La rediviva Santanchè, ovvero: chi non muore si rivede e (stra)parla di montagna

Daniela Santanchè.

Proprio lei, giuro. La pittoresca ex Ministra del Turismo che in quanto tale tutti ricordiamo per i disastri combinati alla guida del dicastero, imprenditrice pluri-indagata per numerosi gravi illeciti finanziari, dimessasi dal Governo in carica a furor del suo stesso popolo politico che non sapeva più come disfarsene, è ricomparsa vispa e giuliva a Milano a dissertare (volevo scrivere sproloquiare ma, come vedete, sono stato cortese) di montagne e turismo alla recente assemblea dell’ANEF, l’associazione degli impiantisti italiani, accanto (tra gli altri) alla meno pittoresca ma per molti versi più inquietante Presidente (delle cui suggestive trovate ho di nuovo scritto proprio ieri), e pure a quell’altro Ministro, lui ancora in carica, sempre convinto di aver fatto una grande “Legge sulla Montagna” i cui effetti positivi si stanno vedendo forse nel metaverso, perché nella realtà ordinaria al momento no.

Dunque ricompare come nulla fosse accaduto, la senatrice Santanchè, e dal palco ANEF – allestito nell’ambito del “Milano Mountain Show”, un evento che più strumentalizzato (dall’industria dello sci) non si può, il quale «porta la montagna nel cuore della città» probabilmente per (ri)portare poi la città nel cuore delle montagne, visto ciò che propone: legittimamente, sia chiaro, visti i suoi patrocinatori, ma a questo punto sarebbe utile sapere di che «mountain show» stiamo parlando – dicevo, la Santanchè, dal palco ANEF, rimarca di aver (parole sue) «ribadito l’importanza di creare un sistema montagna. Imprenditori e istituzioni uniti con l’obiettivo di far vivere 12 mesi l’anno questi territori, dalle Alpi agli Appennini.»

Pensieri proprio originalissimi, eh!

Nei quali al solito le comunità di montagna, con i loro bisogni e le criticità crescenti che devono quotidianamente affrontare, risultano non pervenute. Ma tu guarda che strano!

E io mi chiedo se veramente il pubblico presente l’abbia applaudita, al suo ingresso in platea e alla fine del discorso proferito, e se proprio nessuno-nessuno di quelli in sala si sia chiesto non tanto cosa ci facesse lì – liberissima di esserci e di esprimere il proprio pensiero, ovviamente – ma in base a quale ordinario buon senso. Me lo auguro, che qualcuno dei presenti abbia saputo conservare e manifestare un tal minimo sindacale di dignità.

Fatto sta che tale recente circostanza milanese prova in modo chiaro almeno due cose: una, la qualità dell’attuale dirigenza ANEF che evidentemente affida la propria visione della montagna a siffatte ideologhe (e pari ideologi) – quella visione che poi si rileva di frequente nelle dichiarazioni pubbliche dei vertici ANEF, che raggiungono livelli di opinabilità da Guinness World Record; l’altra, purtroppo, la fine inesorabilmente infausta che farà l’industria dello sci pervicacemente legata ad un mondo politico che produce personaggi e idee di tal risma sulla montagna e sul suo futuro, alle spalle delle comunità che la abitano e nell’indifferenza riguardo la realtà effettiva delle cose.

Le quali, è bene ricordarlo ai suddetti, non tutte sono assoggettate alla monocultura industriale dello sci e sovente vorrebbero svincolarsene, vista la realtà climatica, ambientale e economica in divenire che rende già segnata la sorte di buona parte delle località sciistiche italiane. Purtroppo, ribadisco, perché è una situazione che coinvolge tutti e tutti insieme dovremmo affrontare: innanzi tutto cambiando finalmente certe idee e visioni che invece ancora si vogliono imporre a forza ai territori montani per meri interessi di parte, in forza di una ostinazione deleteria per chiunque. Anche perché la montagna è già altrove, con buona pace (pure) della senatrice Santanchè e delle sue celebri mise da montagna invernale come quella sotto rimembrata (con la costante solidarietà al povero cane).

