Quindi è vero che l’industria dello sci italiana fattura così tanti soldi?

Premessa #1: «Ma come? Siamo a luglio con 40° e scrivi di sci?» Sì, perché lo sci si pratica in inverno ma si “costruisce” in estate, sia nelle infrastrutture che nelle strategie imprenditoriali. Discutere di sci in inverno è un po’ come parlare di alcolismo con dei bevitori già ubriachi.

Premessa #2: il post che state per leggere non è affatto contro qualcosa – lo sci, gli impiantisti, il turismo della neve eccetera – ma a favore della conoscenza oggettiva e articolata delle realtà che caratterizzano le nostre montagne e del conseguente buon senso critico. Anche per il bene futuro dello sci.

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Dunque, chiedevo nel titolo di questo post: è vero che l’industria dello sci italiana fattura così tanti soldi, come a ogni fine stagione viene enfaticamente comunicato e quest’anno se possibile anche più di quelli scorsi?

Sì, è vero. Ma…
“Ma” un attimo. Andiamo con ordine.

Secondo lo studio “L’economia della Montagna. Impatti e sfide del sistema montagna in Italia” presentato (ma non reso disponibile) da ANEF – l’associazione nazionale degli impiantisti – nel marzo scorso, i comprensori sciistici generano un giro d’affari di 8,9 miliardi di Euro. Al netto dell’affidabilità o meno della metodologia di calcolo, che non è disponibile dunque verificabile, sicuramente lo sci genera dei gran fatturati, in forte aumento negli ultimi anni. Tuttavia, come ha spiegato bene Veronica Vismara nella propria analisi dello studio di ANEF, «Si tratta di giro d’affari stimolato, inteso come valore della produzione, non come valore aggiunto. Ma il valore della produzione include costi intermedi, acquisti da fornitori, importazioni. È la cifra lorda, non il valore aggiunto netto, cioè la ricchezza effettivamente creata e trattenuta nel territorio.» È un dato, e un numero, che non dicono granché, insomma.

In ogni caso, torniamo a ragionare su questi grandi giri d’affari che genera lo sci. Nel grafico sottostante (per ingrandire questo e gli altri cliccateci sopra) si può appurare come il fatturato direttamente correlato alla gestione degli impianti di risalita è effettivamente raddoppiato negli ultimi venti anni:

Ma come si determina principalmente il fatturato degli impianti? Con la vendita degli skipass, il cui prezzo è a sua volta raddoppiato negli ultimi venti anni, sia in generale:

che in riferimento ai grandi comprensori:

Già ora risulterà più chiaro come lo sci abbia saputo raddoppiare i propri fatturati: ha parimenti raddoppiato i costi che gli sciatori devono sostenere. L’aumento è stato ingente soprattutto negli ultimi 4 anni, dove in molti comprensori (ad esempio a Livigno o nella “Via Lattea”) i prezzi sono cresciuti di quasi il 40%.

Tuttavia l’aumento dei fatturati, legato come visto al correlato aumento dei costi degli skipass, non equivale a un pari aumento delle vendite degli stessi, dunque a più sciatori sulle piste ovvero a “giornate-sciatore” come si dice in questo caso:

L’aumento c’è stato (al netto degli anni del Covid) ma nei vent’anni si ferma poco oltre il 21% rispetto all’anno di riferimento 2006, il che conferma quello che si dice da tempo ovvero che quello dello sci è un mercato “maturo”, non più destinato a crescere in maniera importante ma anzi a rischio di cali futuri più o meno ingenti per cause diverse. Dunque, in vent’anni +21% di sciatori e +115% di fatturato: capite bene che, senza l’aumento dei prezzi degli skipass, i fatturati dello sci sarebbero stati ben diversi e molto minori.

