Estrarre uranio dalle Alpi per il ritorno del nucleare in Italia: un piano strategico sensato o una pretesa pericolosa e scriteriata?

[Panoramica della Val Vedello. Immagine tratta da https://valvedello.it/.]
Da qualche mese settimana tiene banco, come saprete, la questione del paventato ritorno dell’Italia alla produzione di energia nucleare, seppur per ora di concreto si sia fatto ben poco – solo una “legge delega” con il quale il Parlamento attribuisce al Governo la facoltà di legiferare su una materia attraverso uno o più decreti legislativi. Ma ancor più l’eventuale ritorno del nucleare italiano tiene banco nel dibattito sulle Alpi lombarde, in particolar modo sulle Orobie tra le valli bergamasche e la Valtellina dove si trovano i principali giacimenti di uranio, il minerale che fa da combustibile principale nelle centrali nucleari per produrre energia elettrica tramite il processo di fissione nucleare.

La potenzialità estrattiva di tali giacimenti alpino-orobici venne già indagata decenni fa, poi non se ne fece più nulla per problemi vari e per l’opposizione delle comunità locali, anche a seguito del referendum del 1987 che fermò la produzione di energia nucleare in Italia. Ora alcuni soggetti industriali sono tornati a chiedere i permessi per indagare le prospettive di sfruttamento dei giacimenti in questione. Si tratta di un’opportunità importante per i territori coinvolti e possibilità di grande valore strategico per il nostro paese, oppure di un rischio che sotto diversi punti di vista appare insostenibile e inammissibile?

Vado con ordine e provo a elencare alcuni degli aspetti più significativi della questione, che in certi casi non ho ancora visto mettere in evidenza dalla stampa che finora se ne è occupata.

Come accennavo, i principali e più significativi giacimenti di uranio italiani si trovano nelle Alpi Orobie, divisi tra le province di Bergamo e Sondrio, e insieme costituiscono la più grande riserva stimata nel Paese. Due sono i siti d’interesse strategico per un eventuale ritorno all’energia nucleare: uno è quello di Novazza, nel comune di Valgoglio, in Alta Val Seriana, provincia di Bergamo, che è il giacimento storicamente più noto (venne scoperto nel 1959) e contiene una riserva stimata di circa 1.000 tonnellate di uranio metallico, a una quota di circa 1100 metri. L’altro è quello della Val Vedello, territorio che è parte del bacino idrografico della Val Caronno (laterale della Valtellina) in comune di Piateda, provincia di Sondrio: si tratta del giacimento quantitativamente più importante d’Italia, con riserve stimate per circa 6.000 tonnellate poste tra i 1900 e i 2300 metri di quota.

[La posizione dei due giacimenti, sopra quello valtellinese e sotto quello bergamasco.]

Nel resto del territorio nazionale (come in Sardegna, Lazio o Trentino) sono state individuate nel tempo solo altre piccole mineralizzazioni uranifere che ammontano complessivamente a poche centinaia di tonnellate, considerate dunque poco strategiche e prive di reale valore industriale.

Entrambi i giacimenti sulle Orobie non sono mai entrate nella fase di effettiva produzione commerciale, per le oggettive difficoltà logistiche – presenti soprattutto in Val Vedello, vista la geografia del territorio – per il venir meno dei finanziamenti comunitari, l’opposizione delle comunità locali e, come detto, anche in forza del referendum sul nucleare del 1987, stravinto dal “NO” al nucleare se pur certamente condizionato dal disastro di Černóbyl’, che avvenne proprio l’anno prima.

