Tutti i soldi che genererebbero i comprensori sciistici dove fanno a finire? Un’analisi chiara e illuminante della “montagna fantasma” dello sci

[Immagine generata con Google Gemini AI.]
Al dossier “Nevediversa 2026”, curato da Legambiente, che da anni monitora con rigore scientifico, un’ampia messe di dati oggettivi e conseguenti analisi approfondite la realtà della montagna invernale italiana – dossier liberamente consultabile e scaricabile qui al quale ho avuto il privilegio di contribuire – ha risposto dopo pochi giorni l’ANEF, Associazione Nazionale Esercenti Funiviari – gli impiantisti che gestiscono l’industria dello sci in Italia, in pratica – con uno studio commissionato a PwC Italia non pubblico e non diffondibile (!) dal titolo “L’economia della Montagna. Impatti e sfide del sistema montagna in Italia”, con il quale si dimostrerebbe il valore aggiunto e la grande ricchezza che lo sci sarebbe in grado di generare e dunque in questo modo mirando a contraddire, indirettamente ma non troppo, i dati e le analisi di “Nevediversa”.

Ma è proprio così?

Un ottimo e chiaro lavoro di analisi sullo studio fantasma di ANEF lo ha fatto Veronica Vismara, Presidente della Commissione Tutela Ambiente Montano del CAI Lombardia, pubblicandone poi il resoconto sul proprio sito web: leggetelo, è veramente esemplare e illuminante. Il titolo è già molto chiaro, “Cosa non dice (e cosa non mostra) il rapporto ANEF-PwC sull’economia della montagna”: già, perché lo studio di ANEF fornisce alcuni dati, rilevati dalla stampa perché altrimenti non disponibili come detto, utili alla narrazione funzionale all’Associazione e ai suoi aderenti – e ci sta, ci mancherebbe – ma non ne riporta molti altri che da subito confuterebbero i primi e fornirebbero un’immagine ben diversa della montagna italiana turistificata dallo sci industriale.

Veronica Vismara con la sua puntuale analisi smonta punto per punto lo studio di ANEF e ne rileva la reale natura, molto meno virtuosa di quanto vorrebbe apparire – e, obiettivamente, pure meno positiva per l’immagine di ANEF e circa la descrizione delle sue attività sulle montagne. Dimostra come lo studio non sia un documento indipendente e dunque verificabile, come i dati che presenta non si possano considerare compiutamente affidabili, come il metodo utilizzato per elaborarli risulti parziale e arbitrario, cioè funzionale a sostenere certe posizioni e dichiarazioni di ANEF, come non contestualizzi per nulla i numeri così magniloquenti che presenta, svuotandoli dunque di senso e significato concreto, come delle “sfide” che lo studio cita nel proprio titolo e che indubbiamente l’industria dello sci sta affrontando e dovrà sempre più affrontare, vista la realtà montana contemporanea (non solo ambientale e climatica) non vi sia traccia alcuna, eccetera. Attenzione, ciò non significa che lo studio di PwC Italia dica cose false: le dice in modo parziale, incompleto, strumentale, come fanno comodo ad ANEF insomma.

Così Vismara conclude la propria analisi:

Lo studio ANEF-PwC misura le ricadute economiche positive del turismo sciistico nei territori alpini più performanti d’Italia. Che lo sci generi indotto economico è un fatto ovvio, che nessuno contesta. La domanda vera, però, è un’altra: a quale costo complessivo (ambientale, sociale, finanziario pubblico) e rispetto a quali alternative?
A queste domande lo studio non risponde. Non perché non siano importanti, ma perché non è progettato per risponderci. È uno strumento di advocacy costruito per sostenere la narrazione di un settore, non un’analisi di policy pubblica.
Per chi vive in montagna e si chiede quale futuro avranno i propri territori, servirebbero studi diversi: indipendenti, completi, trasparenti, che mettano sul tavolo tutti i costi e tutti i benefici, che confrontino scenari alternativi, che includano le proiezioni climatiche, e che soprattutto siano leggibili da chiunque, non custoditi dietro una richiesta di autorizzazione.
Fino ad allora, quei numeri così rotondi che rimbalzano da una testata all’altra sono un racconto parziale. E un racconto parziale, per quanto sofisticato, non è una base su cui costruire il futuro delle nostre montagne.