D’altro canto i comprensori sciistici sono stati costretti ad aumentare i prezzi dei propri skipass – anche se forse qualcuno ha calcato fin troppo la mano al riguardo, approfittando dell’entusiasmo turistico post-Covid – in forza dei forti aumenti dei costi da sostenere per mantenere aperti impianti e piste. Inutile dire che una delle componenti di costo maggiori sia quella legata alla produzione di neve artificiale, sempre più necessaria vista la diminuzione delle nevicate e il clima sempre meno adatto alla pratica dello sci al di sotto dei 1800-2000 metri di quota:

Come si evince, vent’anni fa produrre un metro cubo di neve costava in media tra 1,50 e 2,00 Euro. Oggi, a causa dell’aumento strutturale dei costi energetici, dei rincari idrici e degli ammortamenti per i bacini di raccolta e i cannoni di ultima generazione, quel costo è più che raddoppiato, oscillando tra i 3,50 e i 5,50 Euro al metro cubo (con picchi fino a 6,50 Euro nelle stagioni con autunni e inverni molto caldi). La produzione di neve artificlale e la preparazione delle piste assorbono mediamente tra il 15% e il 25% dei costi operativi totali di una stagione sciistica, arrivando a picchi superiori nei comprensori a quote medio-basse (sotto i 1800 metri) o in stagioni con inverni particolarmente miti. Come sostengo da tempo, i comprensori sciistici continuano a sostenere che la neve artificiale stia salvaguardando la loro attività ma in realtà sta solo scavando lentamente ma inesorabilmente la fossa sotto i loro piedi.

Posti tutti questi aspetti, chiunque abbia qualche nozione elementare di economia aziendale sa bene che per capire l’andamento buono o cattivo di un comparto economico-industriale non conta tanto l’ammontare del fatturato complessivo o la quantità dei beni servizi venduta, ma gli utili. E nonostante nel 2026 i comprensori sciistici italiani hanno conseguito l’utile complessivo maggiore di sempre, il margine netto di profitto si è assestato al 14-16%: un utile molto basso per un comparto economico che deve sostenere continuamente costi di esercizio enormi e in perenne crescita (energia, neve artificiale, personale, ammortamenti degli impianti…) e che mantiene le società di gestione dei comprensori sciistici costantemente sul filo del rasoio tra sopravvivenza incerta e rischio di chiusura potenziale.

Ecco perché i comprensori hanno costante bisogno di ingenti finanziamenti pubblici per mantenersi aperti e turisticamente competitivi: non c’entrano lo sviluppo dei territori montani, la lotta allo spopolamento, l’indotto e tutte le altre “belle parole” spese al riguardo, ma – salvo rari casi – è una questione di pura e semplice sopravvivenza dei soggetti economici. Che in moltissimi casi senza l’aiuto pubblico sarebbero costretti a chiudere per l’inesorabile insostenibilità economica della loro attività ma, anche in sua presenza, a determinare ciò potrebbero bastare un paio di stagioni andate male, senza neve e/o condizioni climatiche funzionali all’apertura degli impianti (e speriamo non per ulteriori pandemie o altre disgrazie simili), proprio per la costante debolezza economico-finanziaria peraltro inesorabilmente legata all’andamento di variabili incontrollabili – a partire da quella climatica.

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Ecco. E si tenga conto che quanto vi ho proposto è un’analisi di “primo livello”: si potrebbero considerare altri fattori – sia macro che micro – in grado di determinare l’andamento economico dell’industria dello sci, i quali se da un lato ne approfondirebbero il dettaglio, dall’altro, temo, ne peggiorerebbero viepiù il giudizio complessivo definendo una condizione generale dell’industria dello sci italiana veramente inquietante. Perché in fondo è vero che, almeno in certi casi, quella dello sci è ancora un’economia importante per i territori montani, che genera un “indotto” ingente seppur “artificioso” e per certi versi ambiguo, che dà lavoro a molte persone, dalla quale molte comunità sono nel bene o nel male dipendenti. Ma è anche un’economia sempre più gonfia di sé – inevitabilmente, visto quanto avete letto fin qui – e sempre meno contestuale ai territori in cui opera, formalmente incapace di rinnovare i modelli sui quali si basa, sempre troppo attenta a coltivare il proprio orticello come se questo potesse perdurare in eterno mentre intorno il mondo cambia totalmente, legata in maniera tossica a una politica che appare totalmente alienata dai territori sui quali dovrebbe governare – cioè dovrebbe saper dimostrare di governarli al meglio. E invece dimostra il contrario.

Dunque sì, l’industria dello sci genera dei gran fatturati. Ma sovente sono soldi bucati, come si dice, dunque di valore generale per diversi aspetti discutibile. Sperando che, di questo passo, il comparto non diventi a breve la Lehman Brothers delle Alpi, con tutto ciò che a cascata ne deriverebbe per i territori montani e le loro comunità.

