I diritti dei bambini (eccetto quelli americani)

[Foto di Piron Guillaume da Unsplash; mappa di L.tak, opera propria, CC BY-SA 3.0, da Wikimedia Commons. Cliccateci sopra per saperne di più.]
Credo che in queste ultime settimane sia emersa in maniera ormai palese e indubitabile per chiunque la realtà circa il disturbo bipolare di cui soffrono gli Stati Uniti d’America. Un paese che va per primo sulla Luna dicendo «Questo è un piccolo passo per un uomo, un gigantesco balzo per l’umanità» e poi consente ai suoi cittadini di girare per le pubbliche vie con armi da guerra; che ha inventato il rock’n’roll e il junk food, che pretende di esportare la democrazia altrove ma la minaccia al suo interno, che giura ogni cosa sulla Bibbia e ha la più fiorente industria del porno, che ha eletto come presidente un nero progressista e appena dopo un bianco razzista. Eccetera, eccetera, eccetera.

Ma pure in America niente succede per caso, ovvero tutto è conseguenza e prodotto di un certo sistema culturale – o non culturale. Per cui oggi, Giornata Internazionale per i Diritti dell’Infanzia in quanto il 20 novembre del 1989 venne approvata dall’Assemblea Generale della Nazioni Unite la Convenzione Universale dei Diritti del Fanciullo, è utile ricordare che l’unico paese al mondo a non aver ratificato tale dichiarazione sono proprio gli Stati Uniti d’America.

Già.

E per motivi piuttosto inquietanti, come potete constatare qui.

Questo ovviamente non significa che i bambini americani non godano di diritti e tutele, così come non significa che certi stati che la Convenzione l’hanno ratificata garantiscano equi diritti ai loro bambini. Piuttosto, è l’ennesima dimostrazione dell’ambiguità politico-culturale del sistema di potere americano, sorta di Dottor Jekyll e Mister Hyde che, a leggere la storia del mondo dell’ultimo secolo, in effetti viene sempre più difficile stabilire se la sua presenza vi abbia apportato, nel complesso e con visione diacronica, più vantaggi o più danni.

Ecco.

Ora, forse, capirete un poco di più perché un personaggio come Donald Trump è diventato presidente e si permetta di fare quello che ha fatto e sta facendo, applaudito da molti.

The losers

A ben vedere, tra i due candidati in corsa per la presidenza USA ci sarà un “vincitore elettorale”, ovvio, ma in verità sono entrambi fin d’ora dei perdenti politici: Joe Biden per non aver saputo vincere con ampio margine su un presidente scellerato come Donald Trump; questi, per non aver saputo capitalizzare nettamente la propria veemente spinta populista contro uno sfidante scialbo come Biden.

E siccome l’uno o l’altro che verrà eletto sarà il rappresentante primo dell’America, alla fine dei conti è e sarà l’America a perdere inesorabilmente. Come è già evidente da qualche tempo, d’altro canto. Già.

Intanto, in USA…

…Comunque vada, sarà un disastro.

Ma, d’altro canto, “As you make your bed, so you must lie in it“. E mangi junk food, ecco.

#USA2020

La lebbra della politica

Quasi ovunque – e spesso anche a proposito di problemi puramente tecnici – l’operazione del prendere partito, del prender posizione a favore o contro, si è sostituita all’operazione del pensiero. Si tratta di una lebbra che ha avuto origine negli ambienti politici e si è allargata a tutto il Paese fino a intaccare quasi la totalità del pensiero.

(L’immagine di Simone Weil è tratta da www.andreameregalli.com, qui.)

(Simone Weil, Senza partito, traduzione di Marco Dotti, Feltrinelli, 2013, pag. 41. Citata da Paolo Nori nel suo sempre illuminante blog – la cui lettura non smetterò mai di sollecitare – qui.)

Che i partiti politici siano una lebbra per il pensiero e la democrazia e per la democrazia del pensiero, come scrive con insuperabile chiarezza Weil, è una cosa talmente evidente, ma talmente evidente, da essere (incredibilmente, ma forse no) ignorata da tanti. Come molte altre cose del mondo contemporaneo la cui evidenza è direttamente proporzionale all’importanza che hanno per il bene comune e della società in cui viviamo, e per questo vengono drasticamente osteggiate dal “potere” così ben rappresentato dai partiti politici, guarda caso, che trovano consensi proprio dove c’è quella così inopinata “cecità” di visione e di intelletto – guarda caso bis.

(L’immagine di Simone Weil è tratta da qui.)

I sovra(stali)nisti

[Immagine tratta da qui.]

Noterella politicoide, dal basso (“alto” sarebbe troppo, non sono così sbruffone) della mie più assolute libertà e indipendenza di pensiero: a me pare che questi sovranisti, suprematisti e figuri affini che s’atteggiano a rappresentanti duri-e-puri della “destra” politica un po’ ovunque, non solo a Sud delle Alpi, spostandone apparentemente il baricentro verso l’estremo limite ideologico, in realtà assomiglino sempre di più ai comunisti del secondo Novecento, quelli totalmente, ciecamente votati alla (non)causa sovietica senza nemmeno conoscerla e che pendevano dalle labbra dei vari segretari del PCUS o degli alti dignitari analoghi, esprimendosi a meri slogan, rivendicando diritti e verità del tutto retoriche e basate sul nulla, credendosi portatori del verbo ideologico-politico perfetto e indiscutibile senza nemmeno lontanamente concepirne e comprenderne la nocività non solo verso il mondo ma, in primis, verso loro stessi. Non sono affatto “destra” come dicono, ovvero, sono molto più “sinistra” che destra – proprio quella sinistra che “aborriscono” e contro le cui istanze si mostrano paladini ma, non casualmente, raccogliendo consensi proprio in quella parte di società civile da cui scaturiscono quelle istanze e che dovrebbe essere loro avversa, e ciò non solo per il sostanziale fallimento ideologico e politico della sinistra – la quale, sempre non casualmente, per certi versi è oggi molto più simile ad una compagine borghese-capitalista di destra.

E d’altro canto è ugualmente vero che ogni potere di destra o sinistra che nel corso del Novecento abbia assunto fattezze autoritarie (e ai quali di frequente i “destri” e i “sinistri” di oggi si ispirano, i primi più apertamente e platealmente) sia giunto ad assomigliarsi reciprocamente. Gli opposti si attraggono, gli estremi si toccano: sono regole che valevano una volta e valgono ancora nella politica di oggi, ciò anche perché è la politica di oggi a non essere affatto contemporanea, ovvero a rappresentare, nella sua forma dualistica classica, un’espressione ideologica del tutto superata e sostanzialmente morta (Gaber docet!).

Proprio per questo io, sulla base di quelle mie scriteriate, sovversive e assolute libertà e indipendenza di pensiero, resto sconcertato da che ancora oggi si continui con quella pantomima politica: la quale, inesorabilmente, genererà sempre estremizzazioni, da una parte e dall’altra, e un altrettanto inevitabile degrado di qualsivoglia ideale più o meno nobile che fingono di portarsi ancora appresso, dilagando invece nel deserto post-ideologico più sterile e mortale. Per cui non (mi) resta che ridere addosso a tutti quelli, sovranisti o meno, con la speranza immortale di seppellirli tutti quanti e, finalmente, assicurare alla civiltà umana un futuro politicamente più virtuoso. E più serio, pure.