[Ho già commentato i contenuti di questo articolo, e le dichiarazioni della Presidente ANEF, qui.]Posto che si tratta di una stupidaggine sesquipedale che loro stessi sanno essere falsa, come già dimostra quel «forse», proferita da chi evidentemente non ha argomenti migliori per cercare di difendere i propri interessi (legittimi peraltro, fino a che non diventino dannosi per i territori coinvolti e deleteri per le loro comunità), nelle affermazioni di questo genere risultano sconcertanti, e non di meno inquietanti, la citata semplificazione estrema, la banalizzazione degli argomenti e dei contesti, anzi, l’assenza totale del senso dei contesti, l’evidente tentativo di polarizzazione delle posizioni perché quando non si hanno argomenti validi da sostenere si ha bisogno di un nemico da attaccare – proprio come fa la miserevole politica contemporanea. Il tutto sulla “pelle” delle montagne, totalmente assenti (fateci caso) nelle affermazioni suddette se non attraverso trite e ritrite frasi fatte nonché concepite unicamente come spazi invariabilmente da sfruttare e dai quali ricavare tornaconti, e parimenti con l’assenza delle comunità, che devono solochinare il capo e assoggettarsi ai progetti imposti da chi verso di esse probabilmente si crede superiore, dunque indiscutibile e meritorio della più ampia gratitudine.
In verità non serve dire che di progetti e iniziative di sviluppo e sostegno di una frequentazione turistica delle montagne ben più consapevole, responsabile e ambientalmente sostenibile di quella proposta dai soggetti sopra citati ce ne sono a centinaia, altro che montagne abbandonate dove non va nessuno! Dai Villaggi degli alpinisti – Bergsteigerdörfer ai Villaggi Montani Certificati del CAI, agli innumerevoli progetti di rigenerazione territoriale sviluppati nelle Alpi e in Appennino, alla “Carovana dell’Accoglienza Montana”, parte della “Carovana delle Alpi” di Legambiente, che per di più si è data l’obiettivo di misurare il “Valore Aggiunto Comunitario” generato dal turismo sostenibile. Cioè quello che, tutelando fattivamente i territori, sostiene realmente le comunità valorizzando in modo veramente benefico la montagna, contro chi invece la vuole solo “mettere a valore” (l’accezione con la quale quelli utilizzano così spesso il termine «valorizzazione») piazzando funivie e infrastrutture d’ogni sorta per appicciargli un prezzo e venderla sul mercato turistico, esattamente come una località balneare o un parco divertimenti. Perché «Se non avessimo gli impianti, l’alta quota resterebbe a uso esclusivo di chi può raggiungerla con le proprie gambe» (sempre parole – deliranti, dal mio punto di vista – della Presidente di ANEF). Eh già, perché in montagna mica ci si può andare a piedi, quando mai! A questo punto riempiamo il mare di piattaforme galleggianti e passerelle pedonali, sennò resta a uso esclusivo di chi sa nuotare!
[In questa rappresentazione generata con l’AI, ecco come forse certi soggetti preferirebbero trasformare il Vallone delle Cime Bianche nonostante sia uno degli ultimi territori privi di turistificazioni in Valle d’Aosta e le rigide norme di tutela ambientale che in forza di ciò lo proteggono, nel quale peraltro ci vanno molti escursionisti appassionati, siano essi ambientalisti o no. Quale delle due versioni preferite voi?Be’, inesorabilmente la pochezza di pensiero prima o poi finisce per cadere nel ridicolo: bisogna ammettere che certi soggetti sanno benissimo minare la propria credibilità da soli, senza bisogno di aiuti esterni. E a pensare che costoro hanno in mano una certa parte delle sorti delle montagne un po’ di brividi vengono! Di contro la suddetta pochezza di pensiero delinea pure, da un lato, la grande debolezza generale delle azioni che ne derivano (da me a da altri già dimostrata con dati oggettivi varie volte), e dall’altro lato la certezza che la sua manifestazione mediatica non identifica affatto tutti gli operatori turistici, i quali poi, spentasi l’eco di quella propaganda strumentale, si ritrovano a sostenere le innumerevoli crescenti criticità che il turismo montano oggi presenta, e non solo nella stagione invernale.
