Turismo in Lombardia: overtourism senza limiti e comunità sottomesse

L’Assessore al Turismo, Marketing territoriale e Moda di Regione Lombardia, Debora Massari, ha di recente presentato la “strategia politica turistica” regionale per il triennio 2026-2028 e, posta l’indubbia buona volontà dell’Assessore nonché il dovuto rispetto personale e istituzionale, ciò che ne riferisce la stampa è un ennesimo elenco di cose ovvie, sovente banali, di frasi fatte pressoché prive di una visione realmente strategica sul tema e sul suo portato oltre che condite da qualche osservazione persino inquietante.

Vi elenco di seguito le maggiori criticità che riscontro nelle dichiarazioni dell’Assessore Massari:

  1. Non c’è alcun cenno al sovraturismo, o overtourism, come imposto dal Ministro del Turismo in carica il quale non vuole che lo si nomini perché «odia la parola» (sic). Censura alla quale l’Assessore lombardo evidentemente si allinea, evitando dunque di parlare pure di gestione dei flussi turistici. Insomma, che le mete turistiche siano pure degradate dal troppo turismo, tanto l’overtourism “non esiste”, vero?
  2. Anzi, l’Assessore Massari lo dice chiaramente: «L’obiettivo non è semplicemente aumentare i numeri…». Quindi non solo si nega il sovraturismo già ben presente ma si pensa pure di aumentarne i numeri. Come ciò possa generare una «crescita che dovrà essere equilibrata e capace di valorizzare l’intera regione, dalle città d’arte ai laghi, dalle montagne ai borghi, creando nuove opportunità di sviluppo» invece che ulteriori occasioni di degrado e disagio per le comunità coinvolte in assenza di una ben articolata gestione dei flussi turistici è un mistero. Anche inquietante, a pensarci bene.
  3. «Destagionalizzazione», «sviluppo sostenibile», «valorizzazione»… siamo in presenza del solito abusatissimo vocabolario, i cui significati ambigui quando non ipocriti ormai conosciamo bene. Ma evidentemente non si sanno formulare parole, e soprattutto idee, nuove, differenti, consone, veramente sensate.
  4. C’è una grande assente nelle considerazioni dell’Assessore Massari: la comunità, e di conseguenza l’interlocuzione attiva e costante con gli abitanti dei luoghi turistici. Si afferma che il turismo deve migliorare «la qualità della vita delle comunità che li accolgono» ma non c’è alcun accenno a un coinvolgimento delle comunità stesse nella gestione locale dei flussi turistici, dunque di quel dialogo che chiunque si occupi di turismo veramente sostenibile invoca per gestirne al meglio la realtà, soprattutto in località medio-piccole come sono molte delle mete lombarde. Anzi, si sostiene che occorre il «rafforzamento della collaborazione tra istituzioni e operatori del settore» e «tra tutti gli attori del sistema» palesando la visione esclusivamente economica del turismo, dunque inevitabilmente consumistica visto che è basata sull’aumento costante dei suoi numeri, che taglia fuori qualsiasi altra valenza – sociale, culturale, ambientale… – invece correlata alla qualità di vita e al benessere residenziale delle comunità locali. Cose che evidentemente non interessano granché.
  5. Nelle dichiarazioni dell’Assessore non si coglie alcuna visione strategica a lungo termine, nessuna presenza di un progetto strutturato e organico della gestione del turismo lombardo, nessuna volontà di uscire dai soliti modelli dominanti, dalle solite convenzioni, dai luoghi comuni della politica che si occupa di turismo. Non a caso la “strategia” presentata si ferma al 2028, cioè alle prossime elezioni regionali, e ciò ne palesa la natura meramente strumentale e propagandistica dell’iniziativa. Non ce la possono proprio fare, i politici nostrani, a ragionare su orizzonti più ampi, come dovrebbe imporre un’attività politica vera. E probabilmente nemmeno gli interessa di farlo, e così di mostrarsi politici veri. Già.