Tuttavia, con il recente e ufficiale riavvio italiano del percorso per il ritorno alla produzione di energia nucleare, deciso – a dire delle istituzioni – «nel rispetto degli obblighi europei e internazionali e si inserisce nel quadro delle politiche comunitarie indirizzate al raggiungimento degli obiettivi di decarbonizzazione al 2050, con l’obiettivo di rafforzare sicurezza e indipendenza energetica, contenendo i costi dei consumi», la società canadese Zenith Energy, tramite la controllata Futuro Energetico Italiano, ha depositato istanze di Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) per avviare permessi di ricerca ed esplorazione nei giacimenti orobici con l’obiettivo di mappare con precisione la reale consistenza ed economicità del giacimento. Ciò ha subitamente attivato una mobilitazione popolare critica nei confronti di tale eventualità (ci arrivo tra poco), in particolar modo sul versante valtellinese: la Val Vedello è uno dei territori più suggestivamente aspri e selvaggi e per ciò affascinanti della catena alpina orobica, inclusa nel territorio tutelato dal Parco delle Orobie Valtellinesi e all’interno dei siti protetti della Rete Natura 2000 – specificamente nella Zona Speciale di Conservazione “Val Venina” e nella ZPS del Parco stesso. Una valle di grande bellezza alpestre e parimenti di notevole delicatezza ambientale, dunque.

Apro una parentesi: le società Zenith Energy e Futuro Energetico Italiano sono parte di una piccola ma già complessa rete di imprese e di intrecci imprenditoriali e finanziari che ricorda un po’ il sistema delle scatole cinesi:

Peraltro vengono rilevate alcune criticità inquietanti su tale rete di società, come la capacità tecnico-economica dichiarata che si riferisce a concessioni di idrocarburi e non al settore uranifero, il capitale sociale di Futuro Energetico Italiano di 750.000 Euro troppo esiguo a fronte dell’ammontare complessivo dell’investimento minerario, l’assenza di una chiara previsione di spesa e i pochi dipendenti di Zenith Energy, che nel frattempo contro ha in corso alcuni contenziosi internazionali con la Tunisia. Di una delle società della rete suddetta, la Reveille Resources, lo scorso ottobre è stato nominato presidente Mike Pompeo, ex direttore della CIA ed ex Segretario di Stato degli Stati Uniti durante la prima presidenza Trump. La carica ufficiale è di presidente non esecutivo del consiglio di amministrazione per un mandato iniziale di tre anni, efficace dopo le verifiche regolamentari. Nel comunicato di nomina, Pompeo definisce l’uranio un metallo strategico e afferma che la società non promette una produzione immediata ma «un’esplorazione responsabile».

Chiudo la parentesi.

Dunque, riassumendo fino a questo punto, per tornare a produrre energia nucleare in Italia si vuole estrarre uranio dalle montagne orobiche, affrontando numerose criticità che chiunque è già in grado di immaginare e prevedere. Quindi i vantaggi potenziali da tale attività mineraria alpestre sono maggiori di quelle criticità?

La risposta è no. Dal punto di vista energetico, le sole riserve di Novazza potrebbero alimentare una singola centrale nucleare standard per circa 6 anni. Nel complesso, anche sfruttando sia Novazza che la Val Vedello, le risorse nazionali rimangono modeste su scala globale: ciò significa che qualora l’Italia decidesse di riavviare un piano energetico basato sul nucleare, la produzione interna coprirebbe solo una minima frazione del fabbisogno, costringendo comunque il paese a importare quasi tutto l’uranio dall’estero, ad esempio dai maggiori produttori globali come Kazakistan, Canada o Australia. Non solo, l’uranio che verrebbe estratto non potrebbe essere utilizzato direttamente nei reattori, ma andrebbe “arricchito”: si tratta di un processo complesso e molto costoso per il quale servono impianti che l’Italia non possiede, e questo comporta che il nostro paese dovrebbe in ogni caso far trasformare l’uranio all’estero. Dunque, realizzare e possedere centrali nucleari per l’Italia non significa automaticamente raggiungere l’indipendenza energetica, come invece si legge di frequente sulla stampa in forza delle dichiarazioni di alcuni politici.

[Veduta della Val Vedello nella quale, a destra, si notano la strada di accesso e l’imbocco delle vecchie gallerie uranifere. Immagine tratta da www.paesidivaltellina.eu.]
Più in dettaglio, il bilancio economico relativo all’eventuale attività di coltivazione mineraria dei giacimenti dell’uranio si divide nettamente tra la fase attuale di studio che si vorrebbe avviare e quella ipotetica di estrazione commerciale. I costi per l’esplorazione iniziale sarebbero effettivamente bassi: le gallerie e i portali sotterranei in entrambi i siti esistono già, realizzati nelle precedenti esplorazioni degli anni Settanta e Ottanta del Novecento. Poiché l’infrastruttura logistica di base è già tracciata ed è accessibile ai mezzi, la prima fase di mappatura 3D, i carotaggi e i campionamenti avrebbero un costo operativo ridotto per la società mineraria.