Fatto sta che qui, palesemente, l’unico territorio vuoto e abbandonato è quello del buon senso, della decenza, del rispetto verso le montagne, del senso del limite e della misura, e non certo dagli “ambientalisti” (chi sono costoro, poi? Ne ho scritto qui) ma dai soggetti che in forza dei propri interessi pretendono di spadroneggiare economicamente (e non solo) i territori montani, insieme ai loro sodali pubblici e privati. Peccato, perché se tali soggetti fossero ben più sensati e responsabili nelle proprie idee e nelle azioni messe in atto, chiunque ne ricaverebbe benefici concreti: loro stessi, le montagne, le comunità, gli ambientalisti, i turisti e i gitanti. Invece, un atteggiamento così bieco e gretto, ampiamente basato su superficialità e falsità, strumentalizzato, polarizzato e funzionale a scopi che nulla hanno a che fare con la realtà delle nostre montagne, genera solo danni a tutti. Inevitabilmente.
[L’Aletschgletscher, il più grande ghiacciaio delle Alpi. Foto di Ernst Bürki su Unsplash.]Con la fine della stagione calda dell’anno, e dunque del periodo di fusione dei ghiacci sulle nostre Alpi, arrivano puntuali i vari report su come siano andate le cose per i ghiacciai e sul loro stato. Inutile rimarcare che, dopo l’estate rovente appena conclusa, la situazione sia «catastrofica», con decine di metri di sviluppo e spessore di ghiaccio persi in poche settimane, milioni di metri cubi fusi, miliardi di litri d’acqua potabile dissipati. Una situazione talmente inquietante e rabbrividente da… scivolare via come nulla fosse, nei discorsi dell’opinione pubblica e nei nostri pensieri: in grado tutt’al più di suscitare qualche attimo di angoscia che rapidamente svanisce per far posto ad altro, nella nostra mente.
In effetti anche quest’anno i report sullo stato dei ghiacciai ribadiscono una situazione che dura da decenni: ormai lo sanno anche i sassi che i ghiacciai stanno fondendo e svanendo dalle nostre montagne. Così, quei report tanto angoscianti quanto ripetitivi sono diventati “normali” ovvero monotoni, al punto che, ritenendoli ovvi e risaputi, ci lasciano sostanzialmente indifferenti, come accade inevitabilmente per qualsiasi cosa detta e ridetta infinite volte: ci entra da un orecchio e ci esce subito dall’altro, con la mente che riesce a trattenere sempre meno del messaggio comunicato e, anche quando lo trattenga, lo consideri ben poco.
Questo è, risaputamente, il grande problema della comunicazione scientifica. In fondo è da più di mezzo secolo che la scienza ci sta mettendo in guardia dai cambiamenti climatici e dalle conseguenze che ne subiremo, ma con il passare del tempo, invece di acquisire sempre più cognizione responsabile sulla questione proporzionalmente alla crescita in quantità e qualità dei dati che ne attestano la realtà, ne siamo sì tanto più consapevoli (si veda l’infografica sottostante) quanto meno consci, attenti, sensibili. Diventa sempre più probabile che la crisi climatica, nel suo divenire, si trasformi in una vera e propria catastrofe ambientale ma noi, pur essendone informati, facciamo sostanzialmente finta di nulla. Certo, ricicliamo la plastica, mettiamo i pannelli solari sui tetti, acquistiamo auto elettriche: ma la nostra mente, il nostro pensiero, il modus vivendi sul quale basiamo la nostra quotidianità sta veramente cambiando per come la scienza, i dati, i report climatici ci chiedono con sempre più insistenza di fare? Siamo in grado, come società, di desiderare veramente la conversione ecologica – per citare Alex Langer – necessaria al contrasto concreto degli effetti del cambiamento climatico? Oppure quei dati scientifici che attestano la gravità della crisi climatica ci inquietano sì per qualche istante ma poi troviamo ancora conveniente ignorarli perché troppo scomodi, troppo angoscianti in una quotidianità che di motivi di angoscia ne offre già fin troppi, perché non vogliamo elaborare la volontà di comprenderli veramente oppure, come detto, perché ormai ci danno noia e parecchio fastidio e poi «tanto non si può fare nulla» o «tanto che ci posso fare io»?
