellezza assoluta posto tra versanti già ampiamente sfruttati da impianti e piste da discesa. Qualsiasi persona dotata di senno, sensibilità e buon senso civico comprenderebbe all’istante il perché, per le circostanze suddette, il Vallone sarebbe da tutelare in maniera ancora più stringente che altri luoghi, mantenendo intatto il suo inestimabile paesaggio alpestre. Invece, ancora, come fossero fermi al secolo scorso, alcuni personaggi continuano a voler imporre al Vallone un devastante mega-impianto funiviario al solo scopo di unire i comprensori sciistici di Cervinia-Valtournenche e del Monterosa Ski.

La distruzione della Natura montana per puro lucro, insomma, senza alcuna attenzione per il suo valore paesaggistico, ambientale, culturale, sociale, senza nessuna cura per ciò che rappresenta nel presente e nel futuro di questo lembo delle Alpi occidentali. Cito ancora Zanzotto:

Mai come oggi l’uomo si è staccato dalla Natura, che oggi troviamo morente, condannata. Non ci sono parole sufficienti a parlare delle devastazioni del paesaggio.

Ecco, non ci sarebbero parole sufficienti per parlare della possibile devastazione del Vallone delle Cime Bianche, ma non saranno abbastanza sufficienti le azioni da mettere in atto per difenderlo e tutelarlo da progetti così insensati. Ancor più perché in questo caso gli uomini che si sono staccati dalla Natura – delle proprie montagne – sono i governanti della Valle d’Aosta: coloro che dovrebbero rappresentare i primi e più acerrimi difensori delle montagne valdostane da distruzioni del genere sono invece i principali promotori della loro distruzione. Non ci sono parole, appunto.

Ma un’azione da mettere in atto, prossimamente, c’è ed è ormai tra le più attese da parte di chi ha realmente a cuore il destino delle montagne: la sesta edizione di “UNA SALITA PER IL VALLONE”, la camminata promossa dal Progetto Fotografico “L’Ultimo Vallone selvaggio. In difesa delle Cime Bianche”, e dal Comitato “Insieme per Cime Bianche”, che annualmente raduna centinaia di sostenitori della causa di conservazione del Vallone per manifestare concretamente il sostegno alla causa e rappresentare fattivamente la massa critica che chiede di non svendere, svilire e distruggere il Vallone.

Quest’anno si terrà sabato 1° agosto: parteciparvi è importante perché è un bellissimo evento e perché, come ho detto più volte e ribadisco, quello delle Cime Bianche è uno dei casi più emblematici di «assalto alle Alpi» in corso: difendere il Vallone, e vincere la battaglia per la sua tutela, significa difendere e tutelare ogni altro luogo sottoposto a simili minacce sulle nostre montagne.

Dunque, ci vediamo sabato 1° agosto prossimo alle ore 08:30 a Saint Jacques, in Val d’Ayas. Nelle immagini trovate tutte le informazioni utili per partecipare.

LUNGA VITA AL VALLONE DELLE CIME BIANCHE!

Per contribuire alla difesa del Vallone:

Qui invece trovate alcuni dei numerosi articoli che nel tempo ho dedicato al Vallone delle Cime Bianche e alla causa in sua difesa e conservazione. Se tuttavia cercate nel blog ne trovate altri.

Il turismo che consuma le montagne e arricchisce pochi, oggi e mezzo secolo fa

[Immagine tratta da www.visitalbaredo.it.]

Per ora il turismo, questo vale per tutta la Valtellina, è una faccenda che serve ad arricchire pochi operatori, per di più di estrazione non locale, operatori che, essendo estranei al modo di pensare o di vedere le cose specifiche dei luoghi e delle popolazioni locali, sfruttano al massimo ed in modo irrazionale le uniche risorse disponibili: le bellezze naturali e le opere realizzate dall’uomo nel tempo (vedi via Priula) portando ad un rapido esaurimento delle risorse, senza preoccuparsi del futuro dei luoghi e della gente che ci vive.

All’inizio degli anni Settanta del Novecento ad Albaredo, nelle Valli del Bitto (Alpi Orobie valtellinesi), nasceva un gruppo di giovani che si denominò “Comunità ‘74” e iniziò un impegnativo lavoro di difesa e valorizzazione della cultura locale e del paesaggio naturale della Valle, avendo ben chiara la realtà turistica che già al tempo si sta sempre più delineando, come si evince leggendo la citazione lì sopra, tratta da uno scritto del gruppo.

