A Corte Grande, navigando sul paesaggio

L’alpe di Corte Grande, sopra Albaredo nel ramo omonimo delle Valli del Bitto, è uno di quei posti che, nel giungerci, nell’attraversarlo e nell’osservarlo, ogni volta mi dona una sensazione di armonia veramente rara. O, forse potrei dire meglio, di equilibrio, di concordia naturale, di eufonia geografica. L’ampia schiena prativa che si protende dal versante sudoccidentale del Monte Baitridana, placidamente bombata fin lungo i suoi bordi boscosi che poi piuttosto repentinamente precipitano verso i solchi della Valle del Bitto e delle laterali Val Fregera e Valle Piazza, sembra galleggiare sul paesaggio, come un’enorme zattera che naviga tranquilla verso l’altro versante della valle, a ponente, e poi oltre, in direzione delle vette rocciose dominate dal Pizzo dei Tre Signori. A tale pontone luminosamente erboso, al quale il Sole regala quasi sempre una fremente festa di luce e calore, fanno da “casseri” due filari di baite armoniose e ben tenute, una prospiciente la “prua” dell’alpe e l’altra di poco arretrata, la cui posizione potrebbe far invidia anche al tenutario d’una villa su chissà quale prestigiosa costa marina.

Peraltro, da Corte Grande ricordo di esserci transitato, anni fa, in una mattina autunnale di fitte brume che ingolfavano il solco vallivo fino a una quota appena inferiore a quella del piano prativo, mentre al di sopra il cielo terso brillava di azzurra magnificenza. In una tale situazione sembrava veramente di stare sulla coperta di un grande bastimento in navigazione su quelle nebbie dense e uniformi se non, correndo ancora più sulle inesorabili ali della fantasia, direttamente in cielo, a chissà quale quota d’altro canto indeterminabile vista la mancanza di visibilità sottostante, un volo soave e sereno in equilibrio sull’impalpabile superficie nebulosa nell’attesa di “attraccare” posandosi sul paesaggio alpestre una volta ricomparso grazie allo svanimento di quelle brume.

Ecco, insomma, un posto di rara grazia, non sfacciata e spettacolare o monumentale… equilibrata, appunto, d’un equilibrio innanzi tutto naturale ma che con pari intensità si manifesta nel viandante che da Corte Grande transita, regalandogli una simile sensazione di equilibrio, misura, armonia, e di concordia con il paesaggio d’intorno – quello che percepisco io ogni volta che passo di lì.

Se ci siete stati, se il luogo lo conoscete o se magari ci passerete, un giorno, mi saprete dire se anche voi afferrate qualcosa del genere – ma se non ci siete mai stati andateci, nel caso poi continuando per l’Alpe Piazza o per la facile e spettacolare vetta del Monte Lago. Forse, saprete intuire altre particolari doti che questa zona delle Alpi Lombarde offre in modi ben più significativi che altrove, e che ne fanno un territorio di raro pregio e di autentico, intenso nonché, appunto, armonioso valore alpino.

Liberarsi dai governi

Non sono molti i momenti in cui vivo sotto un governo, persino in questo mondo. Se un uomo è libero nel pensiero, nella fantasia, nell’immaginazione, in modo tale che ciò che non è non gli appare mai per molto tempo come ciò che è, non è detto che governanti o riformatori stolti riescano a ostacolarlo.

(Henry David ThoreauDisobbedienza civile, a cura di Franco Meli, traduzione di Laura Gentili, Milano, Feltrinelli Editore, 1992-2018, pag.44.)

Perché Thoreau, e perché questa citazione? Perché sì, a prescindere. Leggere Thoreau, considerare il suo pensiero e rifletterci sopra, sono pratiche che dovrebbero risultare quotidiane, o più frequenti possibile, per qualsiasi individuo libero e con lo sguardo rivolto al futuro. Ugualmente, lo dovrebbero essere per qualsiasi individuo che voglia rendersi libero da certi elementi del tutto antitetici ad un buon futuro, per se stesso e per il mondo in cui vive.

Ma certo, riguardo questa citazione nello specifico, e constatando le azioni dei governi di molti stati del mondo di oggi, stolte a dir poco, mi pare che il suo messaggio diventi ogni giorno più importante e necessario, ecco.

Il camminare è architettura

[Foto di Alex Guillaume da Unsplash]
Qualche post fa vi ho proposto una sorta di dissertazione etimologica sull’origine dei vocaboli “essere/esistere”, e devo ammettere di trovare profondamente affascinante che per essa si possa rinvenire una giustificazione etnoantropologica – e architettonica –  direttamente nella storia dell’umanità, ovvero nelle prime azioni attraverso cui l’uomo ha segnalato e sancito materialmente il proprio essere al mondo e nello spazio.