Siamo tutti quanti a bordo di un “Titanic” che si sta avvicinando sempre più al gigantesco iceberg che potrebbe affondarlo, ma continuiamo a ballare e far festa ovvero a pensare ad altro. Almeno sul Titanic – quello vero, partito dal porto di Southampton nell’aprile 1912 – avevano la nebbia come “scusante” per la fine tragica che poi hanno fatto, noi invece l’iceberg lo vediamo benissimo. Ma balliamo e facciamo altro. Magari alla fine l’iceberg devierà e ci risparmierà… magari qualcuno troverà il modo di salvare capra e cavoli e alla fine «andrà tutto bene».
O magari no.
È il grande, grosso, grave problema della comunicazione scientifica, ribadisco. Leggiamo i suoi report, capiamo ciò che riportano ma non li comprendiamo veramente, non ne ricaviamo consapevolezza, conoscenza e cultura. D’altro canto i ghiacciai fondono e spariscono, non avremo più a disposizione il loro fondamentale serbatoio idrico ma, per ora, l’acqua dai rubinetti di casa esce; le temperature continuano a aumentare e d’estate sfiorano ormai i 50° ma possiamo accendere il condizionatore e amen; i fenomeni meteo si fanno sempre più estremi e distruttivi, ma se il lunotto dell’auto viene distrutto da chicchi di grandine grossi come mele ci penserà l’assicurazione, e avanti così.
È una dinamica già nota e denominata, con espressione anglosassone, climate fatigue (in italiano porrebbe essere “stanchezza climatica”; ne ho scritto in altri termini anche qui), cioè una risposta psicologica e sociale molto complessa che si manifesta nell’opinione pubblica quando il flusso costante di informazioni allarmanti sul cambiamento climatico supera la capacità degli individui di elaborarle, assimilarle e agire di conseguenza, generando di contro dissonanza cognitiva, senso di impotenza, apatia, sovente cinismo – quello dei negazionisti in primis, i quali sanno benissimo quale sia la realtà dei fatti ma la negano per una cinica convenienza di parte.
Così, alla fine, il gigantesco iceberg cozza contro il Titanic ma tanto hanno detto e crediamo e siamo convinti che è “inaffondabile”, no? Dunque, cari orchestranti, andate pure avanti a suonare che noi continuiamo a ballare e a divertirci!
[Immagine generata con Google Gemini AI.]Be’, mi viene da pensare che la scienza, oltre a diffondere con chiarezza e comprensibilità inequivocabili i propri report con tutti i dati possibili e immaginabili su ciò che sta accadendo al clima, dovrebbe diffondere con altrettanta forza comunicativa dei report con dati oggettivi su ciò che riguardo il clima non sta accadendo a noi, alla nostra società, alla nostra (presunta) civiltà, così tecnologicamente avanzata eppure, a volte, così inopinatamente ottusa e cieca. Ma servirebbero pure altri report su quanto invece si sta facendo e sta funzionando contro il cambiamento climatico, e su cosa succede di positivo quando le persone vengono incluse come parti attive nei processi decisionali comunitari, dove l’impatto locale delle azioni collettive diventa visibile e misurabile.
Spesso la persona che vive lontana dalle montagne viene indotta a pensare che se lassù uno o più ghiacciai spariscono, ad essa non possa importare più di tanto, che la sua vita andrà avanti comunque senza troppi problemi. Forse, io credo, a non essere pienamente compresi non sono tanto i dati scientifici, che attestano l’effetto concreto di un fenomeno reale e in divenire come il cambiamento climatico, ma – per così dire – l’effetto dell’effetto: cosa succede, concretamente, se sulle montagne non ci sono più ghiacciai? E dove succede, chi coinvolge e con quali conseguenze pratiche? Viceversa cosa sta funzionando efficacemente per contrastare quegli effetti, e come si può partecipare attivamente a tali “soluzioni”?