Di contro, i veri costi esploderebbero successivamente in caso di estrazione, proprio perché, come accennato, l’Italia non possiede impianti per la raffinazione dell’uranio né tantomeno per l’arricchimento del combustibile necessario ai reattori nucleari. Costruire siti per il trattamento chimico in loco (per produrre il cosiddetto yellowcake) richiederebbe investimenti miliardari, difficilmente ammortizzabili con le sole 7000 tonnellate complessive stimate nei due giacimenti orobici. L’alternativa, appunto sarebbe spedire il materiale grezzo all’estero, con altrettanto enormi costi di logistica e sicurezza che inevitabilmente si rifletterebbero nelle bollette di noi consumatori, oltre a un’impronta ambientale che annullerebbe qualsivoglia vantaggio in tema di sostenibilità ambientale.

Ecco, a tal proposito: l’impatto ambientale e sanitario. Che è ovviamente, lapalissianamente, inesorabilmente criticissimo. A metterlo bene in evidenza è il gruppo consiliare di minoranza “SiAmo Piateda” – che opera nell’omonimo comune valtellinese; è anche l’autore dei simpatici e giustamente provocatori video che vedete nell’articolo, dei quali ne trovate molti altri sulla loro pagina YouTube – che lo scorso 26 ottobre ha depositato al Ministero dell’Ambiente un dossier con 34 osservazioni critiche in opposizione al progetto di ricerca mineraria e uranifera, contestando l’affermazione che il progetto sia privo di rischi significativi, come invece sostengono Zenith Energy e Futuro Energetico Italiano chiedendone il rigetto o la sospensione per tutelare la salute pubblica e il patrimonio naturale locale.

In particolar modo il gruppo segnala la presenza di rischi radiologici e ambientali, presenza di uranio, arsenico nelle acque potabili, concentrazioni anomale di radon e rifiuti pericolosi (NORM); rimarca le lacune tecniche del progetto, tra cui le carenze nelle indagini preliminari, nei bilanci di massa e nelle modellazioni idrogeologiche; tocca il tema della sicurezza e della viabilità nella valle e soprattutto in quota, per l’inadeguatezza della strada di accesso al transito dei mezzi pesanti e l’inevitabile conflitto con la frequentazione turistica; infine pone l’accento fondamentale sulla tutela del territorio, sulle criticità legate all’uso di gallerie storiche non censite e ferme da decenni, sul rischio di dissesto idrogeologico, sull’impatto sull’ecosistema tutelato dal Parco delle Orobie Valtellinesi e dalla Rete Natura 2000, che ne mette a rischio le specie e gli habitat.

[L’ingresso, ora murato, delle vecchie gallerie minerarie. Immagine tratta da www.laprovinciaunicatv.it.]
Molto significativo sulla questione è anche il documento di osservazioni redatto dall’amica Anna Maria Bonettini, biologa del Parco Adamello (in passato già direttrice dell’ente) e grande esperta degli ecosistemi alpini lombardi, con il quale, dopo aver argomentato in maniera approfondita le varie criticità del progetto minerario, esprime il proprio Parere Negativo di Compatibilità Ambientale, in virtù del principio di precauzione previsto dal diritto dell’Unione Europea che consente (e in alcuni casi impone) di adottare misure di protezione e gestione del rischio quando vi è un potenziale pericolo per la salute umana, animale o per l’ambiente, ma manca una certezza scientifica assoluta sull’entità o sulla probabilità del danno. Bonettini inoltre chiede inoltre di vincolare il proseguimento di ogni valutazione all’acquisizione di un parere formale, autonomo e vincolante da parte degli enti tecnici territoriali di controllo, di disporre una campagna di monitoraggio radiometrico ante-operam per determinare il fondo naturale di radiazioni e di gas Radon indoor/outdoor, a totale carico del proponente ma strettamente vigilata dagli enti pubblici territoriali competenti, e di subordinare l’eventuale rilascio del permesso di ricerca al deposito preventivo di congrue garanzie fideiussorie assicurative da parte del soggetto proponente, a totale copertura delle potenziali passività ambientali e dei costi di eventuale bonifica radiologica d’urgenza. Trovate il documento in calce a questo articolo.

