L’estate delle ruspe nei prati, nei boschi e sulle creste montane

Di recente ho pubblicato, qui sul blog e altrove, un articolo riguardante lo sci estivo e la proliferazione di ruspe inviate a escavare i ghiacciai nel tentativo, vano, di preservare l’attività dei comprensori sciistici lì presenti. Una cosa tanto sconcertante quanto devastante, inutile rimarcarlo.

Ma una ancor maggiore proliferazioni di ruspe, bulldozer, escavatori e altri mezzi di alterazione del territorio la si registra da tempo per prati, boschi e pendii montani d’ogni genere con l’obiettivo di realizzare nuove ciclovie: e, almeno sulle montagne lombarde, nel corso dell’estate appena trascorsa il numero di ruspe intercettate in quota a tale scopo ha raggiunto livelli parossistici.

L’ho già affermato e lo ribadisco: le ciclovie sono ormai diventate il contraltare estivo di impianti e piste da sci nella turistificazione delle montagne, sostenute da una politica quasi sempre incapace di elaborare piani di sviluppo territoriale ben strutturati e realmente proficui per i territori amministrati e, per ciò, risoluta nel buttare ingenti risorse pubbliche in opere e infrastrutture funzionali ad altri scopi d’immagine e propaganda. Le motivazione addotte sono sempre quelle: «sviluppo della montagna», «valorizzazione dei territori», «contrasto allo spopolamento», «turismo sostenibile»… un disco rotto in pratica, quando invece in quegli intervento a colpi di ruspa è evidente la mancanza di senso del contesto, di visione strategica, di cura per i territori, di interlocuzione con le comunità locali. C’è solo la mera volontà di spendere soldi (pubblici, ripeto) rapidamente e senza doverci pensare troppo sopra per poi vantarsi di aver “sviluppato” e “valorizzato” la montagna e raccogliere pretesi (ovvero presunti) tornaconti propagandistici e di consenso elettorale.

Bisogna essere molto chiari al riguardo: non c’è alcuna accusa rivolta alla pratica del cicloescursionismo montano e contro i bikers che possiedono la cultura della montagna e la sensibilità verso l’ambiente, doti che rappresentano – devono rappresentare – la base della frequentazione consapevole dei territori montani da parte di chiunque in qualsiasi modo le si frequenti – a piedi, in bicicletta, con gli sci o altro. D’altro canto chi non possiede quelle doti facilmente diventa, a volte senza rendersene conto, un elemento di “disturbo” se non di vero e proprio danno alla montagna, a prescindere dal come lo fa.

Il punto della questione dunque non è tanto “chi” ma cosa sono queste ciclovie e perché. E il nocciolo di tale punto è molto semplice: molte di queste ciclovie non dovevano e non dovrebbero essere realizzate non solo in quanto invasive e impattanti ma perché non c’entrano nulla con la montagna e la sua frequentazione consapevole. Nemmeno se fossero fatte a regola d’arte, perché tale arte non esiste e dunque nemmeno le relative regole.

Tutte queste ciclovie invasive e superflue in realtà degradano e sviliscono la montagna così come il senso stesso della sua frequentazione, offendono i bikers montani autentici e consapevoli (i quali di certo non hanno bisogno di queste strade), propugnano un modello di fruizione della montagna meramente ludico che non contempla alcuna matrice culturale ma si giustifica solo nella moda del momento, un turismo consumistico e estrattivo che diffonde centinaia di chilometri di tracciati impattanti e inutili, sovente persino cementati (una follia assoluta!), rovinando l’ambiente naturale montano, esponendolo ad un rischio di dissesto idrogeologico ben maggiore di quello ordinario e di contro senza apportare alcun vantaggio concreto alle comunità del territorio coinvolto.

Tutte queste ciclovie, salvo rarissimi casi – e sottolineo rarissimi – rappresentano una nuova grande rovina per le nostre montagne che non è giustificabile in nessun modo. Punto.

A queste evidenze si legano (in un rapporto di causa/effetto) alcune domande fondamentali, che personalmente ho già posto varie volte e di nuovo ribadisco: ma veramente c’è bisogno di tutti questi percorsi cicloturistici sulle montagne? Non ce ne sono già abbastanza, tra strade sterrate, VASP, mulattiere e sentieri già ciclabili senza bisogno di interventi e adattamenti? Chi ha deciso che gli appassionati di mtb hanno bisogno continuamente di nuovi percorsi sui quali divertirsi?