[La Konkordiahütte, rifugio posto sopra il ghiacciaio dell’Aletsch, con la lunga scala metallica che oggi bisogna percorrerre per scendere sulla superficie glaciale. In origine il rifugio era posto ai margini del ghiacciaio, oggi la sua superficie è oltre 300 metri più in basso. Foto di Rebecca Cresch/Stefan Gafner tratta da www.sac-cas.ch.]Di sicuro, tornando ad Alex Langer, per rendere veramente desiderabile la conversione ecologica, e dunque per salvaguardare efficacemente il nostro mondo dalle conseguenze della crisi climatica, la prima cosa da fare è pensare quel desiderio, concepirlo, elaborarlo e farne un’idea e un principio. Ci manca la capacità – anzi: dimentichiamo di avere la capacità di saper sviluppare questo desiderio (forse anche perché stiamo via via smarrendo la capacità di pensare, che demandiamo ad altri per conto nostro), un po’ come molti passeggeri che erano a bordo del Titanic non hanno saputo desiderare di voler concludere il loro viaggio sani e salvi – perché sana e salva sarebbe giunta la grande e meravigliosa nave a New York, il porto d’attivo del suo viaggio.
Le inchieste che vennero svolte dopo il naufragio del Titanic stabilirono che la mancanza di preparativi per le emergenze aveva fatto sì che i passeggeri e l’equipaggio del Titanic fossero stati colti alla sprovvista, che l’equipaggio non era stato adeguatamente addestrato, che i tanti avvisi di iceberg ricevuti dalla nave vennero regolarmente sottovalutati, che vennero trascurate anche le richieste di aiuto della nave in difficoltà. Ecco: traslate e contestualizzate questa metafora alla situazione del nostro mondo e di noi che lo abitiamo nei confronti della crisi climatica in atto e converrete che ci sta praticamente a pennello. Con una sola differenza: i passeggeri e l’equipaggio del Titanic furono colti alla sprovvista, noi no. Siamo così annoiati, apatici, insensibili, indaffarati ogni giorno in mille altre cose (ma quante di esse sono veramente utili alla nostra esistenza quotidiana?) da non vedere l’iceberg che ci si staglia davanti sempre più vicino o da osservarlo e pensare che tutto sommato sia anche bello, così luccicante com’è, oppure da negare che ci sia, che sia un miraggio o una falsa prospettiva alla quale solo gli stupidi possono credere.
Funivie sempre più capienti e veloci, biciclette elettriche sempre più potenti, sci d’alpinismo con cingoli e ora persino esoscheletri per salire in vetta più veloci e correre più a lungo… per la montagna tutto questo significa “sviluppo” oppure degrado?
Attenzione: la domanda non sottintende che si debba essere contro la tecnologia e la sua evoluzione, anzi. Ma che si debba necessariamente mettere in dubbio quella tecnologia che disumanizza noi e il mondo nel quale viviamo, soprattutto quello del quale riconosciamo (se non siamo del tutto scemi) il valore peculiare. Come le montagne, appunto.
Già le Terre alte, ambito “naturale” per eccellenza, le abbiamo ampiamente artefatte fino a renderle un simulacro di “montagna” spesso grottesco – basti pensare alla piste da sci di neve artificiale stese tra i prati. Ora, evidentemente, pensiamo di rendere sempre più artificiale anche la nostra frequentazione dei territori montani, forse perché stiamo parimenti perdendo la capacità di comprendere il loro valore e il senso profondo del frequentarli e del godere delle loro bellezze. Di viverle veramente, insomma.
Rifiutiamo la loro natura senza capire che così rifiutiamo noi stessi che siamo Natura. Pensiamo alle montagne come a un mero contenitore funzionale al nostro piacere ludico-ricreativo, uno strumento da utilizzare che, in quanto tale, va fruito con altri strumenti sempre meno contestuali e razionali ma più comodi ai nostri scopi, appunto. Comodi soprattutto se ci fanno ottenere lo scopo facilmente e senza troppa fatica: ecco dunque le biciclette a pedalata assistita, gli sci con i cingoli, l’esoscheletro da indossare… tutte cose vantaggiose, certo, ma fino a che punto pure lecite?
È più furbo chi le utilizza o è più scemo chi ne fa a meno? E tra i due chi può dire di stare veramente in montagna, chi ci si diverte realmente di più?