Ecco, questo è quanto. O meglio: ci sarebbe molto altro da poter rimarcare sulla questione, ma lo potete facilmente trovare sui già numerosi articoli di stampa usciti e sul web nonché nei link che vi indico alla fine di questa mia lunga dissertazione.

Per quanto mi riguarda, dopo aver firmato con altri un comunicato stampa – nella mia consueta e ferma indipendenza da qualsivoglia parte politica, ci tengo a rimarcarlo – che chiede ben più chiarezza e garanzia di interlocuzione con le comunità locali, ho maturato la netta convinzione che l’eventuale riavvio dell’estrazione uranifera sulle Alpi Orobie espone a rischi che, a fronte delle citate potenzialità dei giacimenti, non possono in alcun modo essere ammessi e tollerati dai territori e dalle comunità coinvolte. Mi sembra che ancora una volta, per dar seguito a un’iniziativa che, al netto della propaganda politico istituzionale – e della sua effettiva bontà: qui non è in discussione se sia giusto o no tornare al nucleare – i territori montani vengano considerati come meri depositi di risorse da sfruttare senza troppi scrupoli, ambiti di valore inferiore rispetto ad altri e dunque usufruibili in maniera disinteressata senza realmente porsi domande sul senso del contesto, del limite, della misura. Devastare intere zone montane, in certi casi poste oltre i 2000 metri di quota, in contesti di altissimo pregio naturalistico e ambientale – nonché di bellezza alpestre ormai rara – per ottenere meri profitti economico-industriali senza conseguire vantaggi significativi per la collettività – posta l’esiguità dei giacimenti orobici – sostanzialmente non ha senso né logica se non per qualcuno che ci voglia ricavare un proprio tornaconto, appunto.

Di nuovo la vicenda dell’uranio nelle Alpi Orobie mette in evidenza l’inquietante antinomia tra “economia” e “ecologia”, due parole, idee, concetti nati insieme dalla stessa radice (l’ho già ribadito tante volte, mi scuso per la monotonia) per operare a supporto reciproco per il bene del mondo e di noi che abitiamo, e che invece sono state rese contrapposte, con la prima che diventa sinonimo di finanza e di “turbocapitalismo” che punta unicamente a fare profitti a favore dei pochi che lo governano, a totale discapito della seconda, dunque dei territori, degli ambienti, dei paesaggi e di chi li vive.

E ancora, la questione rimarca come troppo spesso, in montagna, vengono progettate e realizzate iniziative senza prima porsi alcuni fondamentali domande al riguardo: il gioco vale la candela? Siamo disposti a devastare interi versanti montani per ricavarne una mera convenienza economica? Le comunità locali non dovrebbero essere le prime a esprimersi, ma prima – scusate il gioco di parole – di qualsiasi iniziativa e progetto? Quanto possiamo e vogliamo mettere in gioco, ovvero a rischio, i nostri paesaggi montani ancora più di quanto è già stato fatto fino a oggi? E per chi, per cosa, per quali benefici concreti?

Ecco. nuovamente, come detto, si sta correndo il rischio che qualcuno si riservi il diritto di fornire risposte a lui convenienti a domande importanti che tuttavia sono state poste dopo. E, per come ho cercato di spiegarvi fino a qui nonché per ciò che evidenziano i vari documenti sulla questione, in ogni caso non sembrano affatto buone risposte.