[Un articolo di qualche tempo fa de “La Provincia-UnicaTV” che denunciava la situazione delle mete turistiche del Lago di Como, sempre più soggette al sovraturismo e allo spopolamento. Cliccate sull’immagine per saperne di più.]
Per tutto ciò, personalmente non coltivo molte speranze che il turismo, nei prossimi anni, possa veramente diventare un elemento di sviluppo virtuoso del territorio e del paesaggio (inteso come lo determina la Convenzione Europea) lombardo, anzi: i molti problemi e le già deleterie criticità aumenteranno e si acuiranno, di questo passo. A meno che le comunità finalmente decidano di non subire passivamente la mala gestione dei loro territori e reagiscano attivamente facendo massa critica e imponendo alla politica di essere ascoltate, comprese e sostenute nella loro quotidianità. Perché così ne beneficerebbero tutti: residenti, turisti, operatori del settore e amministratori pubblici. È così difficile da capire?

Il «turismo-miniera d’oro» che impoverisce il paese, in montagna come nelle città

Non voglio certo dare contro lancia in resta al turismo di massa e alla sua economia, in Italia frequentemente ritenuta una «miniera d’oro» e i cui numeri ne rimarcano l’importanza effettiva per il paese; d’altro canto le sue dinamiche – che si ripropongono ovunque, dalle grandi città alle località balneari, ai territori montani, a riprova del modello monoculturale dal quale derivano – non possono non destare perplessità e timori per i territori e le comunità coinvolte.

Così ad esempio a Bergamo (luogo-laboratorio emblematico su tali questioni), il cui «boom» turistico continua come in poche altre città italiane facendo registrare sempre nuovi record di arrivi, presenze e conseguenti ricavi economici, si sono perse la bellezza di 891 botteghe e negozi di vicinato in soli dieci anni, cioè proprio nel periodo durante il quale Bergamo ha accresciuto maggiormente la propria fama turistica internazionale.

Dunque il turismo dei grandi numeri, tanto esaltato dalla politica e dalle associazioni di categoria come un successo del paese e un orgoglio nazionale, rappresenta veramente una «miniera d’oro» come ne dicono i suoi sostenitori, oppure si dimostra un turismo estrattivo cioè che estrae risorse e vitalità dai territori senza di contro lasciare benefici e vantaggi adeguati, come rimarcano molti esperti del tema? Ovvero, per dirla in parole povere: veramente il turismo produce ricchezza e sviluppo o genera povertà e degrado?

Le molte situazioni similari a quella che si registra a Bergamo impongono di farsi domande del genere e di trovare risposte adeguate. E se la politica – per sue varie inadempienze, colpe, noncuranze – non è in grado di farlo, deve farlo la società civile, sviluppando la massa critica necessaria a imporre alla prima di trovare le migliori risposte possibili e agire per il bene dei luoghi e di chi li abita, invece di lodare ciò che rischia seriamente di immiserirli.

Distruggere manufatti storici delle montagne e farla franca: è ammissibile? Il caso del ponte di Piaggiogna, in Valsesia

Ma chi costruisce strade, ciclovie e altre opere sovente di interesse turistico e nel farlo rovina se non distrugge vie storiche, mulattiere e selciati secolari, muri a secco e vecchi ponti e altri elementi antropici di natura culturale e identitaria per i territori coinvolti, potrebbe essere in qualche modo perseguibile civilmente o penalmente?

Sto cercando di capirlo, io insieme ad altri amici con l’aiuto di esperti di diritto amministrativo e ambientale, perché di casi del genere se ne registrano parecchi, a volte perpetrati in maniera sfacciata forse proprio per la convinzione, da parte di chi ne è sostenitore e autore, di restare impunito. Eppure distruggere un selciato vecchio di secoli sul quale è transitata la storia di un luogo per farci passare una pista VASP, una ciclovia o altro del genere, a me sembra un misfatto bello e buono e non soltanto in senso culturale.