Ora, alle considerazioni di Vismara io aggiungo un’altra domanda fondamentale da porsi, alla quale lo studio di ANEF non dà alcuna risposta: tutti quei soldi, quell’economia, quelle ricadute sui territori che l’industria dello sci genererebbe, dove vanno a finire?

Di sicuro non alle comunità, eccetto che per quei pochi soggetti interni alla filiera turistica alla quale tuttavia spesso vi risultato totalmente dipendenti, ostaggi, prigionieri. Tale verità è ben dimostrata dai dati demografici dei comuni che ospitano i comprensori sciistici i quali, salvo rarissimi casi, stanno costantemente perdendo abitanti e hanno gli indicatori strutturali (età media della popolazione, indici di ricambio della popolazione attiva, rapporto tra chi lavora e chi no, tasso di natalità, eccetera) in continuo peggioramento. Di questa realtà, con un focus sui comprensori sciistici della Lombardia, ne ho scritto su “Nevediversa 2026”: cliccate sull’immagine qui sopra, il mio articolo lo trovate da pagina 271.

Non solo: la provincia di Sondrio cioè la Valtellina, territorio dove l’economia del turismo soprattutto invernale la fa da padrone (non a caso è stata eletta sede delle recenti Olimpiadi invernali), è una di quelle da cui si emigra di più in Italia: gli iscritti all’Aire (il registro degli italiani residenti all’estero) sono oltre il 15% della popolazione, più del doppio rispetto alla media regionale. E ad andarsene sono soprattutto i giovani, i quali evidentemente non vedono alcun buon e prospero futuro nel restare tra le loro montagne. Cioè, non trovano tutti questi soldi che lo sci lascerebbe nei territori turisficati come ANEF vorrebbe far credere.

Dunque, ribadisco: tutti questi soldi che genererebbe il sistema dello sci dove vanno a finire? Probabilmente nelle tasche di pochi, di sicuro non a vantaggio dei territori e delle loro comunità, dei loro territori, dei bisogni, delle necessità che supportano la stanzialità abitativa e lavorativa. Senza peraltro considerare gli enormi debiti che parimenti vengono generati dallo sci e che gravano, questi sì, sull’intera collettività, visto che sovente vengono sostenuti dalle finanze pubbliche.

Bene, direi che non c’è molto altro da aggiungere.

Ribadisco l’invito a leggere il dettagliato e illuminante lavoro di Veronica Vismara e a non cedere a certi specchietti per allodole montane: la realtà delle nostre montagne è ben altra, più complessa e affascinante, ben lontana da strumentalizzazioni e propagande e in cammino verso un futuro inevitabilmente diverso da quello che certi soggetti vorrebbero imporre nel tentativo, sempre più disperato, di difendere i propri interessi. Che di questo passo prima o poi imploderanno, garantito.

Il Lago Bianco del Gavia, un luogo ricco di bellezza in una società povera di giustizia

Una società si dimostra particolarmente ingiusta e squilibrata non solo quando lascia che chi la governa commetta delle azioni palesemente sbagliate senza che nessuno possa intervenire per fermarle fino a che il danno conseguente sia ormai fatto, ma pure quando dà la possibilità a chi ha commesso quello azioni di restare impunito, giustificandone così l’incompetenza e l’arroganza manifestate. Questo è un principio che vale per i massimi sistemi come per i piccoli, e ancor più se a subire il danno è un patrimonio inestimabile e collettivo, di noi tutti. Noi che altrimenti, insieme quel patrimonio, rischiamo di subire una bieca doppia – se non tripla – ingiustizia.