E c’è realmente la necessità di rendere molti di questi percorsi delle vere e proprie strade, ben spianate e private di qualsiasi irregolarità, così che ci possano transitare anche i ciclisti meno abili che altrimenti non avrebbero le capacità per arrivare in certi luoghi?

Dov’è finito il senso del limite?

Se per un ciclista un certo itinerario rurale/naturale è troppo difficile, ne ha sicuramente mille altri in innumerevoli località montane che invece saprà affrontare, senza bisogno che qualcuno glielo sistemi e lo renda una strada più liscia di quelle di città. Altrimenti, se dovesse valere lo stesso principio per l’escursionismo/alpinismo, perché non realizzare un bel tracciato ampio e a comodi gradoni, con tanto di corrimani di protezione e sicurezza, che giunga in vetta al Cervino e permetta anche a chi non possiede le capacità alpinistiche per ascenderlo di arrivarci?

Seriamente: ma di che stupidaggini gigantesche stiamo parlando?

Be’, ad oggi nessuno dei sostenitori, dei progettisti, dei committenti pubblici e privati di tutte le ciclovie progettate o realizzate ha mai risposto a queste spontanee e logiche domande. Hanno solo rifatto partire il disco rotto dello «sviluppo della montagna», della «valorizzazione dei territori», del «contrasto allo spopolamento», del «turismo sostenibile»: le solite “giustificazioni”, forzatamente pretese e palesemente ingiustificabili, proferite nel tentativo di difendere il diritto autoproclamato di distruggere le montagne. Che sono un patrimonio collettivo, di tutti noi, non di quelli e giammai per un mero mandato elettorale periodico al quale non si può demandare la distruzione di un paesaggio dal valore universale e ancestrale.

[Il quotidiano “La Provincia” del 25 settembre scorso ha riportato le considerazioni sul tema ciclovie del Coordinamento “Difendiamo la Montagna”, del quale faccio parte. Il comunicato stampa che riporta le considerazioni nella loro interezza lo trovate qui.]
Come ha detto bene Giuseppe “Popi” Miotti, decano delle guide alpine lombarde (valtellinesi in particolare) e grande conoscitore delle nostre montagne, in una recente intervista su “Lo Scarpone”, il portale di informazione del Club Alpino Italiano:

Bisogna avere rispetto del territorio, andare avanti così è pericoloso. Oggi va di moda l’e-bike, se domani dovesse andare di moda il quad bisognerà allargare di nuovo questi sentieri per facilitarli ancora. La montagna vuole che i limiti vengano rispettati. Se non sono capace di scalare l’Everest, non ci vado. Ci sono molti altri posti da visitare per confrontarsi con sé stessi, non è necessario un Ottomila. Oggi la montagna è diventata un territorio di consumo. Si va, si fa nel minor tempo possibile, non interessa cosa si ha intorno, conta solo l’exploit.

Come e perché difendere l’ambiente montano, mercoledì 25/02 alla UniTer Valsassina

Mercoledì prossimo, 25 febbraio, interverrò nell’ambito dei corsi della UniTre Valsassina di Introbio (Lecco) proponendo una dissertazione dal titolo “La Difesa dell’ambiente montano”. Tratterò cosa sia realmente l’ambiente, cosa lo componga, che relazione vi sia tra ambiente e paesaggio, l’importanza e il valore molteplice della tutela dell’ambiente in cui viviamo e perché le ragioni per farlo siano molte più di quelle ordinariamente credute, a volte anche in modo poco noto ovvero impensabile e sorprendente.

Per qualsiasi info al riguardo cliccate qui oppure scrivete – soprattutto nel caso vogliate partecipare – a info@unitervalsassina.it.

“Difendiamo la Montagna”: un coordinamento per la tutela e lo sviluppo equilibrato dei monti lecchesi (e non solo)

Martedì 2 dicembre scorso è stato presentato a Lecco con una conferenza stampa il Coordinamento “DIFENDIAMO LA MONTAGNA”, un nuovo soggetto che intende operare a favore dei territori montani della provincia di Lecco e delle loro comunità residenti mettendo in dialogo costante le istituzioni, l’associazionismo di montagna e ambientale, esperti e studiosi dei temi legati alle terre alte e la società civile.