Una funivia sulla vetta di tutte le montagne!

La Presidente di ANEF – l’Associazione Nazionale degli Esercenti Funiviari – ormai non ha più remore, più vergogne, più scrupoli. Evidentemente perché non ha parimenti più nessuna relazione autentica, culturale, umana con le montagne e la loro realtà, che la Presidente vede solo come spazi vuoti da riempire, cementificare, infrastrutturare, consumare e (s)vendere a tutti, pensando di far passare tutto ciò come la montagna “inclusiva”, dove tutti hanno il “diritto” di salire, dove sia «normale» arrivare in vetta in funivia (magari in abiti e tailleur griffati oppure vestiti come se si fosse in spiaggia a Riccione), e dove quelli che la pensano diversamente desiderano solo le montagne «abbandonate» in preda a «disastri».

La montagna viene svilita, vilipesa, cancellata: e solo perché la Presidente “vende” funivie pretendendo che chiunque si inchini al suo volere? Ma sul serio si può cadere così in basso, palesare un pensiero tanto banale e dimostrarsi a tal punto cinici nei riguardi delle nostre montagne? Oppure tale comportamento in realtà dimostra le sempre maggiori difficoltà – per ragioni climatiche, ambientali, economiche, eccetera – e il conseguente nervosismo crescente del settore che rappresenta?

Be’, anche al netto di queste inevitabili considerazioni, le dichiarazioni della Presidente di ANEF appaiono tanto goffe quanto inquietanti. E formalmente pericolose: per il futuro delle montagne, della loro cultura, della loro anima. Montagne che – ribadiamolo ancora – sono di “tutti”, sì, di tutti quelli che vi portano rispetto. Dote che evidentemente la Presidente non sa, non riesce, non vuole più manifestare pur di fare spazio agli interessi propri e dei suoi sodali ben oltre quanto sia legittimo e ammissibile. Davvero possiamo accettare un comportamento del genere?

Per chi non lo capisca: non è affatto una mera questione ambientalista ma morale, politica, civica. Di logico, umanissimo buon senso, insomma.

Tutti i soldi che genererebbero i comprensori sciistici dove fanno a finire? Un’analisi chiara e illuminante della “montagna fantasma” dello sci

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Al dossier “Nevediversa 2026”, curato da Legambiente, che da anni monitora con rigore scientifico, un’ampia messe di dati oggettivi e conseguenti analisi approfondite la realtà della montagna invernale italiana – dossier liberamente consultabile e scaricabile qui al quale ho avuto il privilegio di contribuire – ha risposto dopo pochi giorni l’ANEF, Associazione Nazionale Esercenti Funiviari – gli impiantisti che gestiscono l’industria dello sci in Italia, in pratica – con uno studio commissionato a PwC Italia non pubblico e non diffondibile (!) dal titolo “L’economia della Montagna. Impatti e sfide del sistema montagna in Italia”, con il quale si dimostrerebbe il valore aggiunto e la grande ricchezza che lo sci sarebbe in grado di generare e dunque in questo modo mirando a contraddire, indirettamente ma non troppo, i dati e le analisi di “Nevediversa”.

Ma è proprio così?

Un ottimo e chiaro lavoro di analisi sullo studio fantasma di ANEF lo ha fatto Veronica Vismara, Presidente della Commissione Tutela Ambiente Montano del CAI Lombardia, pubblicandone poi il resoconto sul proprio sito web: leggetelo, è veramente esemplare e illuminante. Il titolo è già molto chiaro, “Cosa non dice (e cosa non mostra) il rapporto ANEF-PwC sull’economia della montagna”: già, perché lo studio di ANEF fornisce alcuni dati, rilevati dalla stampa perché altrimenti non disponibili come detto, utili alla narrazione funzionale all’Associazione e ai suoi aderenti – e ci sta, ci mancherebbe – ma non ne riporta molti altri che da subito confuterebbero i primi e fornirebbero un’immagine ben diversa della montagna italiana turistificata dallo sci industriale.

