Liberarsi dai governi

Non sono molti i momenti in cui vivo sotto un governo, persino in questo mondo. Se un uomo è libero nel pensiero, nella fantasia, nell’immaginazione, in modo tale che ciò che non è non gli appare mai per molto tempo come ciò che è, non è detto che governanti o riformatori stolti riescano a ostacolarlo.

(Henry David ThoreauDisobbedienza civile, a cura di Franco Meli, traduzione di Laura Gentili, Milano, Feltrinelli Editore, 1992-2018, pag.44.)

Perché Thoreau, e perché questa citazione? Perché sì, a prescindere. Leggere Thoreau, considerare il suo pensiero e rifletterci sopra, sono pratiche che dovrebbero risultare quotidiane, o più frequenti possibile, per qualsiasi individuo libero e con lo sguardo rivolto al futuro. Ugualmente, lo dovrebbero essere per qualsiasi individuo che voglia rendersi libero da certi elementi del tutto antitetici ad un buon futuro, per se stesso e per il mondo in cui vive.

Ma certo, riguardo questa citazione nello specifico, e constatando le azioni dei governi di molti stati del mondo di oggi, stolte a dir poco, mi pare che il suo messaggio diventi ogni giorno più importante e necessario, ecco.

Il governo migliore

[Photo by Miguel Bruna on Unsplash]
La crisi di livello globale generate dalla pandemia del coronavirus ha messo ancor più di prima in luce (benché non ve ne fosse affatto bisogno) l’inadeguatezza di molti poteri politici un po’ ovunque, sul pianeta. Inadeguatezza dovuta a incapacità, inettitudine, sbruffonaggine, ignoranza, mancanza di sensibilità, di visione, di percezione della realtà ovvero distacco da essa, menefreghismo, malignità… Tutte doti sempre ben presenti in quasi tutti i leader politici e di governo, come fossero caratteristiche ineludibili per conquistare quelle cariche di potere – ma il condizionale da me appena utilizzato è probabilmente del tutto retorico. Vi sono casi certamente più eclatanti, come quelli di USA e Brasile nei quali le figure di potere mirano all’autocrazia ma finiscono invece per autodelegittimarsi proprio in forza della loro incredibile inadeguatezza, ma pure nei governi locali queste da me rimarcate sono circostanze ormai ordinarie – in Italia la si conosce mooooolto bene, questa desolante realtà.

Dunque, mi chiedo: a fronte di questa situazione palese nonché viste le citate bieche spinte vieppiù autocratiche di tanti governi “democratici”, nel tanto blaterato “niente sarà come prima” determinato dal coronavirus non sarebbe ormai il momento di contemplare un’autentica rivoluzione politica globale per la civiltà umana ovvero un salto evolutivo socioculturale veramente potente e innovatore, cioè l’eliminazione sostanziale di qualsiasi potere politico?

Per dirla in altre e più franche parole: nell’anno 2020, terzo millennio, l’Homo Sapiens Sapiens ormai Super Technologicus è invece tanto primitivo dal punto di vista politico da aver ancora bisogno di un potere superiore governante, dominante, vigilante, non di rado soggiogante, che controlli la sua così decantata “civiltà”? Non sarebbe piuttosto l’ora di mettere in pratica quello che già il fondamentale Thoreau indicò nella sua Disobbedienza Civile, cioè che «il governo migliore è quello che non governa affatto» semplicemente perché la società che dovrebbe governare non ne ha più il bisogno?

Ci dovremmo pensare, secondo me. Anche per evitare che quella paradossale primitività politica della civiltà umana si acuisca sempre di più, con effetti tragicamente deleteri.

Gli inadeguati cronici

Rifletto, in questo periodo di emergenza pandemica, come ogni giorno che passa diventi sempre più palese l’inadeguatezza (termine fin troppo magnanimo) della classe politica alla gestione della cosa pubblica, in ogni suo aspetto. Una inadeguatezza cronica, in regime di assoluta par condicio – “destra” e “sinistra” allo stesso modo, insomma – fatta di ipocrisia, meschinità, ottusità, che riflette perfettamente lo stato dell’arte contemporaneo del sistema politico e ciò non per colpa della democrazia, come alcuni sostengono, ma al contrario perché quell’inadeguatezza è funzionale al mettere biecamente sotto attacco la democrazia, così da sminuirne il valore e smontarne l’efficacia politica e sociale ovvero per colpa e volontà di spinte antidemocratiche che mirano a tornaconti particolari e illiberali.

Così, quasi esattamente 3 anni fa, pubblicavo qui sul blog un articolo al riguardo il quale, guarda caso, sembra fatto apposta per accompagnare le mie attuali riflessioni. Dunque ve lo ripropongo di seguito, nella speranza che, chissà, i cambiamenti “da coronavirus” che molti invocano possano coinvolgere in modo netto e intenso anche la politica. Anche se, a tale possibilità, confesso che ci credo molto poco. Già.

