Un’ennesima ciclovia che sfregia le montagne «per rispettarne l’ambiente e le identità storico-culturali»

[Veduta verso oriente della Valle di Biandino, con il Pizzo dei Tre Signori sullo sfondo. Immagine tratta da www.riccisportivi.it.]
L’amico Roberto Bergamini mi ha fatto pervenire alcune immagini fotografiche, scattate la scorsa settimana, dei lavori della nuova ciclovia che dalla Bocca di Biandino, nell’omonima valle, sale verso la Bocchetta del Camisolo, sulle Alpi Orobie occidentali (Valsassina, provincia di Lecco). Si tratta di un’ennesima porzione della cosiddetta “Transorobica”, il «progetto di recupero delle antiche vie di comunicazione tra le sponde lecchesi, valtellinesi e bergamasche delle Orobie» che già da qualche stagione è in corso: si legga qui al riguardo.

Secondo i proponenti, il progetto risponderebbe alla «necessità di una ricostruzione vocativa del territorio (che) diviene pertanto punto di partenza per una macroprogettazione in scala sovralocale in grado di mettere a sistema le numerose peculiarità storico/identitarie, fornendo percorsi turistici dedicati al territorio e alle sue caratteristiche, coerenti con modelli sostenibili, di rispetto dell’ambiente, dei paesaggi e delle identità storico/culturali.» Ora, al di là dell’arzigogolato politichese utilizzato in tale brano (qualcuno è lessicalmente ancora fermo agli anni Settanta del Novecento, evidentemente), non ci si può non chiedere chi abbia formulato la “necessità” suddetta alla quale il progetto risponderebbe. «Necessità di ricostruzione» di cosa, scusate? O forse, di nuovo, piuttosto di porsi una domanda su ciò che serve realmente ed è contestuale al territorio in oggetto ci si è dati prima la risposta e poi si è funzionalmente costruita la domanda più consona?

[Veduta verso sud ovest della Valle di Biandino. La nuova ciclovia sale sul versante a sinistra della foto, nei pressi del bosco al centro. Immagine tratta da www.riccisportivi.it.]
D’altro canto il senso concreto del progetto, alla faccia delle peculiarità storico-identitarie, della sostenibilità, del rispetto dell’ambiente e tutto il resto di solito, viene palesato nelle righe successive: «Le Comunità Montane di riferimento hanno collaborato nella stesura di un progetto rivolto al recupero dei tracciati storici intervallivi al fine di un potenziamento turistico in chiave escursionistica e cicloescursionistica MTB (con differenti gradi di difficoltà), proponendo otto specifici itinerari denominati “Transorobiche Occidentali”, collegati a loro volta da percorsi secondari realizzando infine un percorso di dorsale denominato “Dorsale Orobica Occidentale”, di collegando del territorio montano lecchese tra Colico e Lecco.» Eccolo il vero motivo del progetto: fare business turistico, utilizzando quello che ormai è stato eletto come il principale modello estivo di turistificazione dei territori naturali in alternanza a quello invernale dello sci da discesa, il cicloescursionismo appunto. Una turistificazione che di sicuro non valorizza affatto le montagne che ne vengono assoggettate ma, evidentemente, è fatta per “valorizzare” qualcos’altro – spendendo soldi pubblici, peraltro.

Come mi ha scritto Roberto a corredo delle immagini fotografiche, «Le ruspe stanno distruggendo il sentiero 40 che sale alla Pio X – un rifugio privato posto sul versante in questione, n.d.L. – abbattendo alberi e stravolgendo il bosco. La larghezza del tracciato è di circa 2 metri e quindi potrà essere percorsa anche dai fuoristrada andando contro la malsana idea originale di una ciclabile con pendenze poco consone ai ciclisti.» Questo lo state di fatto reale, e per giunta l’osservazione finale sui lavori è del tutto coerente con ciò che accade in altri interventi simili, con i quali si stanno costruendo itinerari per cicloturisti che sembrano molto più adatti a moto e autoveicoli invece che a biciclette pur a pedalata assistita.

Infine, ecco il maldestrissimo tentativo di “giustificazione” degli enti che stanno promuovendo i lavori, probabilmente perché ben consci della loro variegata discutibilità: «Attraverso questi percorsi “lenti”, si vuole proporre un’alternativa in grado idealmente di ristabilire le connessioni tra i centri abitati posti sulle varie sponde orobiche, attive in passato in ambito lavorativo/commerciale e sociale ed oggigiorno quasi totalmente scomparse.» Connessioni scomparse? È un’affermazione inaccettabile e priva di fondamento: i sentieri del territorio in questione, eccetto qualche raro tratto, sono tra i più frequentati della montagna lombarda e, peraltro, afferiscono all’itinerario della Dorsale Orobica Lecchese, o DOL dei Tre Signori, sulla quale io, Sara Invernizzi e Ruggero Meles ci abbiamo pure scritto una guida di notevole successo! Il sentiero 40 che da Biandino sale al Camisolo, coinvolto e distrutto dai lavori testimoniati da Roberto, è peraltro tra i più camminati dell’intera zona. Ma quali «connessioni scomparse»!?!

Mi pare evidente che si voglia far credere qualcosa che non è reale e sostenibile pur di giustificare pesanti interventi di turistificazione dei territori coinvolti essi sì largamente insostenibili!

[Il sentiero 40 nel suo aspetto naturale originario.]
Posto tutto ciò, e pure al netto degli aspetti tecnici, ambientali, politici, amministrativi del singolo caso e del progetto in generale, risorgono di nuovo, spontanee e prepotenti, le domande che già altre volte ho posto: ma veramente c’è bisogno di tutti questi percorsi cicloturistici sulle montagne?

Solo perché diventate business turistico gradito a “qualcuno”, le MTB devono proprio arrivare ovunque, e dove fino a oggi si è logicamente giunti a piedi, come la montagna vera richiede di fare?

E c’è realmente la necessità di renderne molti delle vere e proprie strade, ben spianate e private di qualsiasi irregolarità, così che ci possano transitare anche i ciclisti meno abili, come sono spesso i turisti che in montagna ci passano le vacanze?

Quali sono i veri scopi di chi sta turistificando in questi modi così pesanti, invasivi e sovente degradanti le montagne, senza prima chiedere a nessuno e sostanzialmente senza che ci si possa opporre?

Chi ci guadagna realmente in tutto ciò?

[Foto di Adrián Gómez – Millán Díaz da Pixabay.]
Il timore è che pochissimi ci guadagnino mentre chiunque altro – il territorio, l’ambiente, il paesaggio, le comunità locali, i turisti che intendono frequentare i luoghi in modi consapevoli e veramente sostenibili – ci perderà e ne ricaverà dei danni più o meno evidenti, più o meno gravi. Alla faccia – ribadisco – dell’ambiente, del paesaggio, delle identità storico-culturali, delle comunità locali, del turismo veramente sostenibile… e di chiunque abbia realmente a cuore le montagne.