«Un territorio dove non va nessuno forse va bene agli ambientalisti!»

[Il Vallone delle Cime Bianche, in Valle d’Aosta, uno degli ultimi territori pressoché privi di antropizzazione in questo settore delle Alpi e zona sottoposta a rigidi vincoli di tutela ambientale, che tuttavia la Regione Autonoma vorrebbe rendere sede di un nuovo grande impianto funiviario ad uso sciistico, con opere annesse e connesse. Foto di ©Varasc.it]
La frase che ho reso il titolo di questo articolo, e che da tempo e di frequente viene proferita (con diverse forma ma uguale sostanza) in certe circostanze pubbliche o alla stampa quando il tema è il turismo montano, sembra compendiare una delle “strategie” più in voga e concordate tra quei sostenitori della turistificazione “no limits” delle montagne – in particolar modo impiantisti, associazioni di categoria, certi grandi operatori turistici, certa politica. Ad esempio le parole sopra citate sono (vedi sotto) della Presidente di ANEF, l’associazione dei gestori degli impianti a fune, tra le più attive nel dare contro a chi si impegna nella tutela delle Terre Alte, definito genericamente e strumentalmente “ambientalista”, a volte con riferimento al solito “salotto” (d’altro canto la propaganda strumentale si basa di parole semplicistiche, altrimenti non verrebbe compresa) e per cercare di imporre l’idea secondo la quale chi difende i territori e gli ambienti montani vorrebbe che restassero vuoti e abbandonati da tutti perché così la Natura resterebbe incontaminata – immagino sia questo a cui pensino.

[Ho già commentato i contenuti di questo articolo, e le dichiarazioni della Presidente ANEF, qui.]
Posto che si tratta di una stupidaggine sesquipedale che loro stessi sanno essere falsa, come già dimostra quel «forse», proferita da chi evidentemente non ha argomenti migliori per cercare di difendere i propri interessi (legittimi peraltro, fino a che non diventino dannosi per i territori coinvolti e deleteri per le loro comunità), nelle affermazioni di questo genere risultano sconcertanti, e non di meno inquietanti, la citata semplificazione estrema, la banalizzazione degli argomenti e dei contesti, anzi, l’assenza totale del senso dei contesti, l’evidente tentativo di polarizzazione delle posizioni perché quando non si hanno argomenti validi da sostenere si ha bisogno di un nemico da attaccare – proprio come fa la miserevole politica contemporanea. Il tutto sulla “pelle” delle montagne, totalmente assenti (fateci caso) nelle affermazioni suddette se non attraverso trite e ritrite frasi fatte nonché concepite unicamente come spazi invariabilmente da sfruttare e dai quali ricavare tornaconti, e parimenti con l’assenza delle comunità, che devono solo chinare il capo e assoggettarsi ai progetti imposti da chi verso di esse probabilmente si crede superiore, dunque indiscutibile e meritorio della più ampia gratitudine.

In verità non serve dire che di progetti e iniziative di sviluppo e sostegno di una frequentazione turistica delle montagne ben più consapevole, responsabile e ambientalmente sostenibile di quella proposta dai soggetti sopra citati ce ne sono a centinaia, altro che montagne abbandonate dove non va nessuno! Dai Villaggi degli alpinisti – Bergsteigerdörfer ai Villaggi Montani Certificati del CAI, agli innumerevoli progetti di rigenerazione territoriale sviluppati nelle Alpi e in Appennino, alla “Carovana dell’Accoglienza Montana”, parte della “Carovana delle Alpi” di Legambiente, che per di più si è data l’obiettivo di misurare il “Valore Aggiunto Comunitario” generato dal turismo sostenibile. Cioè quello che, tutelando fattivamente i territori, sostiene realmente le comunità valorizzando in modo veramente benefico la montagna, contro chi invece la vuole solo “mettere a valore” (l’accezione con la quale quelli utilizzano così spesso il termine «valorizzazione») piazzando funivie e infrastrutture d’ogni sorta per appicciargli un prezzo e venderla sul mercato turistico, esattamente come una località balneare o un parco divertimenti. Perché «Se non avessimo gli impianti, l’alta quota resterebbe a uso esclusivo di chi può raggiungerla con le proprie gambe» (sempre parole – deliranti, dal mio punto di vista – della Presidente di ANEF). Eh già, perché in montagna mica ci si può andare a piedi, quando mai! A questo punto riempiamo il mare di piattaforme galleggianti e passerelle pedonali, sennò resta a uso esclusivo di chi sa nuotare!