[Alcuni escursionisti che camminano senza – poveri scemi! – utlizzare esoscheletri o altre cose simili. Immagine tratta dalla pagina Facebook “Valtellina Trekking“.]Be’, per quanto mi riguarda, tali domande sono del tutto retoriche. A questo punto, tanto vale restarsene a casa a camminare su un tapis roulant oppure a pedalare su una bici da spinning indossando un visore per la realtà virtuale che ci faccia “salire” su tutte le montagne che vogliamo! Otterremo formalmente lo stesso risultato ludico-ricreativo, lo stesso divertimento e appagamento, senza muoverci dalle nostre città e alla fine spendendo meno soldi. Non solo: potremo pure vantarci di essere dei “difensori dell’ambiente”, salvaguardando le montagne dall’inquinamento turistico, dalla banalizzazione culturale eccessiva nonché, bisogna dirlo, da una presenza oltre modo tragicomica e assurda che i monti non meritano affatto.
Potrebbe sembrare ovvio e banale sostenere che, come il futuro è in mano ai giovani, anche il futuro specifico della montagna lo è. Tuttavia, a constatare ciò che poi accade realmente, con i territori montani continuamente sottoposti a progetti, opere e interventi palesemente basati su modelli di “sviluppo” obsoleti e fuori contesto, che sembrano pensati per una montagna di decenni fa che oggi non esiste più da persone che evidentemente ragionano – per anagrafe, mentalità, incompetenza, convenienze personali – da “vecchi”, quel pensiero iniziale non appare più così scontato e risulta quanto mai necessario.
E in effetti di giovani che scelgono di restare o salire in montagna e lì vivere e lavorare, spesso attuando idee e progetti realmente innovativi, di grande valore comunitario oltre che socioeconomico e finalmente protesi verso il futuro, ce ne sono a migliaia, tanto sulle Alpi quanto in Appennino. Fateci caso, d’altronde: quei tanti progetti palesemente opinabili di cui spesso si ha notizia – infrastrutture turistiche, urbanizzazioni, sfruttamenti eccessivi del territorio naturale, opere invasive e impattanti, iniziative commerciali, eccetera – quante volte sono proposte da giovani e quante altre da soggetti (pubblici e privati) di una certa età, quindi di una certa vetustà mentale? Con tutto il rispetto per qualsiasi fascia anagrafica, sia chiaro, ma spero abbiate capito ciò che intendo. E quante volte i secondi – i “vecchi”, sì – non sostengono adeguatamente le iniziative dei giovani quando non arrivano a mettere loro i bastoni tra le ruote?
Ad esempio di tutto ciò, tra gli innumerevoli sui quali si trova notizia sul web, cito la significativa storia di Sofia e Simone, da qualche anno neo-montanari stanziati ai Piani Resinelli, nelle montagne lecchesi, e di “Resinelli Tourism Lab”, l’associazione da loro fondata che sta facendo della località un laboratorio di rigenerazione sociale con lo scopo di promuovere non solo un turismo sostenibile ma anche di creare una rete tra chi abita la montagna locale alimentandone la relazione con il luogo e il senso di comunità, elementi fondamentali per la vitalità stanziale delle Terre Alte. La loro esperienza, peraltro premiata anche con la “Bandiera Verde” di Legambiente lo scorso maggio, è raccontata in questa puntata della trasmissione “Orobie Extra”:
Ecco: mi auguro, da vecchio o quasi quale sono, che veramente il destino futuro delle montagne sia sempre più nelle mani dei giovani e sempre meno in balìa di idee vecchie, arretrate, sterili e deleterie, e che ai primi sia dato modo di lavorare liberamente dai secondi. È una delle speranze più preziose alle quali la montagna si può affidare per costruire il proprio miglior futuro possibile. Non solo per un’ovvietà apparente, come già detto, ma in forza di un’opportunità concreta, che le montagne meritano e hanno bisogno.
Mai come nell’estate trascorsa, sulla stampa e sul web si sono potute leggere le impressioni e le considerazioni di sciatori professionisti impegnati negli allenamenti sui ghiacciai alpini ridotti dal caldo estremo in uno stato desolante e inquietante.