[Il Pizzo del Salto, alto 2665 metri, la cui mole domina la testata della Val Vedello. Alla base permangono i rimasugli di quello che era uno dei ghiacciai alla quota più bassa delle Alpi lombarde, la cui fronte ancora in anni recenti si posizionava a circa 2000 metri. Immagine di Daniela Marina, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Per saperne di più, approfondire la questione e attivarsi al riguardo:

Infine, ultima ma non ultima, la petizione da firmare su “Change.org”: https://www.change.org/p/blocchiamo-le-esplorazioni-minerarie-per-l-uranio-in-val-vedello-provincia-di-sondrio?recruiter=1432567723&recruited_by_id=fdad5e80-c945-11f1-bfa5-05e071a2dab9&utm_source=share_petition&utm_campaign=petition_dashboard&utm_medium=copylink&share_id=rZW4tvMWfq

Gettare rifiuti di carta sui sentieri è giustificabile?

Spettabile Associazione Podistica/escursionistica,

abitualmente organizzate gare podistiche amatoriali lungo i sentieri delle nostre montagne e sono ben contento che continuiate a farlo. Tuttavia ho dovuto nuovamente constatare, con un certo sconcerto e altrettanta irritazione, che continuate pure a tracciare gli itinerari di gara spargendo frammenti di carta, ricavati dalle macchine tritadocumenti o in coriandoli da foratura. Lo testimoniano le fotografie che vedete sopra e sotto, scattate personalmente lo scorso sabato. Ne avete gettati persino nel letto di un piccolo corso d’acqua!

Ma come è possibile? Veramente non vi rendete conto che questa vostra abitudine equivale all’abbandonare rifiuti in ambiente naturale? Non riuscite a capirlo oppure devo temere che lo capite benissimo e nonostante ciò continuiate a farlo?

A questo punto probabilmente bisogna rimarcarvi che l’abbandono di rifiuti di carta lungo i sentieri di montagna è inesorabilmente punibile dalla legge: l’articolo 192 del Testo Unico Ambientale (Decreto Legislativo n°152/2006) vieta l’abbandono e il deposito incontrollato di rifiuti di qualsiasi entità e taglia su tutto il territorio nazionale, compresi suolo e aree aperte al pubblico come i sentieri escursionistici, mentre l’articolo 255 stabilisce le sanzioni pecuniarie, che possono anche arrivare a diverse migliaia di Euro, e le eventuali pene accessorie.

Essendo persone che frequentano le montagne, posso pensare (e sperare) che anche voi vi sarete indignati qualche volta per aver visto dei rifiuti nei prati, nei boschi o lungo i sentieri di montagna – fazzoletti di carta, involucri di caramelle o altro di simile – pensando a quanto siano maleducate le persone che commettono questi gesti di piccola ma eloquente inciviltà. Be’, la vostra abitudine di segnare gli itinerari con frammenti di carta è la stessa identica cosa: che si tratti di segnare i tracciati delle vostre gare per indicare il percorso ai partecipanti non vi giustifica per nulla, anzi! È comunque un abbandono di rifiuti in ambiente naturale punibile dalla legge.

Anche perché, nonostante la carta sia spesso un materiale biodegradabile, impiega comunque mesi per decomporsi se non anni quando sia trattata o plastificata, spesso è scritta con inchiostro probabilmente chimico, vento e precipitazioni la spargono ovunque e la fanno finire nei corsi d’acqua e c’è il rischio concreto che i frammenti possano essere ingeriti dalla fauna selvatica, soprattutto dagli animali più piccoli, danneggiandone la salute. Oltre ovviamente alla pessima visione di un sentiero insozzato da quei vostri rifiuti cartacei.

Ripeto: veramente non riuscite a capirlo?

Fatene pure tutte le gare che volete e quando volete, segnatele pure – come già fate – con i pezzi di nastro bianco-rosso legati ai rami della vegetazione lungo i sentieri interessati (anche se, a voler essere pignoli, pure quella è plastica – Polietilene a bassa densità, di solito – ovvero un elemento potenzialmente inquinante in forza delle microplastiche che può rilasciare; mi auguro almeno che, fatta la gara, li rimuoviate) ma, per favore, EVITATE DI SEGNARE I TRACCIATI DI GARA CON I FRAMMENTI DI CARTA. È un comportamento incivile che rischia di definirvi per ciò che credo proprio non siate, soprattutto da appassionati e frequentatori delle montagne. E che, se nuovamente reiterato, renderebbe pressoché inevitabile una denuncia alle autorità competenti per la violazione delle leggi sopra citate. Ma, anche in questo caso, mi auguro che non si debba arrivare a tanto.