Veronica Vismara con la sua puntuale analisi smonta punto per punto lo studio di ANEF e ne rileva la reale natura, molto meno virtuosa di quanto vorrebbe apparire – e, obiettivamente, pure meno positiva per l’immagine di ANEF e circa la descrizione delle sue attività sulle montagne. Dimostra come lo studio non sia un documento indipendente e dunque verificabile, come i dati che presenta non si possano considerare compiutamente affidabili, come il metodo utilizzato per elaborarli risulti parziale e arbitrario, cioè funzionale a sostenere certe posizioni e dichiarazioni di ANEF, come non contestualizzi per nulla i numeri così magniloquenti che presenta, svuotandoli dunque di senso e significato concreto, come delle “sfide” che lo studio cita nel proprio titolo e che indubbiamente l’industria dello sci sta affrontando e dovrà sempre più affrontare, vista la realtà montana contemporanea (non solo ambientale e climatica) non vi sia traccia alcuna, eccetera. Attenzione, ciò non significa che lo studio di PwC Italia dica cose false: le dice in modo parziale, incompleto, strumentale, come fanno comodo ad ANEF insomma.

Così Vismara conclude la propria analisi:

Lo studio ANEF-PwC misura le ricadute economiche positive del turismo sciistico nei territori alpini più performanti d’Italia. Che lo sci generi indotto economico è un fatto ovvio, che nessuno contesta. La domanda vera, però, è un’altra: a quale costo complessivo (ambientale, sociale, finanziario pubblico) e rispetto a quali alternative?
A queste domande lo studio non risponde. Non perché non siano importanti, ma perché non è progettato per risponderci. È uno strumento di advocacy costruito per sostenere la narrazione di un settore, non un’analisi di policy pubblica.
Per chi vive in montagna e si chiede quale futuro avranno i propri territori, servirebbero studi diversi: indipendenti, completi, trasparenti, che mettano sul tavolo tutti i costi e tutti i benefici, che confrontino scenari alternativi, che includano le proiezioni climatiche, e che soprattutto siano leggibili da chiunque, non custoditi dietro una richiesta di autorizzazione.
Fino ad allora, quei numeri così rotondi che rimbalzano da una testata all’altra sono un racconto parziale. E un racconto parziale, per quanto sofisticato, non è una base su cui costruire il futuro delle nostre montagne.

Ora, alle considerazioni di Vismara io aggiungo un’altra domanda fondamentale da porsi, alla quale lo studio di ANEF non dà alcuna risposta: tutti quei soldi, quell’economia, quelle ricadute sui territori che l’industria dello sci genererebbe, dove vanno a finire?

Di sicuro non alle comunità, eccetto che per quei pochi soggetti interni alla filiera turistica alla quale tuttavia spesso vi risultato totalmente dipendenti, ostaggi, prigionieri. Tale verità è ben dimostrata dai dati demografici dei comuni che ospitano i comprensori sciistici i quali, salvo rarissimi casi, stanno costantemente perdendo abitanti e hanno gli indicatori strutturali (età media della popolazione, indici di ricambio della popolazione attiva, rapporto tra chi lavora e chi no, tasso di natalità, eccetera) in continuo peggioramento. Di questa realtà, con un focus sui comprensori sciistici della Lombardia, ne ho scritto su “Nevediversa 2026”: cliccate sull’immagine qui sopra, il mio articolo lo trovate da pagina 271.

Non solo: la provincia di Sondrio cioè la Valtellina, territorio dove l’economia del turismo soprattutto invernale la fa da padrone (non a caso è stata eletta sede delle recenti Olimpiadi invernali), è una di quelle da cui si emigra di più in Italia: gli iscritti all’Aire (il registro degli italiani residenti all’estero) sono oltre il 15% della popolazione, più del doppio rispetto alla media regionale. E ad andarsene sono soprattutto i giovani, i quali evidentemente non vedono alcun buon e prospero futuro nel restare tra le loro montagne. Cioè, non trovano tutti questi soldi che lo sci lascerebbe nei territori turisficati come ANEF vorrebbe far credere.

Dunque, ribadisco: tutti questi soldi che genererebbe il sistema dello sci dove vanno a finire? Probabilmente nelle tasche di pochi, di sicuro non a vantaggio dei territori e delle loro comunità, dei loro territori, dei bisogni, delle necessità che supportano la stanzialità abitativa e lavorativa. Senza peraltro considerare gli enormi debiti che parimenti vengono generati dallo sci e che gravano, questi sì, sull’intera collettività, visto che sovente vengono sostenuti dalle finanze pubbliche.

