Del Monte San Primo, dove si continua a pretendere di sciare a 1000 metri di quota, e di altri posti dove invece si usa ancora il buon senso

Cosa si potrebbe ancora dire riguardo l’assurdo progetto “OltreLario” che prevede di riattivare impianti e piste da sci sul Monte San Primo, a 1100 metri di quota, dove già da tempo non ci sono più le condizioni climatiche e ambientali per sciare – progetto che, nonostante l’evidente insostenibilità e la contestazione generale rimbalzata sui giornali di mezzo mondo, è stato di nuovo ribadito in maniera indiscutibile da parte del Comune di Bellagio e della Comunità Montana del Triangolo Lariano, spalleggiati da Regione Lombardia (con poche eccezioni tra i suoi rappresentanti)?

Be’, resta molto poco da dire, proprio come quando lo sconcerto è tale da lasciare senza parole. Ma si può sempre (e si deve) osservare la realtà effettiva delle cose, in modo da ragionarci sopra con il più ordinario buon senso.

Così, mentre sul San Primo si pensa «convintamente» di poter sciare poco sopra i 1000 metri con un progetto che «troverebbe gli applausi di chiunque viva quel territorio» e «opere dedicate alla fruizione sostenibile dell’area» con «l’intento di coniugare tutela ambientale, sicurezza, servizi e sviluppo turistico» (sono tutte dichiarazioni di personaggi politici che sostengono il progetto), in mezzo alle Alpi Svizzere, nella località sciistica di Braunwald i cui impianti giungono oltre i 1900 metri di quota (dunque ben più in alto di quelli del San Primo), dalla stagione invernale 2026/27 verranno definitivamente chiusi impianti di risalita e piste perché «il modello attuale non è più sostenibile» e che «un proseguimento dell’attività nelle modalità attuali non è più possibile» (sono dichiarazioni dei responsabili della società di gestione degli impianti). Alla base della decisione vi sono le persistenti difficoltà finanziarie e gli effetti dei cambiamenti climatici, che negli ultimi anni hanno reso sempre più incerta la disponibilità di neve.

Ecco, questo si può dire e rimarcare: l’assenza di buon senso sul San Primo, di attinenza alla realtà, di sensibilità al luogo, di attenzione alle sue specificità e alla realtà climatica in divenire, rispetto alla presenza di queste “doti” altrove (come a Braunwald, appunto e nelle innumerevoli località che sulle Alpi hanno fatto lo stesso), dove le decisioni vengono ancora prese ponendovi alla base sensatezza, razionalità, senso del contesto e della misura, consonanza alla realtà – nonostante condizioni geografiche e climatiche ben migliori di quelle del San Primo.

Queste evidenze mi auguro possano far capire chiaramente come stanno le cose, sul Monte San Primo, e quale irresponsabilità stia manifestando la politica che insensatamente e ostinatamente vuole imporre al luogo il progetto sciistico negando e rifiutando qualsiasi confronto al riguardo con la società civile.

Di recente il Coordinamento “Salviamo il Monte San Primo, che riunisce ben 37 associazioni civiche e i cittadini che si oppongono al progetto sciistico operando al riguardo con ammirevole costanza ed efficacia fin da quando il caso divenne di dominio pubblico, ha emesso un nuovo comunicato stampa per ribadire con forza la richiesta di stralcio della “parte sciistica” dal progetto di rilancio turistico della località di Bellagio, evidenziando nuovamente le numerose criticità politiche, amministrative, ambientali, culturali.

Trovate il comunicato qui insieme a molti altri documenti di approfondimento.

P.S.: invece qui trovate i numerosi articoli che nel tempo ho dedicato al caso del Monte San Primo.

Ma chi vuole riportare lo sci a 1100 metri di quota sul Monte San Primo «ci è o ci fa»?

Il Consigliere regionale lombardo Marisa Cesana si è espressa di recente sul progetto “OltreLario” che punta alla “riqualificazione turistica” del Monte San Primo con una serie di interventi scriteriati e impattanti, tra i quali nuove infrastrutture sciistiche a 1100 metri di quota, dove già da anni le condizioni per poter sciare non esistono più. Un progetto ormai conosciuto e criticato da chiunque su scala nazionale e internazionale, eccetto che dai suoi promotori.

Il consigliere Cesana ne ha parlato con una serie di affermazioni che, oggettivamente, sono quelle che proferirebbe chiunque non sia mai stato sul San Primo, non ne conosca le specificità, non abbia cura del suo paesaggio e dell’ambiente naturale e non sia realmente interessato alla sua autentica valorizzazione sostenibile, e per tutto questo sostenga un progetto talmente scriteriato e invasivo, peraltro con la solita gran profusione di frasi fatte, affermazioni fuori contesto e quei soliti termini – «valorizzazione» appunto e poi «sostenibilità», «sviluppo», «tutela ambientale», eccetera – che ormai in certe dichiarazioni risultano così fuori contesto e vuoti di significato da apparire inevitabilmente grotteschi.