Grazie, buone gare e, ancor più, buona cura delle nostre montagne!

P.S.: naturalmente l’Associazione destinataria di questa mia “lettera” la conosco bene; d’altro canto, al netto del caso specifico, spero che queste mie considerazioni possano risultare valide anche per le situazioni similari che accadono sulle montagne ovvero per altri soggetti che vi compiono azioni all’apparenza tanto banali quanto deprecabili nonché giuridicamente perseguibili.

Un breviario di coesistenza consapevole per vivere il mondo in armonia: “Relazioni naturali” di Anna Sustersic

[Acquerello di Nicola Magrin, immagine tratta dalla sua pagina Facebook.]

Il beneficio del bosco, della montagna e della natura risiede nella vasta gamma di reazioni a cui ci addestrano, nei molti modi diversi in cui, attraverso i loro stimoli, ci permettono di diventare uomini. Questa grave amnesia, dicono i ricercatori, ci ammala progressivamente e ci rende sempre più dipendenti da tutto ciò che di fatto ci allontana dal mondo e dalle sue leggi di realtà, mantenendoci bambini bisognosi. [Pag.37]

«Coesistenza»: dal latino tardo coëxsistĕre, cioè “esistere insieme con altri” in una relazione reciproca contestuale allo spazio vissuto congiuntamente. È questa, con tutta probabilità, la condizione ideale con la quale vivere il mondo tutti insieme – e intendo tutti noi esseri viventi, di qualsiasi specie facciamo parte.

Più della convivenza o della coabitazione, la coesistenza è ciò che alimenta e genera la relazione necessaria che dà la vita al mondo e grazie alla quale ogni essere esiste in presenza di e per l’interazione con tutti gli altri. Il che per giunta rappresenta un’ottima descrizione di “Natura” e fa di quelle citate “relazioni naturali” che la rendono pienamente e compiutamente vitale.

Lo racconta molto bene Anna Sustersic in un libro bellissimo che si intitola proprio così, “Relazioni naturali. Piccolo breviario di coesistenza” (CAI Edizioni, 2025, pag.112), la cui lettura, oltre che affascinare, invita alla riflessione sul nostro stare al mondo e sulla relazione che vi intratteniamo, che negli ultimi due secoli noi Sapiens abbiamo così sbilanciato e distorto con conseguenze gravi non solo per l’ambiente naturale ma pure per la cultura umanistica – e umana in senso assoluto, cioè di noi animali per molti versi più “sviluppati” di altri ma non per questo più equilibrati e assennati, appunto.

Ma, come detto, una delle modalità atte a costruire il miglior futuro possibile per il mondo in cui viviamo sta nel recupero della comprensione del valore imprescindibile della coesistenza, dell’essere/stare al mondo tutti insieme e nessuno da solo proprio perché ognuno parte integrante e ineludibile dell’ambiente naturale. Noi siamo Natura al pari di ogni altra creatura vivente, anche di quelle con le quali nel tempo abbiamo sviluppato una contrapposizione poco o tanto marcata: che se da una parte è inevitabile e pure necessaria (quando su di essa si basa la sicurezza ecosistemica reciproca) dall’altra abbisogna di consapevolezza profonda, compiutamente articolata, pienamente culturale cioè parte del bagaglio di nozioni e saperi che ci aiutano – e aiutano ogni essere vivente, nel proprio ambito – a stare al mondo.

È la consapevolezza che noi Sapiens, proprio in quanto tali, dovremmo manifestare di default: be’, Sustersic ci aiuta a salvaguardare ovvero rigenerare questa nostra fondamentale dote con un “breviario” coinvolgente, quasi panteista, che contiene moltissime riflessioni importanti, spesso illuminanti, da leggere e meditare come merita e magari proprio camminando tra boschi, prati, monti, in quello stato di benessere che la Natura come nessun altra cosa ci sa donare e ciò grazie alla relazione che nei suoi ambienti, nei suoi spazi di coesistenza assoluta, intessiamo ogni altro elemento – vivente e non – che li compone. Relazioni assolutamente naturali, appunto, per una coesistenza finalmente (ri)equilibrata e compiuta che ci rende naturalmente umani.