Bene, direi che non c’è molto altro da aggiungere.

Ribadisco l’invito a leggere il dettagliato e illuminante lavoro di Veronica Vismara e a non cedere a certi specchietti per allodole montane: la realtà delle nostre montagne è ben altra, più complessa e affascinante, ben lontana da strumentalizzazioni e propagande e in cammino verso un futuro inevitabilmente diverso da quello che certi soggetti vorrebbero imporre nel tentativo, sempre più disperato, di difendere i propri interessi. Che di questo passo prima o poi imploderanno, garantito.

Un’immagine che racconta l’industria dello sci di oggi anche meglio di qualsiasi dato

[immagine generata con Google Gemini AI; cliccateci sopra per scaricare il dossier.]
Come forse avrete letto sulla stampa e sui siti di informazione, l’ANEF, l’associazione degli impiantisti italiani, ha risposto piuttosto a muso duro al dossier “Nevediversa 2026” curato da Legambiente, presentato una settimana fa a Milano, e alla sua notevole messe di dati e di analisi della realtà di fatto della montagna invernale e del sistema neve, alle quali ho contribuito anche io come membro del gruppo di lavoro che ha elaborato il dossier.

Per quanto mi riguarda, non ritengo il caso di controbattere alle critiche di ANEF alimentando un dibattito che risulterebbe inevitabilmente frammentato e sterile; lo farò a tempo debito insieme al gruppo di lavoro di “Nevediversa”; lo hanno invece fatto da par loro, cioè con il prestigio e la competenza che li contraddistinguono, Marco Albino Ferrari e Mountain Wilderness per voce del suo Presidente Luigi Casanova. Alle loro ottime considerazioni c’è ben poco da aggiungere, al momento; d’altro canto capisco la reazione di ANEF, in fondo legittima come quella del capitano di una nave sempre più in balìa dei marosi il quale non voglia ammettere di aver sbagliato rotta e sia convinto di uscirne, nonostante la sorte ormai pressoché segnata.

Invece, nel leggere sul “Sole 24 ORE” le considerazioni che usa ANEF per controbattere ai dati e alle analisi di “Nevediversa” (e che ANEF sostiene di trarre da uno studio commissionato a Pwc Italia che però non è stato pubblicato on line), più che dalle considerazioni stesse – che, ribadisco, saranno analizzate con dovizia di particolari e replicate a tempo debito – mi ha colpito l’immagine a corredo dell’articolo. Un’immagine assolutamente significativa per come interpreti bene quell’“effetto moltiplicatore” economico che, secondo ANEF, lo sci genererebbe nei territori che ospitano i comprensori sciistici, il quale sostanzialmente si configura attraverso fattori quantitativi in costante crescita al fine di poter alimentare con continuità il “sistema neve” di matrice industriale: sempre più sciatori, sempre più piste, sempre più impianti, più veloci, più capienti, più cannoni per la neve artificiale e più piste innevate in questo modo, parcheggi più numerosi e ampi, strade più veloci verso le stazioni sciistiche… eccetera.

Guardate l’immagine – che, per inciso, non so quale stazione sciistica raffiguri, ma d’altro canto è inutile dire che di contesti simili le nostre montagne sono piene: le piste che brulicano di sciatori, gli impianti alla massima portata, i parcheggi nel fondovalle pieni di automobili, l’enorme ristorante, o quel che è, con la sua distesa di tavoli esterni, tutte le infrastrutture piazzate sui pendii per attrezzate, regolare, gestire, limitare, normalizzare l’attività sciistica (in un ambito che è sinonimo di libertà, come rimarcano i frequentatori più appassionati delle terre alte)… Io guardo l’immagine e mi (vi) chiedo: è montagna, questa? O è un gigantesco luna park invernale che per potersi mantenere attivo e far girare le proprie “attrazioni” abbisogna di sempre più clienti?