Il principio sopra esposto è perfettamente applicabile al Lago Bianco del Gavia – ricordate? Un bellissimo lago alpino a 2600 metri di quota a poca distanza dal Passo del Gavia, tra Valtellina e Valle Camonica il quale, nonostante presenti un biotopo di raro valore naturalistico e sia posto nella zona di massima tutela del Parco Nazionale delle Stelvio, tra il 2023/2024 è stato preso d’assalto da un cantiere che doveva prelevarne l’acqua al fine di alimentare i cannoni sparaneve del comprensorio sciistico di Santa Caterina Valfurva. Un cantiere illegittimo e palesemente criminale che solo grazie all’appassionato impegno di alcuni amici, Marco Trezzi in primis, e ad una mobilitazione “dal basso” che ha avviato diffide, esposti finanche alla UE e una battaglia legale autofinanziata – e senza alcun supporto dalle istituzioni politiche, è bene rimarcarlo – è stato fermato, ma già dopo che sono stati causati danni evidenti alle rive del lago.

Bene: nonostante tutto ciò, solo di recente è emerso che la Procura di Sondrio, competente sull’iter giudiziario avviato dal Comitato “Salviamo il Lago Bianco”, ha archiviato l’esposto a luglio 2025, senza avvisare il legale del Comitato come la legge prevede e senza rispondere alle infinite richieste di audizione che negli anni sono state fatte. Oltre a questo ha continuato a far aggiornare l’esposto con perizie e documenti che, per quanto sopra, finivano all’insaputa dei promotori su un binario morto. Come ha scritto il Comitato sulla propria pagina Facebook, «Prendiamo dunque atto che secondo la “giustizia” Italiana devastare un habitat naturale protetto da svariati livelli normativi nazionali ed internazionali non costituisce reato alcuno.»

Viene da esclamare «Che schifo!», già. Ma non basta. Per presentare formale reclamo davanti alla giustizia Italiana contro il comportamento della Procura di Sondrio il Comitato ha deciso, previo assenso popolare raccolto in poche ore, di integrare la petizione UE e far ricorso alla Commissione Europea dei Diritti dell’Uomo per violazione delle norme sull’accesso alla giustizia. Citando ancora il Comitato, «Soccombere a questo punto ci pare vergognoso e irrispettoso rispetto quanto di buono ed efficace fatto sin ora. Chiediamo quindi ancora una volta il vostro aiuto, per aiutarci a dare giustizia al nostro amato Lago Bianco. Per noi e per lasciare un segno che potrà essere visto anche dalle prossime generazioni.» Servivano infatti ulteriori 2.500 Euro oltre a quelli raccolti in precedenza per sostenere la causa di difesa del Lago: ma io ne sto scrivendo con qualche giorno di ritardo per cause di forza maggiore e la cifra necessaria è già stata rapidamente raccolta.

Tuttavia, posta tale assurda, vergognosa vicenda, io credo che ogni autentico appassionato di montagna e qualsiasi persona sensibile al futuro delle nostre terre alte e alla loro ineludibile bellezza, nonché consapevole che non esista alcuna società propriamente detta senza giustizia vera, anche nelle cose apparentemente secondarie come questa che in realtà non lo sono affatto – anzi, sovente sono ancora più emblematiche al riguardo – non possa non sostenere questa ulteriore, fondamentale battaglia del Comitato in difesa del Lago Bianco: donando qualcosa alla raccolta fondi, restano sensibile alla questione, facendo massa critica e pressione sulle figure istituzionali coinvolte, pretendendo che territori di inestimabile valore e bellezza come quello del Lago Bianco e ogni altro sulle nostre montagne non possa e non debba subire assalti tanto criminali da parte di soggetti pubblici o privati evidentemente incapaci di comprendere quel valore e interessati solo ai propri tornaconti, alle spalle dell’intera società civile.

La prima giustizia è proprio questa, in fondo: non quella che può sancire un tribunale o altro soggetto affine dopo un’azione giudiziaria, ma quella che noi tutti, singoli cittadini che siamo società civile e ancor prima comunità civica, dobbiamo pretendere prima che qualsiasi sopraffazione, prepotenza, illegalità, si manifestino e vengano avviate. Ancor più se coinvolge qualcosa di così bello, importante e delicato come le montagne: che sono nostre, di noi tutti, non di qualche miserrimo arrogante e dei suoi sodali. La cui impunità, sia chiaro, sarebbe un’ignobile sconfitta non solo per il Lago Bianco ma per l’intera nostra società.

Lunga e serena vita al Lago Bianco e a tutte le nostre montagne!

Per passare all’azione: