La politica è morta, abbasso la politica!

Sempre di più le democrazie occidentali producono – per sconcertante paradosso – un potere politico ormai completamente basato sulle caste, sull’autoreferenzialità, sul presenzialismo mediatico come unico contatto con gli elettori, sul più ridicolmente bieco populismo, sulla ciancia vuota e futile,  sull’insulto reso slogan – ultimo confronti delle presidenziali francesi docet. Ovunque, da destra a sinistra, i programmi sono ormai scomparsi, la finalità di guidare civicamente e moralmente i paesi è dimenticata, la “politica” nel senso originario del termine del tutto estinta: il fine principale dei politici contemporanei – sovente l’espressione peggiore della società da cui provengono – è preservare e accrescere il proprio potere, non più a vantaggio del paese governato ma a suo totale discapito. È vero: “ogni popolo ha i governanti che si merita”, ma tale desolante verità è un circolo vizioso sempre più autodistruttivo e letale, nel quale ad averne la peggio sono e saranno sempre, per primi, i singoli individui e comuni cittadini. A meno che, finalmente, quel popolo comprenda, con piena consapevolezza civica e morale, di non poter e dover meritare i governanti da cui si ritrova comandato… Ma forse è pura utopia, questa, ancor più di quanto sostenne Thoreau nella sua (vitale, oggi più di allora) Disobbedienza Civile: il governo migliore è quello che non governa affatto. Anche se, aggiungo io, non vedo come ci si possa ritenere una civiltà realmente avanzata se continuiamo a farci comandare da un sistema di potere politico tanto esanime, qualsiasi esso sia.

“È così che la massa degli uomini serve lo Stato, non come uomini coraggiosi ma come macchine, con il loro corpo. Sono l’esercito permanente, la milizia volontaria, i secondini, i poliziotti, il posse comitatus ecc. Nella maggioranza dei casi non c’è nessun libero esercizio del giudizio e del senso morale, sono al livello del legno, della terra, delle pietre. Suppongo che se facessimo degli uomini di legno sarebbero altrettanto utili. È un tipo d’uomo che non richiede maggior rispetto che se fosse fatto di paglia o di un impacco di sterco. Ha lo stesso valore dei cani e dei cavalli. E tuttavia, normalmente, quegli uomini sono considerati buoni cittadini. Altri – come la maggioranza dei legislatori, dei politicanti, degli avvocati, dei preti e dei tenutari di cariche – servono lo Stato soprattutto in base a ragionamenti astratti; e poiché fanno assai di rado distinzioni morali, hanno la stessa probabilità di servire Dio che, senza volerlo, di servire il diavolo.”

Il potere (del dubbio)

Ma siamo proprio certi che il mondo, senza poteri, governi, gerarchie, autorità e quant’altro di simile, sarebbe veramente nel caos?

Se millenni addietro, quando si cominciava ad articolare la civiltà umana attraverso la nascita delle strutture di comando che tutt’oggi la caratterizzano, l’uomo si fosse reso conto per qualche prodigiosa illuminazione che tali strutture non fossero esattamente il meglio per il benessere futuro della civiltà e per il suo progresso, nel senso più pieno e alto del termine, oggi come saremmo messi? Peggio, o meglio? Ci saremmo già autodistrutti, o saremmo la civiltà più libera e avanzata di questa parte di Universo?

Tuttavia, il fine assoluto di una civiltà che si ritenga intelligente – e capace di dimostrarsi tale – non sarebbe quello di svincolarsi, col tempo, da qualsiasi forma teorica e pratica di autorità e di prevaricazione (anche quando “democratica”) della dignità umana derivante da quell’intelligenza?

Lo so. Sono domande a cui non ci può essere alcuna risposta effettiva ma che di contro, in aggiunta ad una lettura pur fugace della storia dell’uomo, lasciano inesorabilmente aperto il dubbio – ancor più osservando certe realtà di oggi, anno 2017. Ed è un dubbio necessario, io credo, per cercare di restare il più possibile liberi.

Capii che lo Stato era stupido, che era insicuro come una donna nubile in mezzo alle sue argenterie, e che non sapeva distinguere gli amici dai nemici; persi tutto il rispetto che mi era rimasto nei suoi confronti, e lo compatii.

(Henry David ThoreauLa disobbedienza civile, a cura di Franco Meli, traduzione di Laura Gentili, Casa Editrice SE, Milano, 1992.)

Società deboli, leader “forti”, cultura assente

il_grande_dittatore_locSocietà deboli – deboli di cultura, di identità, in preda a numerose fobie indotte, sociologicamente destrutturate e degradate, irrazionalmente etnocentriche – chiedono e vogliono essere guidate da leader “forti”, che tali si manifestano proprio in forza della debolezza diffusa. Ma anche in questo caso la “regola” è sempre quella: ogni popolo ha i governanti che si merita ovvero, detto in altre parole, ogni società esprime leaders che inevitabilmente sono esempio assoluto e massima rappresentazione di esse. Per ciò, queste società non si rendono conto che i loro leader forti in realtà sono estremamente deboli, che la forza da essi manifestata – quasi sempre coercitiva, guarda caso – non è che il tentativo di mascheramento della loro reale debolezza: società di questo tipo, dunque, sono inevitabilmente destinate ad una decadenza assai rapida, e tale anche per l’incapacità di cognizione della loro effettiva condizione, appunto.

Viceversa, società forti – in senso identitario, culturale, sociologico – e altamente consce del proprio “sé” non abbisognano leadership forti ma rappresentanze funzionali alla “gestione pratica” della loro forza: leader che siano degli espedienti utili al bene della società, giammai a quello di sé stessi e del loro potere.

Non a caso uso il termine “espedienti”: è di Henry David Thoreau, che al riguardo affermò la (tutt’oggi) migliore e più efficace “regola”: “Il miglior governo è quello che non governa affatto”, semplicemente perché non avrà bisogno di farlo nei confronti d’una società forte, composta da individui dotati di alto senso civico e piena consapevolezza della propria identità culturale individuale e collettiva. Una società capace di mostrare la propria forza sociale (sociologica) da sé e nel modo più proficuo possibile.

Invece, pare che certa parte del mondo – e, assurdamente, buona parte di quello presumibilmente più “avanzato” – oggi (siamo nel Terzo Millennio, anno 2017: è bene ricordarlo, forse!) vada dalla parte opposta. Nuovamente, è una questione fondamentalmente culturale, anche questa. E i risultati di questa devianza regressiva da crescente imbarbarimento collettivo si vedono già ora, purtroppo.