[In questa rappresentazione generata con l’AI, ecco come forse certi soggetti preferirebbero trasformare il Vallone delle Cime Bianche nonostante sia uno degli ultimi territori privi di turistificazioni in Valle d’Aosta e le rigide norme di tutela ambientale che in forza di ciò lo proteggono, nel quale peraltro ci vanno molti escursionisti appassionati, siano essi ambientalisti o no. Quale delle due versioni preferite voi?
Be’, inesorabilmente la pochezza di pensiero prima o poi finisce per cadere nel ridicolo: bisogna ammettere che certi soggetti sanno benissimo minare la propria credibilità da soli, senza bisogno di aiuti esterni. E a pensare che costoro hanno in mano una certa parte delle sorti delle montagne un po’ di brividi vengono! Di contro la suddetta pochezza di pensiero delinea pure, da un lato, la grande debolezza generale delle azioni che ne derivano (da me a da altri già dimostrata con dati oggettivi varie volte), e dall’altro lato la certezza che la sua manifestazione mediatica non identifica affatto tutti gli operatori turistici, i quali poi, spentasi l’eco di quella propaganda strumentale, si ritrovano a sostenere le innumerevoli crescenti criticità che il turismo montano oggi presenta, e non solo nella stagione invernale.

Fatto sta che qui, palesemente, l’unico territorio vuoto e abbandonato è quello del buon senso, della decenza, del rispetto verso le montagne, del senso del limite e della misura, e non certo dagli “ambientalisti” (chi sono costoro, poi? Ne ho scritto qui) ma dai soggetti che in forza dei propri interessi pretendono di spadroneggiare economicamente (e non solo) i territori montani, insieme ai loro sodali pubblici e privati. Peccato, perché se tali soggetti fossero ben più sensati e responsabili nelle proprie idee e nelle azioni messe in atto, chiunque ne ricaverebbe benefici concreti: loro stessi, le montagne, le comunità, gli ambientalisti, i turisti e i gitanti. Invece, un atteggiamento così bieco e gretto, ampiamente basato su superficialità e falsità, strumentalizzato, polarizzato e funzionale a scopi che nulla hanno a che fare con la realtà delle nostre montagne, genera solo danni a tutti. Inevitabilmente.

La «montagna accessibile»: un principio di civiltà o un inganno pericoloso?

La «montagna accessibile» è un’altra di quelle formule spesso utilizzate quando si infrastrutturano a scopo turistico i territori montani, al fine di giustificare un fine positivo e “virtuoso” delle opere realizzate, ma in verità è tra le “idee” più ipocrite e pericolose che sui monti si possano proferire.

Spesso utilizzata insieme ad altre per le quali «La montagna è di tutti» e dunque «Tutti hanno il diritto di frequentare le montagne» – di recente declinata pure con «L’alta quota deve essere per tutti», francamente delirante – è infida in quanto trasforma un diritto ipotetico e presunto in un “principio” sostanziale e forzato senza considerare il contesto e le sue specificità, quasi sempre per scopi e interessi che nulla hanno a che fare con le montagne propriamente dette. Ecco dunque che, in base a questa distorsione concettuale, si arriva a giustificare ogni cosa; dalle nuove vie ferrate che rendono accessibili le pareti montane anche a chi non sarebbe in grado di salirle per «avvicinarsi alle vette» e a un «ambiente d’alta montagna», alle ciclovie che rendono accessibili anche ai ciclisti meno abili luoghi in quota da sempre raggiunti solo a piedi, a nuovi impianti di risalita che rendono accessibile l’alta quota a chiunque, anche a chi si trova in affanno a salire una sola rampa di scale.