L’ho già scritto e lo ribadisco di nuovo: “Relazioni naturali” è un gran bel libro da leggere e poi praticare in ambiente, ogni qualvolta torneremo – sapremo tornare – a essere Natura, ciò che siamo da sempre e saremo per sempre.

Quelli che mandano gli elicotteri a portare la gente in alta montagna

Chissà cosa passa per la testa a quelli che, in caso di eventi più o meno celebrativi e ricreativi sulle montagne, li organizzano e poi decidono: «Mettiamoci pure l’elicottero per far salire la gente!», certi che sia – o convinti che non possa non essere – una buona idea.

E la domanda che sorge spontanea al riguardo ovviamente è: un elicottero per salire in montagna, perché?

La risposta all’apparenza “nobile” che solitamente essi danno, «Per farci salire chi non è in grado di farlo», ormai, visti i precedenti, non appare più una motivazione valida ma una scusante forzata, perché trasforma un diritto presunto in un’imposizione coatta al luogo e al senso stesso della sua frequentazione – e poi perché è chiaramente ipocrita, nel suo goffo tentativo di rendere accettabile l’inammissibile (non ho mai visto un elicottero che, in circostanze del genere, portasse in quota solo anziani e disabili e negasse la salita a tutti gli altri, chissà come mai). E ciò anche senza considerare le conseguenze materiali dei numerosi voli – rumore, disturbo, inquinamento in quota e tutto il resto.

La domanda sorge ancora più spontanea nel caso di Villa di Chiavenna, sulle cui montagne, a 2200 metri di quota, sarà inaugurato un nuovo bivacco e ricordata una persona del luogo recentemente scomparsa (come vedete nella locandina qui sotto) che, a detta degli stessi organizzatori dell’evento, «si è speso per la cura e la segnatura del sentiero che lo raggiunge. Più in generale Dario, appassionato alpinista e fotografo, si è sempre adoperato, in maniera completamente volontaria, per la cura e la valorizzazione del territorio del suo paese.» Ma se così stanno le cose, la manifestazione del ricordo più autentico e di valore, in una occasione così importante, sarebbe proprio il camminare lungo quei sentieri per i quali la persona scomparsa si è spesa tanto, non certo quello di sorvolarli a bordo di un elicottero, così svilendo sostanzialmente il valore del suo lavoro e del territorio che ne ha giovato!

Dunque perché?

Per farci salire chi non riesce a farlo? Be’, in base a tale principio, e in aggiunta a quanto ho già rimarcato, allora chiunque potrebbe avere il “diritto” di salire ovunque sui monti senza bisogno di un’occasione specifica: quindi mandiamo in volo elicotteri ovunque vi siano vette da salire e rifugi da raggiungere? No, ovviamente sarebbe un’assurdità… ma lo è a volte sì e a volte no? Quando è sensatamente motivata e quando non lo è? Chi lo stabilisce?

Un’altra risposta possibile: l’elicottero serve per far partecipare più persone possibili all’evento. Di nuovo sarebbe una “giustificazione” basata su un principio forzato che non tiene conto del danno arrecato nonché del senso del contesto, il quale inoltre sminuisce il valore dell’evento, come se il suo successo fosse basato solo sulla quantità di persone presenti invece che sulla compiutezza del senso che gli organizzatori stessi intendono conferirgli: l’inaugurazione di un bivacco a 2200 metri di quota a supporto dell’escursionismo, in un luogo presso il quale si arriva a piedi (su certe montagne le cose funzionano così, forse qualcuno se lo dimentica), con il ricordo di una persona scomparsa che si è prodigata nella cura dei sentieri percorsi a piedi dagli escursionisti che salgono e magari pernottano al bivacco. Capite il cortocircuito paradossale?