WALDEN, volume 0

cop_waldenViviamo nell’epoca dell’informazione totale, quella che, soprattutto grazie al web, ci può dare con estrema facilità e rapidità dati e spiegazioni su qualsiasi cosa al fine di permetterci la costruzione personale di una consapevolezza ragionata e giustificata su pressoché l’intera realtà quotidiana. Eppure, nonostante questo dato di fatto, le nostre visioni, considerazioni e convinzioni stanno sempre più diventando manichee. È un paradosso parecchio incredibile questo: sarebbe come se un viaggiatore sempre più fornito di mappe, bussole e strumenti di orientamento si smarrisse continuamente e con frequenza crescente, incapace non tanto di trovare la via giusta quanto di capire se quella intrapresa lo sia, oppure no. Ovvero, incapace di rendersi conto che, forse, è proprio fuori dagli itinerari già tracciati che si può trovare la via migliore, la più sicura, la meno rischiosa. Tra due strade in direzione opposta, la cui percorrenza dell’una o dell’altra imporrebbe una scelta forzata, imposta e manichea, appunto, ci potrebbe essere una terza via, che si può intraprendere – anzi, ancora prima, che si può scorgere soltanto uscendo da quel meccanismo mentale suddetto, così abituale in quanto estremamente semplice ma, al contempo, così primitivo e materiale, così poco spirituale e altrettanto poco coraggioso…
In fondo, fu una “terza via” di tal sorta quella che scelse di percorrere Henry David Thoreau quando, per due anni o poco più, decise di tirarsi fuori dalla civiltà industriale sempre più predominante per vivere sulle rive del lago Walden: non un assoggettarsi senza condizioni al progresso – prima via – e non il rifiuto tout court di esso per tornare ad un primitivismo sostanzialmente illogico e fondamentalista – seconda via, opposta alla prima – ma un porsi in meditazione lungo una via alternativa, per così dire, al fine di tessere nuovamente gli ineludibili legami tra l’uomo e la Natura (perché alla fine anche quella umana è una razza animale, checché se ne scordi sempre più spesso, e il suo pretendere di signoreggiare la Natura ponendosi al di sopra di essa somiglia molto alla pretesa di volare senza essere uccelli e senza l’ausilio di tecnologie apposite: lo schianto a terra è e sarà sempre inevitabile) e, dunque, di riarmonizzare il progresso della civiltà umana con il mondo sul quale e nel quale esso si sviluppa.
Non tanto inevitabile quanto predestinato è, per quanto sopra, il fatto che un nuovo magazine che intende occuparsi di uno degli ambiti del mondo contemporaneo più emblematicamente manichei in assoluto – il rapporto dell’uomo con la Natura e l’ambiente naturale in genere – si potesse e dovesse chiamare Walden. Nato da un’intuizione di Antonio Portanova – direttore editoriale del magazine – e da una “incubazione progettuale” di almeno due anni, preziosamente tutelata da un nume del calibro di Davide Sapienza, ha incominciato a incamminarsi (termine quanto mai consono, e non solo in senso thoreauiano!) lungo la propria via a fine ottobre scorso con il volume 0 – e la sua, sotto molteplici punti di vista, è veramente una terza via che diparte, si discosta e dirige lontano rispetto a quelle che, pare, buona parte del mondo restante ha scelto di percorrere sui temi indicati. A partire dal manifestarsi in forma cartacea in un periodo che sembra decretare come ormai prossima l’estinzione dell’informazione su carta a tutto vantaggio di quella digitale, virtuale, del web, dei social network e così via: ma, proprio in relazione a quanto denotavo in principio, nel bel mezzo del paradossale «aumento delle possibilità di comunicare che produce una sempre maggiore incapacità di dialogare» – per citare le parole di Portanova nella presentazione di Walden – il mettere parole, idee, opinioni, considerazioni, illuminazioni, utopie e quant’altro materialmente nero su bianco sarà pure una scelta controtendenza ma forse quanto mai necessaria per rendere inequivocabili parole importanti, da tenere ben presente e, possibilmente, da non dimenticare troppo facilmente – cosa che avviene con estrema rapidità sul web, altro paradosso contemporaneo. Inoltre, per dare maggiore consistenza a tale terza via