Purtroppo, quel tempo di allora è sostanzialmente lo stesso di oggi, persino aggravato da ulteriori speculazioni materiali e immateriali nel frattempo sviluppatesi: e quando qualcosa di detto o scritto della realtà di mezzo secolo e più fa vale ancora oggi, è inesorabilmente un brutto segno. Peraltro le parole dei ragazzi di Albaredo erano coeve a quelle di un altro grande valtellinese, Antonio Cederna, che negli stessi anni denunciava «L’aggressione della montagna in presenza dell’avidità e del cinismo di speculatori e costruttori, dell’ignoranza e della mancanza di sensibilità di tanti cittadini comuni, dell’assenza di cultura e di senso di responsabilità di molti politici». Be’, in molte località (valtellinesi e delle montagne italiane in genere) siamo ancora fermi lì, a quello – a questo stato delle cose, alla montagna da “valorizzare” cioè mettere a valore e (s)vendere, occupare, sfruttare, consumare senza preoccuparsi di niente e nessuno, come allora e più di allora.

Ma se operatori, speculatori, costruttori e politici pensano solo a perpetrare questo stato delle cose al fine di ricavarci i propri tornaconti*, non resta che a noi di cambiare la situazione e difendere le nostre montagne, il loro ambiente naturale, le comunità di cui facciamo parte, il futuro che ci aspetta. È un diritto e dovere che dobbiamo a quel patrimonio collettivo inestimabile che le montagne sono, e che dobbiamo a noi stessi che vogliamo continuare a viverle e frequentarle in modo equilibrato e sostenibile.

[Immagine tratta da www.visitalbaredo.it.]
Tornerò presto a scrivere della Valle del Bitto di Albaredo e della Via Priula, territorio montano bellissimo e genuinamente emblematico ma a sua volta sottoposto a iniziative, se non già «aggressioni», a dir poco opinabili, e lo farò con consoni dettagli e approfondimenti.

*: tornaconti che possono essere certamente legittimi ma che non è detto che al contempo siano consoni e benefici per i luoghi che ne vengono fatti oggetto.

Siamo dunque, come sempre, fermi al turismo selvaggio

[Cliccate sull’immagine per leggere l’articolo in forma completa.]

Siamo dunque, come sempre, fermi al turismo selvaggio, convenzionale, meccanizzato, che distrugge ogni prestigio dell’alta montagna e non porta alcun beneficio alle popolazioni.

Questa e altre che potete leggere nell’articolo qui sopra sembrano affermazioni scritte oggi, e invece sono di più di mezzo secolo fa, del 1975, e le proferì Antonio Cederna, grande intellettuale che con drammatica preveggenza capì prima di molti altri ciò che la turistificazione sempre più esasperata avrebbe comportato per le montagne.

Certo turismo, che qualcuno ha il coraggio, o la stupidità, di definire l’unico in grado di garantire “un futuro” ai territori montani (e non penso solo a quello sciistico), è in realtà fermo, immobile, inerte: la zavorra che li tiene ancorati a un passato non solo totalmente obsoleto ma pure degradante e dunque inesorabilmente devitalizzante. Se può essere ben difficile dirsi contrari a un turismo – di qualsiasi genere – ben pensato e consono allo spazio e al tempo nel quale si manifesta, è un dovere sociale, civico, morale e culturale avversare qualsiasi frequentazione turistica che appaia fuori contesto, impattante, insensata rispetto alle montagne e ai territori naturali che intende assoggettare.

Si noti, peraltro, che Cederna parlava di distruzione del «prestigio» dell’alta montagna, cioè sicuramente del suo ambiente e del suo paesaggio ma al contempo della sua cultura, della sensibilità per la sua bellezza naturale, dell’equilibrio ecologico, della cura e del rispetto di cui abbisogna, della consapevolezza verso la sua realtà, della relazione che vi intratteniamo vivendola o frequentandola – tutti elementi che fanno il prestigio della montagna e se ne alimentano. Invece, certo turismo odierno svilisce e si riduce a una convenzione meramente ludico-ricreativa delle più banali, fatta di «just fun», «no limits» e via dicendo, come se, la montagna fosse solo un divertimentificio del quale fruire per svagarsi e basta, con tutto il resto a fare da mero corollario se non a dare fastidio.

[Immagine tratta da www.ilgiornaledellarte.com.]
A volte, quando si parla di alta montagna, si cita più o meno impropriamente il termine «wilderness». Be’, Cederna ci ha fatto capire con insuperabile chiarezza che troppo spesso è la presenza dell’uomo in quota a rappresentare l’aspetto più selvaggio e nel senso peggiore del termine.

Eppure, se invertire tale rotta altrimenti diretta a un diffuso disastro può sembrare complicato, e in effetti lo è dal punto di vista materiale, cominciare l’inversione è un atto semplicissimo: basta pensare usando il buon senso. Che d’altro canto so bene che per alcune persone troppo occupate a conseguire vantaggi e tornaconti e a osservarsi l’ombelico sia qualcosa di difficilissimo da fare: ma è un problema loro, non certo delle montagne e di chi ne ha a cuore il futuro.