Il Coordinamento è nato su iniziativa di alcune persone che si occupano a vario titolo di cose di montagna, oltre a esserne tutti quanto degli assidui frequentatori – Emilio Aldeghi, Arianna Cecchini, Paolo Galli, Ruggero Meles, Giovanni Ponziani, Silvia Tenderini e lo scrivente – e si è strutturato attraverso frequenti interlocuzioni con l’associazionismo di montagne e di tutela ambientale lecchese durate due anni, nel corso delle quali sono emersi vari temi e motivi che hanno supportato la decisione di costituire il Coordinamento – a cui hanno già aderito alcune associazioni mentre se ne attendono altre.

[Il servizio sulla conferenza stampa andato in onda nel TG di “UnicaTV” il 3 dicembre. Cliccate sull’immagine per vederlo, il servizio parte a 19’05”.]
Innanzi tutto la realtà del territorio montano lecchese, dotato di grandi valenze paesaggistiche, turistiche, culturali, identitarie oltre a rappresentare una cerniera prealpina fondamentale, non solo dal punto di vista geografico, tra la parte più antropizzata della Lombardia, quella a nord di Milano, e l’area prettamente alpina, quella retica e valtellinese. Valenze numerose e importanti delle quali però a volte la popolazione locale non ha piena consapevolezza, come si evince quando vengano proposte particolari iniziative di sviluppo turistico verso le quali il territorio, poste le suddette specificità, si presta molto.

Di contro, tanto in queste circostanze quanto in generale, è spesso carente se non del tutto assente il dialogo tra i decisori politici e istituzionali e la società civile, il che rende indispensabile la tessitura di una interlocuzione costante e consapevole tra istituzioni e comunità locale riguardo i processi decisionali e gli interventi proposti nei territori. Per questo il Coordinamento non nasce contro qualcuno o qualcosa ma proprio per diventare un media tra istituzioni, territorio montano, comunità e ulteriori soggetti funzionali al miglior sviluppo possibile della montagna lecchese.

[Il centro di Lecco con sullo sfondo il Resegone, insieme alle Grigne le montagne lecchesi per eccellenza. Immagine tratta da https://leccotourism.it.]
Dunque gli obiettivi di “DIFENDIAMO LA MONTAGNA”, oltre a quanto già ben intuibile nel nome e nel “sottotitolo” del Coordinamento sono quelli di (far) conoscere, analizzare, riflettere, informare, dialogare, se è il caso di contrastare ma innanzi tutto contribuire a mantenere sempre al centro territorio, paesaggio e comunità ovvero salvaguardia del territorio, sviluppo economico, sociale e turistico, bisogni e istanze della comunità nell’ottica già rimarcata del miglior sviluppo possibile per le montagne lecchesi.

“DIFENDIAMO LA MONTAGNA” è un Coordinamento assolutamente aperto, nel senso al netto di chi vi aderisce che chiunque – associazione, ente, gruppo sociale, soggetto privato – vi si può appoggiare stabilmente oppure in occasione di determinate circostanze e azioni, nella più totale libertà reciproca di movimento e opinione; anche per questo è stato definito in quel modo e non come “Comitato” o altro titolo del genere. Parimenti, il Coordinamento intende creare una rete di azione civica a favore delle montagne con le altre realtà simili che operano sulle Alpi italiane, nella certezza che «l’unione fa la forza» e fa anche massa critica a sostegno della tutela dei territori montani e in sostegno delle loro comunità.

[La home page del sito web del Coordimamento. Cliccateci sopra per visitarlo.]
Tutto quanto rimarcato finora è stato compendiato in un “Manifesto”, che indica le linee guida sulle quali si muoverà l’azione del Coordinamento. Inoltre è già attivo il sito web https://difendiamolamontagna.it/ nel quale si potrà trovare ogni cosa elaborata e messa in atto dal Coordinamento, la documentazione utile a conoscere i fatti di montagna lecchesi, la rassegna stampa, le iniziative organizzate oltre ovviamente allo stesso Manifesto e ai contatti, che si possono utilizzare da subito per qualsiasi comunicazione relativa all’attività del Coordinamento o segnalazione, richiesta, istanza, necessità e per ogni altra cosa che chiunque possa cogliere nel vivere, abitare e frequentare le montagne della provincia di Lecco.