editoriale, Walden si presenta come un ibrido tra un magazine – che sarà semestrale, col prossimo volume 1 in uscita per aprile 2017 – e un libro vero e proprio, dotato di ISBN, d’una grafica estremamente curata su carta di pregio e d’un aspetto che, fin dai primi istanti nei quali si ha il volume tra le mani, dà subito l’idea di un’opera dall’identità ben più strutturata rispetto a quella d’una rivista – con tutto il rispetto per tale formato, sia chiaro: ma è bene porre da subito riferimenti ben chiari, dato che l’ascrivere Walden all’ambito dei periodici (quale in pratica è) non deve generare fraintendimenti sulla sua sostanza e le sue tante originali peculiarità – la scelta di restare indipendente da sostegni e inserzioni pubblicitarie e commerciali, per dirne una, al fine di garantirsi la massima libertà espressiva possibile ma pure la più evidente consonanza con un prodotto di natura effettivamente letteraria, più che giornalistica, riaffermando con ciò quanto appena riferito sul format di Walden.
È una terza via anche quella indicata dal sottotitolo del magazine – vero e proprio motto programmatico: per un’ecologia della mente. Walden, come detto, si occupa di uomo e ambiente, vita, Natura, sviluppo sostenibile, wilderness: un ambito nel quale col tempo si sono delineate due strade opposte lungo le quali si è divisa la civiltà dell’uomo, una parte verso un progresso sempre più esasperato con l’uomo e le sue esigenze al centro di tutto e ogni altra cosa ad essi subalterna, e un’altra parte verso un ambientalismo spesso politicizzato e integralista non di rado privo di un legame realmente ecologico e filosofico con l’ambiente che pretende di difendere. Walden, appunto, sceglie una terza via, quella atta alla generazione di un atteggiamento diverso, per certi aspetti nuovo, per altri rinnovato, nel quale l’uomo non è né il dominatore del mondo e nemmeno ne deve venire inesorabilmente dominato – perché sì, l’uomo è un animale ma degli animali è il più evoluto: ciò tuttavia deve essere peculiarità innegabile e virtuosa, non dannosa come è stato fino ad oggi. Un ennesimo paradosso, questo: le creature più intelligenti del pianeta che si sono comportate in modo tanto stupido da risultare le più deleterie per il pianeta stesso!
Cito ancora Antonio Portanova dalla presentazione di Walden, al riguardo: «Non ci servono “altri beni”, ma un altro concetto di “bene.” Non serve perseguire un aumento del “benessere”, ma riappropriarci del significato del “ben essere”». Serve comprendere di nuovo, insomma, chi siamo, cosa siamo e cosa abbiamo intorno, e comprendere che soltanto una cognizione profonda e di natura consapevolmente olistica del nostro mondo – noi inclusi – potrà portare non solo a una reale salvaguardia (per non dire salvezza) del pianeta su cui tutti quanti stiamo, ma anche a un autentico e virtuoso progresso, benefico per chiunque. Il che, molto pragmaticamente, significa pure l’assicurarci un futuro: già, perché la nostra civiltà ipertecnologica così apparentemente protesa a tutto ciò che c’è di futuribile sembra vivere sempre più imprigionata nella limitatezza del presente, della singola giornata e domani chissà, chi vivrà vedrà, come se le azioni compiute oggi non dovessero generare effetti domani o come se il domani si costruisse da sé, indifferente a quanto costruito nel presente e nel passato. Altro deleterio paradosso contemporaneo, questo.
Ve ne sarebbero altre di “terze vie” che Walden indica, anche grazie ai notevoli testi dei prestigiosi contributors di questo numero 0: lo so, non ve ne ho parlato ma per scelta precisa, dacché dovete essere voi a scoprire i contenuti di questo debutto. Dovete fare che questo numero 0 diventi il vostro personale “Walden”: inteso nuovamente come luogo thoreauiano, sì, come ambito metaforico di riconnessione e riarmonizzazione con tutto quanto abbiamo intorno, come mappa indicante una via realmente alternativa da seguire – da leggere, da meditare, su cui riflettere e da cui ricavare nuove visioni del nostro mondo, non solo in tema di ambiente. Nuovi ovvero diversi orizzonti, proprio come quelli che si possono osservare da una via diversa dalle altre finora percorse.