Dopo aver letto tali dichiarazioni, la domanda che sorge spontanea è sempre quella: ma davvero ci crede a ciò che ha detto?

Piuttosto, il problema – temo – è proprio che il Consigliere Cesana il Monte San Primo lo conosce, e questo rende le sue affermazioni pure inquietanti. Perché provano che l’obiettivo primario delle sue parole, se non l’unico, è puramente strumentale, ideologico, propagandistico, che riguardo il San Primo e la sua “riqualificazione” e/o “valorizzazione” non c’è alcun reale interesse ma c’è solo la volontà di imporre al territorio in modo dogmatico un progetto totalmente invasivo, impattante, degradante e che nulla c’entra con il luogo per mere ragioni politiche – e si intenda tale termine nella sua accezione più negativa. Per di più spendendo – anzi, sperperando soldi pubblici, denaro di tutti noi.

È da sempre e sempre di più una follia vera e propria il progetto del San Primo, non c’è altro da dire. C’è invece ancora molto da fare per impedirlo e per salvaguardare una montagna e un territorio così meravigliosi, di raro fascino e altrettanto rara bellezza: è un dovere e ancor più un diritto che chiunque ami le montagne deve manifestare fattivamente.

Per saperne di più sulla vicenda e per sapere come sostenere la causa a difesa del Monte San Primo, consultate il sito web del Coordinamento “Salviamo il Monte San Primo”, qui: https://bellagiosanprimo.com/

P.S.: proprio oggi il Coordinamento “Salviamo il Monte San Primo” ha emesso un nuovo comunicato stampa per fare il punto della situazione e ribadire i principi alla base della difesa della montagna dal progetto di “valorizzazione turistica” proposto dalla Comunità Montana del Triangolo Lariano e dal Comune di Bellagio. Ve ne parlerò più diffusamente nei prossimi giorni.

Una funivia sulla vetta di tutte le montagne!

La Presidente di ANEF – l’Associazione Nazionale degli Esercenti Funiviari – ormai non ha più remore, più vergogne, più scrupoli. Evidentemente perché non ha parimenti più nessuna relazione autentica, culturale, umana con le montagne e la loro realtà, che la Presidente vede solo come spazi vuoti da riempire, cementificare, infrastrutturare, consumare e (s)vendere a tutti, pensando di far passare tutto ciò come la montagna “inclusiva”, dove tutti hanno il “diritto” di salire, dove sia «normale» arrivare in vetta in funivia (magari in abiti e tailleur griffati oppure vestiti come se si fosse in spiaggia a Riccione), e dove quelli che la pensano diversamente desiderano solo le montagne «abbandonate» in preda a «disastri».

La montagna viene svilita, vilipesa, cancellata: e solo perché la Presidente “vende” funivie pretendendo che chiunque si inchini al suo volere? Ma sul serio si può cadere così in basso, palesare un pensiero tanto banale e dimostrarsi a tal punto cinici nei riguardi delle nostre montagne? Oppure tale comportamento in realtà dimostra le sempre maggiori difficoltà – per ragioni climatiche, ambientali, economiche, eccetera – e il conseguente nervosismo crescente del settore che rappresenta?

Be’, anche al netto di queste inevitabili considerazioni, le dichiarazioni della Presidente di ANEF appaiono tanto goffe quanto inquietanti. E formalmente pericolose: per il futuro delle montagne, della loro cultura, della loro anima. Montagne che – ribadiamolo ancora – sono di “tutti”, sì, di tutti quelli che vi portano rispetto. Dote che evidentemente la Presidente non sa, non riesce, non vuole più manifestare pur di fare spazio agli interessi propri e dei suoi sodali ben oltre quanto sia legittimo e ammissibile. Davvero possiamo accettare un comportamento del genere?

Per chi non lo capisca: non è affatto una mera questione ambientalista ma morale, politica, civica. Di logico, umanissimo buon senso, insomma.

Oltre il PIL e i meri dati economici: il Valore Aggiunto Comunitario per raccontare la realtà e la vitalità dei territori montani, su “Montagna.tv”

Grazie a una bella chiacchierata con Tatiana Marras ripresa nell’articolo di “Montagna.tv” dell’8 giugno scorso, ho provato a raccontare il progetto della “Carovana dell’Accoglienza Montana” di Legambiente Alpi, il lavoro svolto insieme alle numerose Bandiere Verdi che vi fanno parte (del quale è stato dato conto nel X Summit delle Bandiere Verdi di Rovereto lo scorso maggio; trovate il relativo dossier qui) e, soprattutto, l’elaborazione di un metodo di misurazione del “Valore Aggiunto Comunitario” (VAC) con il quale indagare, analizzare, comprendere e, appunto, misurare quanta “comunità” sanno costruire le Bandiere Verdi nei territori in cui operano e con quali valori.