A questo punto, perché non realizzare funivie su tutte le sommità montane degne di tal nome oppure, ancora meglio, delle ampie e comode strade che rendano accessibili le vette anche a quelli che, magari, soffrono di vertigini e non salirebbero su una funivia?

Mi sembra chiaro che chiunque abbia in mente un tale concetto di «montagna accessibile», la montagna vera non sappia cosa sia ovvero decida di ignorarlo proprio per imporre principi palesemente illogici e infondati funzionali a obiettivi decontestuali. A parte che “accessibile” la montagna lo è già in innumerevoli modi (le Alpi sono la catena montuosa più antropizzata al mondo), non di rado eccessivi e pure alienanti: infatti ci ritroviamo spesso persone in bermuda e infradito a camminare sui ghiacciai o che percorrono vie ferrate in sneakers e senza l’attrezzatura di sicurezza proprio perché, in forza del messaggio che passa da tutto ciò, se la montagna diventa «accessibile» non può che essere anche “sicura”. Ecco dunque che alla formula «montagna accessibile» se ne unisce quasi sempre un’altra, «in totale sicurezza»: un’altra menzogna fuorviante e pericolosa (chiedetene conto ai membri del Soccorso Alpino!). La “totale sicurezza” in montagna non esiste, così come per principio non esiste – per ovvio buon senso, raziocinio, natura, geografia, cultura, evidenza lampante – la montagna “accessibile”: perché altrimenti non sarebbe più montagna vera. Dunque, forse non è così scontato rimarcare che la montagna è accessibile a chi è in grado di accedervi in forza delle proprie capacità e delle varie difficoltà da affrontare, ed è questo che rappresenta la sua bellezza, il suo fascino più attraente, il senso della sua frequentazione consapevole, il divertimento e l’appagamento che sa donare.

Su un sentiero pianeggiante vi possono accedere tutti, su una parete verticale vi accede chi ha l’attrezzatura individuale e le capacità tecnico-atletiche per superarla. Se non le ha può frequentare un corso di escursionismo o alpinismo ovvero affidarsi a un professionista dell’accompagnamento in montagna – una guida alpina o altro. Altrimenti dove non può accedere semplicemente (e razionalmente) non accede, ed è proprio questo il fascino profondo delle montagne: di fronte a una parete verticale che si è consci di non poter superare, scaturisce la meraviglia di una forma naturale spettacolare, estrema, sublime, repulsiva ma per questo attraente ed emozionante. Che senso ha renderla “accessibile” e poterla superare con – ad esempio – una via ferrata, se non banalizzarne il fascino attraverso un vero e proprio inganno? Che senso può avere l’avere accesso a un valico in alta quota, da sempre raggiungibile solo a piedi su sentiero a bordo di una bicicletta, magari pure elettrica, grazie a un’ampia e comoda ciclovia che per giunta ha intaccato pesantemente il versante che a quel valico adduce?

Ma di cosa stiamo parlando, seriamente?

La mia risposta: di un inganno, appunto, di una ipocrisia bella e buona con potenziali effetti perniciosi oltre che culturalmente deleteri.

Bisogna essere chiari: il concetto di «montagna accessibile» è un mero sotterfugio funzionale a infrastrutturare la montagna il più possibile – con ferrate, ciclovie, funivie e quanto altro di simile, come detto – che in verità svilisce e degrada l’idea stessa di montagna, la sua bellezza, il valore del suo paesaggio, la sua frequentazione logica, consapevole e intelligente, il godimento di frequentarla e magari di imparare a superarne le asperità senza inganni ma grazie alle conoscenze e alle capacità acquisite.

Diffidate sempre della montagna che viene definita «accessibile», perché probabilmente sarà una montagna artefatta e banalizzata. E diffidate parimenti di chiunque vi dica che «la montagna è di tutti»: no, la montagna è di tutti, ma tutti quelli che ne hanno rispetto, e il rispetto deriva anche dal non barare nei suoi confronti, dalla consapevolezza di ciò che in montagna si può fare e non si può fare, dal senso del limite che sui monti bisogna riconoscere e osservare proprio perché quello montano è un ambito la cui realtà naturale è fatta di limiti: fisici, morfologici, geografici, ambientali, ma anche e per certi versi soprattutto limiti di accessibilità.