Walden. Un nuovo magazine

Sta per nascere una nuova pubblicazione periodica – un magazine, appunto – semestrale che, dalle premesse, pare assolutamente affascinante. Si chiama Walden – come intuirete subito, il nome richiama direttamente il celeberrimo lago di Thoreau, e l’altrettanto celebre opera – e personalmente questo a me già basterebbe ma, in aggiunta, non posso non notare che tra i tanti contributors c’è gente come Davide Sapienza il che accresce le aspettative…
In ogni caso, Walden (o, nella forma estesa e compiutamente significativa, Walden. Wilderness / Awareness / Life / Development / Environment / Nature) sarà presentato al pubblico venerdì 21 ottobre alle ore 21.00 al Teatro Tempio di Modena. Nell’attesa – anche dello scrivente – c’è un sito web (con una mail per chiedere ulteriori infos) e una pagina facebook; c’è inoltre una bellissima copertina, quella del numero 0 lì sotto riprodotta (con una foto di Martin Rak) e, nel sito, c’è anche una presentazione di ciò che sarà Walden, che vi riproduco di seguito nella speranza che possa anche in voi nascere la curiosità e l’interesse per questa nuova avventura editoriale.

cop_waldenvirgolettePerchè Walden
In questi tempi di crisi, smarrimento e incertezza, non di rado si sente ripetere che solo un nuovo impulso all’economia, le ricette del libero mercato e il sostegno ai consumi potranno traghettarci in acque più sicure. Crediamo si tratti di una pericolosa illusione. Continuiamo imperterriti a ragionare secondo schemi superati, anestetizzati da continue informazioni che, anziché fornirci strumenti utili per decifrare il mondo, spesso finiscono per renderci apatici e ciechi di fronte alle contraddizioni del nostro tempo. “Produci, consuma, crepa”, recitava il testo di una canzone: alzi la mano chi non si riconosce, almeno in parte, in questa immagine. E allora proviamo a chiederci: siamo proprio certi che il modello che abbiamo seguito fino ad oggi sia ancora adatto alle sfide della contemporaneità? Siamo davvero convinti che potremo replicarlo indefinitamente, incuranti delle crescenti sperequazioni del mondo e dei danni che continuiamo ad arrecare alla Natura? Sempre di corsa, sovraesposti, iperconnessi e continuamente aggiornati, più aumentano le possibilità di comunicare e più diventiamo incapaci di dialogare. Forse vale la pena fermarsi e riflettere sul mondo che abbiamo costruito, sul rapporto che abbiamo con gli altri, sulle conseguenze delle nostre azioni sull’ambiente.
Un vecchio adagio recita “è meglio un passo nella direzione giusta che dieci in quella sbagliata”. In tempi frenetici come questi dovrebbe essere il nostro mantra. Quale strada seguire, allora? è una domanda complessa, che merita la nostra attenzione. Regaliamoci il lusso della lentezza. Abbiamo bisogno di ritrovare un senso di splendore, meraviglia e incantamento per il mondo. Di recuperare la nostra umanità. Discutere di modelli alternativi di sviluppo, ragionare sulle prospettive e gli scenari che ci attendono non deve ridursi a un vuoto esercizio intellettuale. La posta in gioco non è “solo” la tutela dell’ambiente o la “salvezza” dai cambiamenti climatici ma, per così dire, la nostra anima. Siamo convinti che urga una onesta, radicale messa in discussione di ciò che fino ad oggi abbiamo dato per scontato, per riappropriarci di ciò che un malinteso concetto di progresso ha tolto a noi e alla Natura. Da queste premesse nasce Walden. Abbiamo voluto realizzare un magazine dedicato ai temi dell’ecologia, della sostenibilità dello sviluppo, del pensiero ambientale. Una rivista immaginata prima e realizzata poi con l’intento di aiutare il lettore a “fermarsi”, riflettere, porre e porsi domande e interrogativi, generare dubbi. Come il lago che dà il nome al capolavoro di Thoreau, speriamo che queste pagine possano costituire un luogo della mente, ancor prima che uno spazio editoriale, in cui cercare ognuno per proprio conto coordinate e direttrici. Con l’aspirazione di contribuire a una “ecologia della mente” (per dirla con Gregory Bateson), oggi più che mai necessaria. Per farlo, abbiamo cercato linguaggi il più possibile trasversali e universali, affrontando temi apparentemente distanti: ecologia, filosofia, letteratura, cinematografia, economia, e molti altri. Abbiamo fatto del nostro meglio e ci auguriamo che troverete queste pagine interessanti e stimolanti. Siamo convinti che serva una visione d’insieme, un modo diverso e più consapevole di affrontare la complessità del mondo per poter essere ancora “capaci di futuro”. E Walden, nel suo piccolo, ha l’ambizione di evocare queste riflessioni e offrire spunti di approfondimento. Proprio per questo motivo parla al lettore curioso, stimolato da punti di vista alternativi, disposto a mettersi in discussione e in gioco.
Walden, in definitiva, nasce con lo scopo di comunicare in una maniera diversa e, speriamo, originale, la bellezza e la complessità del mondo, di parlare all’“anima” (al di là di ogni personale convinzione religiosa) delle persone, di toccarne le corde più profonde. Vuole essere un luogo di scambio, un’agorà virtuale in cui discutere, parlarsi, cercare di capire. Ci piace definirla una “rivista da meditazione”, come certi whisky invecchiati che invitano alla quiete e alla riflessione. L’obiettivo, ambizioso, è quello di contribuire a innescare un vero cambiamento di Gestalt, che ridefinisca il modo in cui percepiamo il mondo e ad esso ci rapportiamo. Non ci servono “altri beni”, ma un altro concetto di “bene”. Non serve perseguire un aumento del “benessere”, ma riappropriarci del significato del “ben essere”. Questa è la sfida che si pone Walden, nella piena consapevolezza che non vi sono compiti messianici da svolgere e che da sola una piccola rivista non potrà mai cambiare il mondo. Ma i tanti piccoli cambiamenti che possono innescarsi in ogni individuo sono senza dubbio il primo punto da cui partire per inventarci un mondo diverso. Più giusto e, ci auguriamo, anche più bello.