Non vorrei invece che, pure in questo caso come in molti altri, il tutto si riduca a una visione e a un’idea di montagna superficiale e dozzinale nella quale vi è ben poca consapevolezza del contesto e del suo valore ambientale, paesaggistico e culturale, sostituita dalla mera e conveniente convinzione che sulle montagne, proprio perché c’è poco o nulla, vi si possa fare tutto (in particolar modo se sia qualcosa di «adrenalinico» e «mozzafiato») senza arrecarvi danno, dimostrando in ciò di non aver capito granché delle montagne e di non aver ricevuto nulla di quanto di buono sanno insegnare e donare a chi le vive e frequenta con cognizione di causa. Che invece si ritrova sulla testa un elicottero rumoroso e inquinante, magari con a bordo persone in abiti da città le quali hanno pagato un biglietto (non economico, immagino) per giungere così vestite anche a 2200 metri di quota!

«Ma tanto è solo un elicottero, cosa volete che sia?!» – forse ribatteranno di nuovo quelli nel tentativo ultimo di motivare l’ingiustificabile, nonostante le considerazioni che avete letto fin qui e l’evidente avventatezza di questo genere di voli a motore in montagna. Peraltro così rischiando di fornire una buona risposta, sconcertante ma spero non definitiva, alla domanda che ho posto all’inizio di queste mie riflessioni.

Ci mancava pure l’Heli fishing in montagna, come no!

Vivi un’esperienza alpina unica, pensata per chi cerca emozioni autentiche e momenti eccezionali.
Sospesa nel cuore delle Alpi italiane a bordo di un elicottero privato, ammirando paesaggi mozzafiato dall’alto prima di raggiungere le rive di un lago incontaminato, dove natura, tradizione e bellezza creano un’atmosfera di rara eleganza.

Eh già, ci mancava proprio l’heli fishing! Perché mai nessuno ci aveva pensato prima che alla Natura e ai paesaggi montani «incontaminati» mancava un elicottero che portasse pure dei pescatori danarosi a lanciare ami e lenze nei laghi alpini? Ma quanto stupidi siamo?!

Certo, poi l’elicottero quei paesaggi incontaminati finisce per contaminarli, ma sappiamo bene tutti che basta pagare un prezzo (meglio se il più alto possibile) e ogni cosa si sistema. O quasi. E basta anche per «riconnettersi con la natura al proprio ritmo» già. Cioè, per meglio dire, al ritmo dei 3-400 giri al minuto delle pale dell’elicottero [1], ecco.

[Il Lago Palù, in Valmalenco; al riguardo leggete la nota 2 a pié di pagina. Immagine tratta da https://stayinvalmalenco.com.]
Ora, a me, non viene tanto da biasimare il servizio in sé e chi lo propone – al netto di quanto propongano: fanno il loro mestiere, lo fanno sicuramente bene e i costi che chiedono di pagare per i servizi offerti sono sicuramente meritati. Ma chi è tanto stupido e altrettanto arrogante da pensare di voler andare a pescare sulle rive di un lago alpino in elicottero, lui sì, lo biasimo inesorabilmente. Sulle Alpi italiane, mica nelle catene montuose del nord dell’Alaska [2]. E lo biasimo non solo perché non si rende conto che il prezzo più alto non lo paga lui alla società che offre l’“esperienza” ma lo paga l’ambiente e il paesaggio che egli invade e svilisce, ma pure perché, come hanno ben evidenziato i sublimi Fruttero e Lucentini in quel loro meraviglioso libro, “La prevalenza del cretino”, il cretino pensa sempre che i cretini siano gli altri. In tal caso, quelli che per andare in montagna sono talmente scemi che camminano. Pensa tè che roba.

Un viaggio intimo tra cielo, acqua e montagne, curato nei minimi dettagli.

[1] L’elicottero nell’immagine pubblicitaria è un Agusta-Westland AW109E Power (se non sbaglio) le cui pale ai diversi regimi dei motori compiono tra i 345 e i 425 giri al minuto (RPM) circa.

[2] Lo specchio d’acqua che si vede nell’immagine pubblicitaria lì sopra è il Lago Palù, in Valmalenco (Valtellina), che si può raggiungere a piedi con una passeggiata di meno di un’ora mentre a pochi minuti dalle cui rive giunge una grande funivia che sale da Chiesa Valmalenco.