Tra i tanti che si sono espressi al riguardo, la pluricampionessa olimpica italiana Federica Brignone è stata tra le più eloquenti (vedi sopra e il video sotto): «È una catastrofe naturale più che per il nostro mondo dello sci – ha detto tra le altre cose – Bisognerà riprogrammare tutto, dedicarsi in estate ad altri sport. Io, per esempio, da bambina non ho mai sciato in estate. E lo sci non morirà perché si stanno sciogliendo i ghiacciai, l’impatto sarà molto peggiore per il pianeta.» Con lei molte altre sciatrici e tanti sciatori hanno postato sui propri profili social immagini di ghiacciai alpini privi di copertura nevosa, neri, crepacciati e in evidente ritiro, accompagnandole con dichiarazioni tra le quali si intuiva benissimo il tentativo di stare in equilibro tra il non poter dire troppo – in forza dei doveri imposti dalle federazioni sciistiche e dai contratti con gli sponsor, spesso produttori di articoli per lo sci – e il voler esprimere la propria angoscia verso lo stato dei ghiacciai e la pratica dello sci estivo, ormai sempre più anacronistica e impattante.
In effetti, fino a oggi è pressoché mancata la manifestazione pubblica di una qualche presa di coscienza della realtà climatica e ambientale da parte della comunità agonistica dello sci, nonostante è certo che la sensibilità verso la questione, nelle atlete e negli atleti, non manchi affatto. D’altro canto, al centro delle immagini che mostrano d’inverno le gare di Coppa del Mondo di Sci su nastri di neve artificiale stesi tra prati ancora verdi o d’estate gli allenamenti su ghiacciai anneriti tra crepacci aperti a temperature da spiagge del Mediterraneo ci sono quelle atlete e quegli atleti, trasformati loro malgrado nei protagonisti – se non nei mandatari – di uno sfruttamento dei territori montani per molti versi sempre più irrazionale e meno ammissibile.
Come accennavo, è facile immaginare che gli sciatori agonisti, soprattutto quelli di punta, siano legati a obblighi verso le proprie federazioni e gli sponsor dei quali sono testimonial che impedisce loro di esprimersi liberamente su temi e realtà sicuramente sgradite a quei soggetti. Tuttavia, nella situazione in cui siamo ovvero stanno le montagne, e con la realtà climatica e ambientale in divenire sempre più critica, credo che il limite tra “non poter dire” e “non poter stare zitti” sia sempre più labile se non già del tutto svanito. Diventa sempre più una questione di onestà morale, innanzi tutto verso se stessi e la propria sensibilità nei riguardi delle montagne – dalle quali la gran parte degli sciatori peraltro proviene –, poi verso le montagne stesse e il loro futuro, infine anche per lo sci, che rischia sempre più di vedere la propria immagine e il prestigio sportivo infangati dalla mancanza di attenzione delle sue istituzioni verso i territori montani e della coscienza ambientale che invero dovrebbe essere congenita in una disciplina che vive proprio di montagne, dei loro ambienti e del clima che li contraddistingue.
Dunque, dal mio punto di vista, è ormai necessaria, se non ineludibile, una ben maggiore presa di posizione pubblica della comunità degli sciatori agonisti sui temi della salvaguardia degli ambienti montani e del contrasto alla crisi climatica. Che bello sarebbe, e quale forza culturale avrebbe, un fronte compatto di sciatrici e sciatori che, spediti sui ghiacciai sofferenti ad allenarsi d’estate, si rifiutassero di andarci invocando, da parte loro in rappresentanza di tutti gli appassionati consapevoli dello sci, una ben maggiore cura e sensibilità verso le montagne – glacializzate e non – sottoposte alle conseguenze sempre più pesanti della crisi climatica!
Temo, inevitabilmente, che questo mio auspicio resterà pura utopia. Non mi sembra che le istituzioni nazionali e internazionali dello sci manifestino la volontà e il coraggio di cambiare lo status quo, troppo pervicacemente impegnate a fare affari invece che a fare del bene alle montagne – ma spero di sbagliarmi. La domanda a questo punto è: quanto ancora quelle istituzioni potranno fare finta di nulla?