La porzione di territorio visibile nella parte alta dell’immagine, apparentemente intonsa, fa quasi tenerezza nell’osservarla così “incalzata” dalla parte di montagna pesantemente turistificata della montagna. D’altra parte intonsa non lo è affatto e non potrebbe più esserlo: immagino solo l’inquinamento acustico che giunga ad essa dagli impianti, dalle piste, dai ristori lungo di esse (i quali non fatico a supporre che siano rallegrati da musica ad alto volume, una cosa ormai consueta nei grandi comprensori sciistici) oppure quello dell’aria generato dalle centinaia di autovetture parcheggiate, che non saranno sicuramente tutte elettriche, per non parlare di quello cagionato al paesaggio, della visione di una montagna così pesantemente infrastrutturata, assoggettata alle necessità dei clienti-sciatori (ci mancherebbe, avranno pagato fior di quattrini il proprio skipass!), «valorizzata» in questo modo così da poter diventare un bene da vendere (con gli skipass, appunto) e da sfruttare fino a che i tornaconti dei gestori degli impianti siano conseguiti.

Ripeto la domanda fondamentale: è ancora montagna questa? O, per dirla in altro modo: è la montagna che vogliamo, ora e ancor più nel futuro? E, coniugando questi interrogativi alla dissertazione qui sviluppata: è questa la montagna che ANEF vuole imporre, che non vuole “liberare” dalle proprie mire, della quale ha sempre più bisogno per giustificare la propria attività e quell’effetto moltiplicatore dello sci vantato nello studio citato?

[Quest’immagine l’ho creata con Google Gemini AI ed è volutamente esagerata. D’altro canto quella vera dell’articolo del “Sole 24ORE” non gli è già simile in tanti aspetti?]
Forse converrete con me che l’immagine a corredo dell’articolo del “Sole 24 ORE” sia realmente significativa, emblematica ed esemplare: quante situazioni simili, quanti comprensori sciistici che magari avrete visto e visitato ci assomigliano, sulle nostre montagne? E, ribadisco: le mie considerazioni non sono tanto riferite al qui-e-ora ma al domani, al futuro prossimo e a quel circolo vizioso turistico autoalimentante e autogiustificato che rotea sempre più vorticosamente del quale molti comprensori sciistici sono prigionieri ovvero incapaci, volenti o nolenti, di liberarsi. Proprio come il capitano che ha deciso per una rotta azzardata in mezzo alle correnti impetuose e, ora che la sua nave sta cominciando a imbarcare acqua, resta convinto di avere ragione e di potersela cavare. Tanto una scialuppa di salvataggio per lui ci sarà sempre; per i passeggeri invece, be’… come si dice in certi casi: c’est la vie!

“Nevediversa 2026”: la realtà della montagna italiana tra crisi climatica, impianti dismessi, legacy olimpica e turismo responsabile

[Foto di Elsemargriet da Pixabay.]
In Italia, nonostante l’aumento delle temperature, la fusione dei ghiacciai e una neve naturale che fatica ad arrivare, il 90% dei fondi pubblici destinati al turismo montano continua a sostenere il l’industria dello sci, lasciando alla riconversione dei vecchi impianti e alla destagionalizzazione del turismo solo briciole di risorse. Nonostante ciò, su Alpi e Appennini nel 2026 sono saliti a quota 273 gli impianti sciistici dismessi e a ben 247 il numero degli “edifici sospesi” censiti sino ad oggi e in stato di inutilizzo o abbandono. Si tratta di alberghi, residence, strutture turistiche e ricettive, complessi produttivi dismessi o sottoutilizzati che, come gli impianti sciistici chiusi, raccontano una montagna invernale in transizione che da un lato viene ancora sottoposta a modelli di fruizione obsoleti, decontestuali e ormai insostenibili mentre dall’altro si trova sempre più nella necessità di innovare la propria dimensione socioeconomica anche attraverso forme di frequentazione turistica più consone alla realtà corrente e al futuro prossimo dei territori montani coinvolti nonché delle loro comunità.

[Cliccate sull’immagine per scaricare il dossier in formato pdf.]
A fare il punto della situazione nella quale oggi si trova la montagna italiana è il nuovo dossier “Nevediversa 2026” di Legambiente, presentato ieri 11 marzo a Milano, un documento ormai imprescindibile per monitorare lo stato di salute (o di sofferenza) delle Alpi e degli Appennini, il quale scatta una fotografia aggiornata sul censimento delle strutture sciistiche e ricettive in quota ai tempi della crisi climatica, ma anche sul futuro in bilico dei grandi eventi invernali come le Olimpiadi. Insieme ai dati, e nell’ottica della citata, necessaria transizione a un’economia turistica più sostenibile, il dossier raccoglie una serie di proposte per il futuro delle realtà montane che Legambiente compendia nel progetto della “Carovana dell’accoglienza montana”, che mette al centro le comunità locali e l’attività delle “Bandiere Verdi” dell’arco alpino, realtà premiate in questi anni da Legambiente con il prestigioso vessillo green, le cui proposte di ospitalità turistica investono su sostenibilità e innovazione rispondendo e adattandosi tanto alla crisi climatica in corso quanto alla dimensione sociale dei territori in cui operano. Una “Carovana” il cui Manifesto ne sintetizza le linee guida in dieci punti ciascuno dei quali rappresenta una proposta di visione e  innovazione, ma pure di azione, in tal senso.