Un caso tra i più recenti mi è stato segnalato da alcuni amici: in Val Sermenza, laterale della Valsesia in Piemonte, presso la borgata di Piaggiogna Inferiore, nei pressi di Boccioleto, è stata costruita una strada che sale verso il nucleo di Palancato che ha già rovinato in diversi punti la preesistente mulattiera secolare e ora minaccia il bellissimo ponte pedonale detto “romano”, in realtà settecentesco, che supera il torrente Sermenza e rappresenta un simbolo identitario e culturale della zona. Ponte che si vorrebbe rendere transitabile agli automezzi, a sua volta modificandolo pesantemente al fine di farci passare la strada suddetta, e per la cui “trasformazione” gli amministratori locali adducono motivazioni quanto meno opinabili, così come hanno fatto per la strada realizzata («prevenzione del dissesto idrogeologico» su un versante che a memoria d’uomo non ha mai presentato problemi del genere, per dire). Questo nonostante il parere contrario della Soprintendenza, già espresso un anno fa in un documento che rimarcava ben dodici opposizioni al progetto.

Per tutto ciò è nato un Comitato spontaneo che ha già organizzato una piccola manifestazione, con l’esposizione dello striscione che vedete nella foto in testa al post, e che sta cercando di opporsi all’intervento prospettato dall’amministrazione locale invocando di contro la logica e necessaria manutenzione conservativa del ponte. Comitato senza dubbio da sostenere: lo farò sicuramente anche per come, ribadisco, quello di Piaggiogna sia un (ennesimo) caso emblematico riguardo il tema della distruzione di elementi storico-identitari in ambiente sulla base di motivazioni palesemente opinabili.

In effetti, vi chiedo, quanti altri casi simili potreste citare che avete constatato di persona o dei quali avete avuto notizia, in giro per le montagne italiane?

Ecco, credo sia un tema assolutamente da approfondire e indagare sotto i suoi vari aspetti, innanzi tutto quello giuridico, ribadisco. Tornerò a scriverne presto.

P.S.: ringrazio di cuore il Comitato per il Ponte di Piaggiogna per avermi raccontato della vicenda e fornito di alcune delle immagini che vedete lì sopra.

A salire sulle montagne si perdono la vista e il senno?

[La sommità del Titlis. Immagine tratta da www.facebook.com/titlisthepeaktobe.]
Ma, esattamente, quand’è che abbiamo cominciato a salire in montagna senza capire dove ci trovassimo, senza saper più vedere il paesaggio, diventando come miopi, superficiali, istupiditi?

Sul Titlis, a 3020 metri di quota in Svizzera, dopo esserci arrivati comodamente in funivia si potrà accedere a una torre ricavata dalla ristrutturazione di un’antenna per telecomunicazioni per godere il panorama pagando 19 Franchi (quasi 21 Euro), dove già il panorama c’è ed è gratis (biglietto degli impianti per arrivarci a parte), essendo su una vetta di oltre 3.000 metri [1]. Ma è solo un “macroesempio” – e nemmeno dei peggiori – di ciò che accade quasi sempre ove vi siano passerelle panoramiche, panchine giganti, ponti tibetani e altre amenità turistiche, che promettono di offrire «panorami mozzafiato» dove i panorami ci sono da sempre ma evidentemente, prima, non si era capaci di vederli e coglierli per cui c’è bisogno di tali “occhiali giganti” per vincere la miopia verso il paesaggio che ci attanaglia.

[La torre panoramica del Titlis. Immagine tratta da www.facebook.com/titlisthepeaktobe.]
Ovvero, come bambini troppo cresciuti ma che ancora sanno poco del mondo, abbiamo bisogno di qualcuno che ci dica che lì c’è un bel panorama, un angolo caratteristico, un luogo affascinante – in fondo lo stesso accade con gli influencer che con i loro post sui social indirizzano frotte di “turisti” verso località altrimenti ignorate, probabilmente perché quei “turisti” (virgolette inevitabili) non hanno le capacità mentali e la curiosità per scegliersi da soli i luoghi da vedere.

Insomma: com’è che ci siamo istupiditi così tanto, per giunta diventando elementi di disturbo quando non di degrado dei luoghi che in modi tanto inconsapevoli e superficiali visitiamo? Inoltre: essendo diventati così stupidi, quando visitiamo certi luoghi, non è che a furia di «panorami mozzafiato» finiremo pure inesorabilmente soffocati?