Non lasciamo che a diventare così “accessibile” sia l’anima profonda della montagna. Perché se ciò accadesse non sarebbe più montagna. Tanto varrebbe raderle al suolo, le vette: così diventerebbero massimamente accessibili a chiunque e non ci sarebbe nemmeno bisogno di spendere risorse pubbliche per costruirci qualsivoglia infrastruttura per accedervi. Forse è proprio questo l’obiettivo finale di quelli che vanno blaterando di «montagna accessibile», quelli che le montagne non sanno realmente cosa siano.

Un altro paradosso turistico a Madesimo, che avrà una nuova funivia ma intanto la scuola se ne va via

Un altro recente caso emblematico dei tanti paradossi della montagna turistificata contemporanea è quello di Madesimo, celebre località sciistica e di villeggiatura (come si diceva una volta) della Valle Spluga, in provincia di Sondrio.

Madesimo, che oggi conta una popolazione di 506 abitanti e ha il reddito medio pro capite più elevato della Provincia di Sondrio, è dotata di un comprensorio sciistico rinomato, in assoluto il più vicino delle Alpi lombarde a Milano, con 10 impianti di età media pari a 25 anni circa e 36 chilometri di piste per il 90% innevate artificialmente. Un comprensorio che nel 2027/2028 (salvo ritardi: già qualcuno parla di 2029) annovererà una nuova funivia per raggiungere la Val di Lei, la zona sciistica con le piste più belle che sarà contestualmente dotata anche di una nuova seggiovia, per un investimento complessivo di oltre 40 milioni di Euro dei quali 16,5 milioni saranno finanziati da Regione Lombardia.

[Madesimo in inverno. Foto tratta da www.tripadvisor.it.]
Insomma, si direbbe che Madesimo viva una situazione felice, grazie al turismo che alimenta l’economia locale. Invece no, non è esattamente così, perché pur a fronte di quanto appena rimarcato, la realtà attuale del luogo è contrassegnata da numerose criticità.

Innanzi tutto a livello demografico: da tempo Madesimo perde abitanti in misura tendenziale sugli ultimi venticinque anni e non solo per il saldo naturale (quello tra nascite e decessi) negativo, ma anche perché molti lasciano la località e se ne vanno altrove.

Come si evince dal grafico soprastante, quelli che hanno lasciato Madesimo cancellandosi dall’anagrafe comunale per andare altrove, indicati dalla linea con i pallini rossi, sono stati spesso più di quelli che invece ci si sono iscritti fissando la propria residenza in loco. Detto in altro modo, il luogo non sa attirare nuovi abitanti e al contempo non riesce a trattenere quelli che ha.

Non solo: la comunità di madesimini stanziali, in quanto a struttura demografica, non è messa affatto bene. La popolazione è molto vecchia, contando ben 347,6 anziani ogni 100 giovani, così come lo è quella che lavora ancora, con un rapporto percentuale tra gli abitanti in età lavorativa più anziana (40-64 anni) e in quella più giovane (15-39 anni) di 184,8: indici spesso più che raddoppiati negli ultimi vent’anni, addirittura quasi triplicato per quello di vecchiaia. Inevitabilmente ne risente l’indice di natalità: nel 2024 è risultato pari a 3,9 x 1.000 abitanti, dunque soli 1,9 figli/anno per la comunità residente:

Le conseguenze di tale situazione sono state le solite riscontrabili per le montagne italiane, in fondo senza troppe differenze tra quelle “ricche” e quelle povere: in soli tre anni Madesimo ha perso la scuola materna, chiusa nel 2023, l’ambulatorio pediatrico nel 2024 e ora le scuole elementari, tutti servizi di base fondamentali – inutile rimarcarlo – per gli abitanti della comunità e per chi volesse farne parte. Senza poi contare la chiusura consequenziale di molti negozi di vicinato del paese e di altri esercizi e servizi prima a disposizione dei residenti, così alimentando un’involuzione demografica e sociale costante e all’apparenza irrefrenabile.