Necessità di innovazione che d’altro canto, come accennato, risulta evidente all’analisi dei dati sul “sistema neve” attuale, in particolar modo circa le infrastrutture turistiche ad esso legate che in questi anni hanno dovuto gettare la spugna. Il Piemonte si conferma la regione con il più alto numero di strutture sciistiche dismesse, ne conta 76, seguita dalla Lombardia (51). Invece le regioni che contano più “edifici sospesi” censiti sull’arco alpino sono Valle D’Aosta (36), Lombardia (31), e Piemonte (20), mentre sull’Appennino Toscana (19), Abruzzo (16), Marche (15) e Sicilia (15). A questi numeri, il report Nevediversa di Legambiente affianca a livello nazionale anche quelli dei 106 impianti sciistici chiusi temporaneamente, i 98 che operano in una condizione mista di “apertura e chiusura”; e poi i 231 impianti che ad oggi sopravvivono grazie ai fondi, i cosiddetti “casi di accanimento terapeutico”. Lombardia (63), Abruzzo (47) ed Emilia-Romagna (34) le regioni con più casi. Sono invece 169 i bacini per l’innevamento artificiale censiti nella Penisola, la maggior parte si concentra in Trentino-Alto- Adige, Lombardia e Piemonte.

[Cliccate sull’immagine per scaricare il dossier in formato pdf.]
D’altronde, nell’analisi del turismo montano contemporaneo le evidenze climatiche ed ecologiche vanno di pari passo con le criticità economiche: in “NeveDiversa” sono riportati i dati di Eurac Research, i quali registrano una stagione nevosa che oggi dura 22–34 giorni in meno rispetto a 50 anni fa, con una contrazione di 10–20 giorni del periodo di copertura tra il 1982 e il 2020. Inoltre, si registra un calo superiore al 30% sia della profondità del manto nevoso sia dello SWE (Snow Water Equivalent), ovvero la quantità d’acqua immagazzinata nella neve e quindi la reale riserva idrica stagionale; sugli Appennini poi la presenza di neve è sempre più instabile, in maniera anche maggiore rispetto alle Alpi. Per ciò, inevitabilmente i dati sul turismo della neve sono col segno meno, complice il rincaro dei prezzi (altra variabile economica ormai ineludibile): l’Osservatorio Italiano del Turismo Montano (JFC), ha stimato per la stagione 2025-2026 un calo del 14,5% del numero degli sciatori giornalieri e una flessione del 3,9% del numero degli italiani che soggiornano su Alpi e Appennini – anche se restano comunque tanti, per un volume economico che supera i 12 miliardi di euro, di cui circa 6 miliardi nel settore dell’ospitalità.

Intanto in quota nascono sempre più strutture “Luna park della montagna”, ossia quelle attrazioni ludiche come piste tubing, bob estivo, eccetera, spesso integrate ai comprensori sciistici oppure che nascono in sostituzione di essi, che secondo Legambiente rappresentano forme di intrattenimento artificiale e di banalizzazione delle specificità montane con impatti non sempre sostenibili sull’ambiente montano e senza generare benefici reali per le comunità locali. Sono 28 quelle censite per la prima volta e inserite come nuova categoria nel dossier in una mappatura che naturalmente continuerà nei prossimi anni; di queste, la maggior parte si concentra in Lombardia (13 strutture) e in Toscana (7).