Ma siamo proprio certi che il mondo, senza poteri, governi, gerarchie, autorità e quant’altro di simile, sarebbe veramente nel caos?

Se millenni addietro, quando si cominciava ad articolare la civiltà umana attraverso la nascita delle strutture di comando che tutt’oggi la caratterizzano, l’uomo si fosse reso conto per qualche prodigiosa illuminazione che tali strutture non fossero esattamente il meglio per il benessere futuro della civiltà e per il suo progresso, nel senso più pieno e alto del termine, oggi come saremmo messi? Peggio, o meglio? Ci saremmo già autodistrutti, o saremmo la civiltà più libera e avanzata di questa parte di Universo?

Tuttavia, il fine assoluto di una civiltà che si ritenga intelligente – e capace di dimostrarsi tale – non sarebbe quello di svincolarsi, col tempo, da qualsiasi forma teorica e pratica di autorità e di prevaricazione (anche quando “democratica”) della dignità umana derivante da quell’intelligenza?

Lo so. Sono domande a cui non ci può essere alcuna risposta effettiva ma che di contro, in aggiunta ad una lettura pur fugace della storia dell’uomo, lasciano inesorabilmente aperto il dubbio – ancor più osservando certe realtà di oggi, anno 2017 (quando scrissi questo articolo, appunto – n.d.L.). Ed è un dubbio necessario, io credo, per cercare di restare il più possibile liberi.

Capii che lo Stato era stupido, che era insicuro come una donna nubile in mezzo alle sue argenterie, e che non sapeva distinguere gli amici dai nemici; persi tutto il rispetto che mi era rimasto nei suoi confronti, e lo compatii.

(Henry David ThoreauLa disobbedienza civile, a cura di Franco Meli, traduzione di Laura Gentili, Casa Editrice SE, Milano, 1992.)

Consigli di lettura: Michael Sims, “Il sentiero per Walden”

Ovvero: di libri che non ho ancora letto ma so per certo – cioè per vari e giustificati motivi, anche senza averli ancora letti – che siano interessanti e importanti da conoscere subito. E che ovviamente leggerò presto.

Il sentiero per Walden. Vita improbabile di Henry David Thoreau, di Michael Sims, con un saggio di Antonio Moresco, Luiss University Press, 2019.

Scrive al proposito Moresco: «Questo libro racconta la storia di un uomo eccentrico e libero e di un pensatore sconfinatore. Racconta la vicenda di un grande Paese che stava nascendo e continuando telluricamente a nascere, di un mondo nuovo e di una nazione nuova che portava con sé anche il sogno di un uomo nuovo, di un crogiolo di popoli venuti da ogni parte del mondo uniti da una visione esistenziale espansiva, un esperimento umano e politico mai tentato prima, con le sue luci e le sue ombre, le sue grandi speranze ma anche le sue terribili colpe (il genocidio dei nativi, lo schiavismo). E ci racconta anche un incrocio di esistenze personali, di elezioni e destini che si sono trovati a coesistere negli stessi anni cruciali della vita politica e spirituale di questo Paese in progress, in un momento di eccezionale e germinale tensione e fervore, tanto da venire poi chiamato “Rinascimento Americano”…
Il sentiero per Walden è un libro che sta al confine tra biografia, saggio e ritratto di un’epoca, così ricco di informazioni e particolari, così fluido e con un effetto presenza così continuo e vivido che si ha l’impressione di entrare in un’altra esistenza e in un mondo parallelo, di sperimentare un incontro ravvicinato del terzo tipo. L’enorme mole di documentazione che sta alla base di questo libro ma anche la capacità di dominarla e la bravura dell’autore nello scioglierla con naturalezza attraverso mille particolari nel corso della narrazione ne fanno una lettura ricca di suggestioni e pulsante.»

E, mi permetto di aggiungere: Thoreau, direttamente o meno, ovvero sui suoi scritti o su testi critici e biografici che lo narrano, è sempre da leggere perché è sempre fondamentale. Anzi, forse oggi ancor più che ai suoi tempi.

Cliccate sull’immagine della copertina del libro per saperne di più.

Resta la Natura

Dopo aver esaurito quel che t’offrono affari, politica, allegri simposi, amore e così via – e aver scoperto che niente di tutto ciò alla fine soddisfa o dura in eterno – che cosa ti resta? Resta la Natura; portar fuori dai loro torpidi recessi le affinità tra un uomo o una donna e l’aria aperta, gli alberi, i campi, il volgere delle stagioni – il sole di giorno e le stelle del firmamento la notte.

(Walt Whitman, Nuovi argomenti in Giorni rappresentativi e altre prose, a cura di Mariolina Meladiò Freeth, Neri Pozza Editore, Vicenza, 1968, pag.148.)