Una misurazione forse mai tentata prima, dal valore profondamente innovativo, di matrice sia tecnico-scientifica e economica che umanistica e socioculturale, che può realmente determinare l’importanza e il valore concreto dei tanti soggetti che lavorano con passione, impegno e in modi ecosostenibili per i propri territori e le comunità che li abitano, nell’accoglienza e nel turismo responsabile, nelle microeconomie locali (agricole e non solo), nella manutenzione dei paesaggi, nella valorizzazione autentica delle loro specificità, nella didattica, nell’enogastronomia, nella produzione artistico-culturale e in ogni altro settore di attività che, in vari modi, genera relazione con i contesti locali, con chi li abita e con chi li frequenta nel tempo libero, alimentando quel senso di comunità così necessario alla vitalità presente e futura dei nostri territori montani ben più di qualsiasi PIL e di ogni dato meramente economico che riduce tutti a numeri sovente dimenticando persone e relazioni.

Trovate tutto quanto nell’articolo di “Montagna.tv” – cliccate sull’immagine in testa al post per leggerlo – e ringrazio ancora di cuore Tatiana Marras per la disponibilità, la gentilezza e per il lavoro redazionale svolto.

Cosa dovrebbe fare una politica assennata con lo sci

P.S. – Pre Scriptum: «Ma come, siamo in estate e scrivi ancora di sci?» potrebbe chiedere qualcuno. Certo che ne scrivo: perché lo sci si pratica in inverno ma lo si prepara in estate, quando si costruiscono gli impianti, si spianano le piste, si scavano i bacini per l’innevamento e si fa tutto il resto di funzionale ai comprensori e a volte di dannoso alle montagne. In fondo scriverne in inverno è ovvio ma per certi versi “inutile”, già.

Ormai lo sanno anche i sassi che lo sci non rappresenta più il futuro di molti territori montani nei quali ancora oggi si pratica. E, sia chiaro, dico questo con grande inquietudine e tristezza, perché se così non fosse vorrebbe dire che gli effetti dei cambiamenti climatici in corso non sarebbero così pesanti. Lo dico anche con rispetto verso chi lavora nei e per i comprensori sciistici, ma la crescente insostenibilità ambientale e economica che li caratterizza fa della loro presenza al di sotto dei 2000 metri di quota qualcosa di avulso ai territori, e per ciò ancor più impattante.

Insomma, la realtà è chiara e lampante, e a fronte di essa una politica assennata e veramente impegnata nell’amministrare al meglio territori e comunità andrebbe a scalare le risorse finanziarie pubbliche oggi destinate allo sci dirottandole tanto gradatamente quanto in modo crescente alle numerose altre economie locali che lavorano nei territori o che potrebbe essere sviluppate in essi, e che risultano ben più coerenti al divenire della realtà, climatica e non solo, ancor più se in grado di assicurare un’autentica ecosostenibilità.

[Immagine generata con Google Gemini AI.]
Una politica intelligente devierebbe, nel giro di qualche anno, il flusso di soldi pubblici dalla monocultura dello sci alla pluricultura comunitaria, e a tal proposito elaborerebbe progetti e piani articolati di sviluppo organico dei territori nei quali l’obiettivo principale sarebbe il benessere delle comunità residenti, alimentato e sostenuto dalle filiere economiche locali e certamente anche dal turismo, ma non più praticato in forme monoculturali e invece realizzato in modi sensati e coerenti con i territori e le loro specificità climatiche, ambientali, culturali, sociali. Anche perché, in un luogo, quando ci stanno bene gli abitanti si trovano bene anche i turisti; inoltre, se gli operatori turistici, che sono in tutto e per tutto soggetti economici, sanno lavorare bene, stanno in piedi da soli producendo utili senza avere bisogno, se non minimamente e in via eccezionale, di aiuti pubblici.

Una politica sensata, giudiziosa, oculata, che fosse veramente espressione (non solo elettorale) dell’anima dei territori e del senso delle comunità locali farebbe tutto questo. Anzi, avrebbe già cominciato a farlo da tempo.

Invece?

Invece ad esempio in Lombardia, nei soli ultimi cinque anni (e al netto dei contributi Covid) la politica regionale ha destinato all’industria dello sci la bellezza di 258.773.795 Euro di soldi pubblici, che diventano 466.473.795 con i fondi per le opere olimpiche (solo quelle prettamente legate alle gare) e con altri finanziamenti. Di quei 258 e più milioni di Euro, ben 150.023.795, pari al 58% del totale, sono stati destinati ai comprensori con quota media pari o inferiore ai 1700 metri, cioè quella alla quale oggi si trova lo zero termico medio invernale sulle montagne lombarde, ovvero la quota al di sotto della quale già oggi la pratica dello sci risulta totalmente insensata:

D’altro canto, una politica realmente degna di tal nome – termine in origine nobilissimo e fondamentale, oggi be’, per come viene manifestata, lasciamo stare – farebbe molte più cose buone e utili per le montagne e le comunità di quelle che la politica che abbiamo concretamente fa. Una politica per la quale, c’è da pensare, le montagne rappresentano soltanto un gran fastidio oppure un mero ambito utile a fare affarismi senza troppi scrupoli. Già.