Un altro campanello d’allarme fatto risuonare da “Nevediversa” riguarda il futuro dei grandi eventi invernali a partire dalle Olimpiadi. In meno di trent’anni, secondo gli ultimi studi scientifici, si perderà l’affidabilità climatica del 44% delle sedi olimpiche. Il dato più critico riguarda i Giochi Paralimpici: programmati solitamente a marzo, vedranno sparire il 76% delle sedi idonee: solo 22 su 93 rimarranno utilizzabili. Per Legambiente è chiaro che questi eventi rappresentano ormai un modello in cui le gare dipendono pressoché da infrastrutture artificiali, in un ambiente montano sempre più fragile e imprevedibile. Il bilancio delle stesse Olimpiadi Milano Cortina 2026 non è dei migliori: tra ritardi, costi elevati, opere faraoniche, mancate promosse, un lascito pieno di perplessità su cui l’associazione ritiene fondamentale aprire un confronto e una discussione che coinvolga tutti i soggetti interessati, dalle comunità locali, le associazioni e le organizzazioni di categoria fino agli enti regionali e nazionali per una valutazione finale condivisa e utile per un futuro che prenda atto della crisi climatica.

Durante la presentazione di Milano alcuni interventi hanno approfondito temi e argomenti particolarmente emblematici offerti dal dossier, la cui disamina generale è stata affidata a Vanda Bonardo, responsabile nazionale Alpi di Legambiente e presidente di Cipra Italia: Fabio Tullio ha fatto un focus sulle Olimpiadi di Milano-Cortina e la cosiddetta “legacy olimpica”, Luca Rota ha analizzato la realtà dello sci in Lombardia, i finanziamenti pubblici ad essa elargiti e il rapporto tra i comprensori sciistici e la demografia dei comuni che li ospitano, Maurizio Dematteis ha illustrato la “Carovana dell’accoglienza montana” e i dieci punti del suo manifesto, infine Eva Martínez-Picó ha portato una testimonianza di ciò che sta accadendo sui Pirenei in tema di sci, clima e turismo invernale.

A seguire, la tavola rotonda ottimamente condotta da Marco Albino Ferrari ha messo a confronto le considerazioni e le proposte di accademici, ambientalisti e rappresentanti della politica – tra i quali anche il lecchese Giacomo Zamperini nella sua veste di Presidente della Commissione speciale Valorizzazione e tutele dei territori montani (con il quale si è accennato anche alla realtà delle montagne lecchesi) – sul presente e il futuro delle Terre alte italiane. Al netto delle differenti visioni, è condivisa da tutti la necessità di una maggiore organicità degli interventi pubblici nei territori montani al fine di sostenere concretamente tutte le economie in grado di generare valore aggiunto negli ambiti locali, uscendo dalla logica monoculturale del “sistema neve” e dall’abitudine di rispondere alla complessità della montagna e dei suoi bisogni concreti con interventi a pioggia mirati a interventi singoli e sostanzialmente privi di un’autentica strategia progettuale mirata allo sviluppo organico e articolato dei territori. Strategia che invece la montagna ha assolutamente bisogno, insieme a una visione di lungo periodo che sappia elaborare la sua complessità valorizzandone realmente le innumerevoli potenzialità che sa offrire al contempo riconferendole un’adeguata centralità politica, e la conseguente rappresentatività, nel dibattito pubblico sul futuro del paese.

[Foto di ivabalk da Pixabay.]
A concludere la presentazione di Milano, il direttore generale di Legambiente Giorgio Zampetti ha rimarcato che «Il riscaldamento globale dimostra come la riduzione della neve sulle Alpi e gli Appennini non sia un fenomeno episodico. La crisi climatica, che ha visto un 2025 segnato da temperature record, genera anche impatti diretti sulla disponibilità idrica, sugli ecosistemi montani e sulle attività umane legate alla montagna. Servono più azioni di adattamento al clima ma occorre anche orientare politiche e investimenti verso modelli di turismo più sostenibili e resilienti, capaci di ridurre la vulnerabilità dei territori montani e di garantire condizioni di vita sostenibili nel lungo periodo. Con il report annuale “Nevediversa” ci facciamo portavoce di un dibattito pubblico e un confronto coinvolgendo cittadini, amministratori e comunità locali in una lettura condivisa della montagna che cambia e che non può più basarsi solo sul “sistema neve” che ancora oggi stimiamo dreni all’incirca il 90% dei fondi pubblici destinati al turismo montano.»

N.B.: è possibile scaricare il dossier “Nevediversa 2026” in formato pdf anche qui: https://www.legambiente.it/NeveDiversa2026