Dunque, nonostante la fama turistica, il marketing che l’alimenta, gli investimenti nelle infrastrutture del comprensorio sciistico, i finanziamenti pubblici al riguardo, anche a Madesimo l’industria turistica sembra non stia apportando alcun vantaggio alla comunità locale, anzi, verrebbe da supporre che in certi casi rappresenti una causa del suo costante deperimento.

Qualcuno potrebbe obiettare che senza lo sci e il turismo le cose sarebbero andate anche peggio. Potrebbe essere, ma siccome la storia non la si costruisce con i «se» e i «ma», per lo stesso principio logico si potrebbe di contro denotare che con uno sviluppo socioeconomico territoriale molto più organico e articolato forse le cose sarebbero andate meglio. Insomma, è un’obiezione che non tiene; d’altro canto, per buon senso, logica e attinenza oggettiva al contesto locale, è bene ragionare sulla realtà effettiva delle cose e sui dati concreti che la certificano, non su opinioni o ipotesi poco o tanto fondate.

[La vecchia funivia per il Pizzo Groppera e la Val di Lei, realizzata nel 1964 e giunta a fine vita tecnica.]
Quindi, a Madesimo ben venga la nuova funivia, che però – inevitabile supporlo – potrà salvare i bilanci della società che gestisce il comprensorio sciistico ma molto meno il paese, la sua comunità, la qualità di vita degli abitanti, la socialità che lo tiene realmente vivo ben più che i parcheggi pieni e gli skipass venduti.

Impianti sciistici più grandi? Impatti ambientali più piccoli! (Una storiella ironica, ma forse no)

Durante una riunione degli impiantisti, qualche tempo fa.

V.: «Dobbiamo costruire più impianti e più grandi, più capienti, più potenti!»
P.: «Ok, ma come facciamo poi con quelli che dicono che così distruggiamo le montagne?»
C.: «Non le distruggiamo noi le montagne, le v-a-l-o-r-i-z-z-i-a-m-o!»
P.: «Sì, ma quelli comunque parlano male di noi. Il problema resta.»
M.: «Sì, vero. Dobbiamo trovare una soluzione… dobbiamo fare in modo che i nuovi impianti siano meno… visibili, nonostante siano più grandi.»

(Attimi di silenzio.)

C.: «Ho un’idea! Dipingiamoli di bianco, tutti quanti, cabine, sostegni… così si confondono con la neve e diventano quasi invisibili!»
V.: «Sì, certo, come no, così d’estate invece si vedono di più! Ma che dici?»
M.: «Senza contare che ormai pure d’inverno ci sono i prati dove non spariamo la neve artificiale!»
C.: «Ah già.»
P.: «Una volta ho visto non so dove che un tizio aveva costruito una casa in montagna rivestendone l’esterno di specchi che riflettevano il paesaggio circostante. Così la casa diventava praticamente invisibile. Potremmo farlo con i nostri impianti!»
M.: «Mmm… ma se diventassero invisibili in questo modo poi il rischio sarebbe che la gente ci va a sbattere contro e ci tocca pure pagare gli indennizzi assicurativi. No, non mi sembra una buona idea.»
C.: «E le donne utilizzerebbero i sostegni delle cabinovie per rifarsi il trucco!»

(Risate, poi silenzio.)

V.: «Ho io una buona idea. Diminuiamo i sostegni lungo le linee degli impianti! Sostituiamo una seggiovia che ha venti o trenta sostegni con un impianto più grande e capiente ma che ne abbia solo dieci!»
P.: «Uhm… in effetti…»
V.: «In quel modo potremo dire di aver ottenuto una riduzione significativa dell’impatto ambientale e sul territorio, dunque di aver reso “sostenibile” il nuovo impianto, più “green” e tutte quelle scemenze che piacciono tanto agli ambientalisti.»
M.: «Sì, ma se l’impianto è grande il doppio o il triplo rispetto a quello precedente, come può diminuire l’impatto sull’amb…»
V.: «BASTA NON FARLO NOTARE! La gente non è così sveglia, molte cose se non gliele fai notare nemmeno le vede. Facciamola pensare semplice: trenta sostegni prima, solo dieci ora, quindi impatto ambientale ridotto della metà se non di più. Fine. Questo va detto e la gente questo deve sapere. Non di più.»
P.: «Mi sembra un’ottima idea!»
C.: «Sì, anche a me!»
P.: «Tutto cambi affinché nulla cambi, in pratica! L’ho sentita l’altra sera da un tizio alla TV, dev’essere il verso di una canzone di non so chi.»
V.: «Bene, allora procediamo! E fatelo sapere anche a tutti gli altri, che lo dicano quando verranno intervistati su qualche nuovo impianto in costruzione! Sarà una parte della nostra strategia di comunicazione. Ci provino a dire che noi impiantisti non difendiamo l’ambiente delle montagne!»