[La passerella panoramica dei Piani Resinelli, sopra Lecco, posta in un luogo chiamato “Belvedere” proprio perché lì il panorama lo si è sempre ammirato senza bisogno di manufatti del genere.]
Be’, ironie a parte, sarebbe veramente il caso di rifletterci seriamente su questa realtà. Prima che la pandemia da istupidimento turistico si propaghi troppo e finisca per devastare con inutili e degradanti attrazioni molti altri luoghi di pregio, sulle nostre montagne e altrove.

[1] Per la cronaca, non sono mai stato sul Titlis ma l’ho visto “dall’alto”, avendo salito alpinisticamente il Sustenhorn, vetta più alta di quasi 300 metri che si trova proprio di fronte al primo. Dunque la zona la conosco bene.

Per l’estate 2026 ci attende un unico grande “luna park” sulle montagne! (O no?)

Sci sulla plastica, “Love bike park”, jeep-taxi, “Pora Beach”, dj-set, «salendo in montagna comodamente seduti su una seggiovia». L’articolo pubblicato da “L’Eco di Bergamo” domenica 7 giugno scorso dà conto delle iniziative per l’estate imminente sulle montagne bergamasche e racconta, in buona sostanza, di un grande luna park diffuso sulle Alpi Orobie, dove sembra che si faccia – e si possa fare, o si debba fare – tutto ciò che con la montagna, quella vera, c’entra poco o nulla ma che evidentemente si pensa possa piacere a molti gitanti cittadini. Ai quali infatti non si fa altro che riproporre la città in quota, con un sacco di “divertimenti” – tutti a pagamento, ça va sans dire – nessuno dei quali racconta veramente le montagne che ci sono intorno ad essi. «Si chiama «destagionalizzazione» del turismo montano» ricorda l’articolo, ma si potrebbe tranquillamente parlare di demontanizzazione, vista la realtà dei fatti, mentre la “destagionalizzazione” fatta così si conferma solo un modo insensato per banalizzare, (s)vendere e sfruttare il paesaggio montano lungo l’intero anno o quasi, senza che i suoi abitanti ne ricavano qualche vantaggio reale e proficuo.

Naturalmente la montagna vera non è tutto questo. L’articolo del quotidiano bergamasco a ben pensarci non parla affatto di montagna, scrive di altro, dei “comprensori” e dei loro affari, di turismo industriale, omologato e massificato per il quale il luogo è solo uno sfondo suggestivo, non conta granché, anzi, in certi casi è pure un impedimento. E a leggerlo, l’articolo, qualcuno potrebbe pensare che in montagna ormai ci si salga solo per fare le cose elencate, per divertirsi nei vari luna park e con le loro attrazioni: non c’è alcun accenno, se non vaghissimo (e non per colpa dei redattori) a camminate, escursioni, trekking, ambiente naturale, paesaggi d’alta quota, pernottamenti nei rifugi, alpinismo, vette da salire, silenzio… nulla.

[Il “Pora Beach”, sul Monte Pora. Con tutto il rispetto del caso, mi pare che ogni commento sia superfluo. Immagine tratta da www.ecodibergamo.it.]
Ovviamente la montagna vera è questa, e con buona pace dei gestori dei luna park – che fanno il loro mestiere, e va bene così – ce n’è tantissima di gente che vi sale per praticarla nel modo più autentico, consapevole, equilibrato, responsabile, stando lontano da giostre varie, pseudo-spiagge, piste da sci di plastica, dj-set e tutto il resto. Cose che chiunque è liberissimo di praticare e con le quali divertirsi, ripeto: ma almeno avendo l’onestà di sapere che non è “montagna” quella, facendosene una bella e buona ragione e, con essa, provando magari a comprendere meglio dove si trovi e cosa, o come, vivere al meglio il luogo in cui si trova. In fondo, forse, basterebbe solo guardarsi intorno e osservare quello che c’è, capendo che no, le montagne, i boschi, i prati, i paesi, non sono solo uno sfondo “da cartolina” a tutte le attrazioni proposte e ai propri selfie. Ecco.

P.S: ma veramente poi ci si chiede perché la montagna perde anima, identità, cultura, socialità, attrattività e si spopola di continuo? Sul serio?