(Cenni generali di consenso e soddisfazione.)

[La zona sciistica dell’Alpe Tognola nel comprensorio di San Martino di Castrozza. Immagine di Roberto de Pellegrin, tratta da www.sanmartino.com.]
Già. Questa storiella, ovviamente ironica e del tutto “inventata” (?!), mi è comparsa in mente appena dopo aver letto nell’articolo de “Il Dolomiti”, al quale si riferisce l’immagine lì sopra, le affermazioni sul minor numero di sostegni che farebbero diventare meno «impattante sull’ambiente» un impianto di risalita più grande e capiente di quelli precedenti. Affermazioni che avevo già letto e sentito altrove in circostanze simili, e a sufficienza da poter pensare che la loro perfetta corrispondenza non dipenda da una mera casualità ma da un’idea ben precisa e condivisa. Una strategia di white washing, insomma, per far credere che un nuovo grande impianto di risalita ad uso sciistico in alta montagna sia meno impattante di quanto per logica venga da credere e che, dunque, lo sci sia un’attività che preserva l’ambiente e i territori che coinvolge.

Be’, al netto del caso singolo e dell’opera in sé, che sarà funzionale al comprensorio in questione e al suo business nonché realizzata con tutti i crismi del caso, la suddetta idea è quanto meno bislacca. Come se l’impatto ambientale generale di un grande impianto di risalita si misurasse solo con lo spazio occupato sul terreno dai suoi sostegni e non esistesse l’impatto visivo – proprio e rispetto al paesaggio circostante: stazioni più grandi, sostegni più elevati, franco da terra maggiore, eccetera – quello acustico oppure quello, indiretto (ma non troppo), dettato dalla portata oraria e quindi dal maggior afflusso di persone nel luogo e lungo le piste. Equivarrebbe a dire che un nuovo grande stabile costruito su un’area non ancora edificata vi impatterebbe meno se fosse sollevato da terra ovvero sopraelevato da una serie di pilastri, dunque che il conseguente consumo di suolo sarebbe pari alla sola superficie di tali pilastri! A questo punto perché allora non costruire una grande funivia con solo un paio di sostegni? Da 33 a 10 a 2: così si avrebbe una riduzione ancora più significativa dell’impatto ambientale e sul territorio. O no?

[Veduta estiva dell’Alpe Tognola, tratta da https://www.facebook.com.]
Mi verrebbe anche da rimarcare quella che a me pare una solita incongruenza, cioè la presenza di una grande area sciistica (con tutto ciò che ne consegue a livello di impronta ambientale e ecologica) all’interno di un Parco Naturale, quello di Paneveggio – Pale di San Martino: invece non posso farlo in quanto la presenza del comprensorio sciistico è legittima, sia perché esistente prima dell’istituzione del Parco (1967) e sia perché impianti e piste sono posti in una delle zone di “Riserva controllata” dell’area protetta, nelle quali le aree sciabili sono consentite così come la loro modifica «in funzione di un migliore inserimento nel paesaggio circostante o dell’adeguamento tecnologico e funzionale» (Capo III, art.15 del Piano del Parco in vigore). Tuttavia, ciò non toglie che la presenza di infrastrutture ad uso prettamente ludico-ricreativo di notevole impatto all’interno di un’area di tutela ambientale, come dei grandi impianti di risalita, resta dal mio punto di vista e in senso generale opinabile e raramente derogabile. Ma è una mera opinione personale, questa.