In quel post ho scritto che dalla radice indoeuropea “stal”, “stalk” si fanno derivare sia il termine “esistere/esistenza” che il termine “luogo”, e che il suo significato originare è porre nonché, per diretta derivazione e come sostantivo, posto. Inutile dire che, quando diciamo cose del tipo «ci si trova in quel posto» usiamo il termine proprio come sinonimo di luogo, di spazio determinato e identificato. Proprio in tema di identificazione dello spazio, e di conseguente identificazione e definizione dell’essere consapevole nello spazio, essa venne determinata agli albori della civiltà umana proprio con il porre un oggetto di ben riconoscibile materialità e consistenza cognitiva: i menhir, in assoluto uno dei primi contrassegni antropici nello/dello spazio. Segno “intelligente” di passaggio, di transito (quindi di essenza ed esistenza), primordiale marcatore referenziale, indicatore di orientamento, elemento di identificazione del territorio e, in forma primitiva ed elementare, primo segno architettonico. Il menhir veniva posto (verbo) in un certo punto dello spazio/territorio e dunque – vedi l’etimo citata – ciò creava un posto (sostantivo), dunque un luogo. Un ambito segnato, identificato, riconoscibile e nel quale riconoscersi – o riconoscere l’essenza/presenza altrui.

Insomma: i menhir sono stati tra i primi segni concreti sul territorio attraverso cui l’uomo ha sancito il proprio legame con lo spazio attraversato e vissuto, che nel Neolitico si stava costruendo attraverso il semplice tanto quanto (di nuovo) fondamentale esercizio del camminare – un’altra di quelle cose che tutt’oggi sottovalutiamo grandemente, in senso culturale, nonostante sia una pratica di gran moda e assai ispiratrice di decine di volumi al riguardo.

Fin da quanto i nostri antenati hanno capito che quelle due membra al di sotto della vita servivano – molto di più che le altre due sopra, da bipedi quali divennero – a spostarsi via via, con un po’ di esercizio, sempre più agevolmente, il camminare si è rivelato come (e assai meno banalmente di quanto sembri) la principale forma di esplorazione e quindi di conoscenza dello spazio che essi si trovavano intorno e col quale dovevano interagire: un metodo di arricchimento culturale del legame tra uomo e spazio che si andava costruendo e consolidando nel tempo. Non solo: la semplice pratica del camminare nello spazio/nel territorio ha rappresentato pure – come ho accennato poco fa – la prima forma di architettura della storia umana: quantunque indeterminata e solo “abbozzata” ma già, in nuce, atto di modificazione effettiva del territorio, di imprinting antropico attraverso tracce evidenti e presumibilmente durature nel tempo, dunque pure di appropriazione culturale dello spazio e di territorializzazione. Tracce che, in quei momenti primordiali, erano rappresentate da qualcosa che ancora oggi è elemento ben presente e caratterizzante lo spazio (non urbanizzato, soprattutto): i sentieri, le linee di passaggio impresse sul terreno indicanti i movimenti, i transiti umani, le attività, la vita – l’essenza e la presenza, nuovamente. Guarda caso (concedetemi questa piccola mania personale per l’etimologia delle parole), il termine ἀρχή (árche, “superiore”, “preminente”), che con τέκτων (técton, “ingegnere”, “costruttore”) forma la parola “architetto” (col significato di capo costruttore, dunque, dalla quale è derivata poi “architettura”), aveva nel greco antico anche il significato di “partenza”: un termine quindi parecchio legato alla presenza attiva nello spazio, al movimento consapevole in esso che, appunto, millenni fa era quello sostanzialmente intrapreso con la pratica del camminare. Nemmeno causale è l’evidenza che dal sentiero quale segno della presenza e del transito dell’uomo nello spazio nonché primigenia forma architettonica primaria è nata l’esigenza di marcare il territorio con qualcosa di architettonicamente più concreto e solido, pur tuttavia strettamente legato al nomadismo di quei primi uomini: proprio per questo vennero innalzati i menhir, evoluzione solida e rimarcabile da chiunque del legame concretizzato tra uomo e spazio.

C’è un altro aspetto interessante, che consegue da quanto ho affermato finora. Il menhir ha rappresentato – sempre in modo primitivo e del tutto elementare ma pure, nel principio, paradossale – anche una delle prime manifestazioni del bisogno di stanzialità (e di conseguente territorializzazione) dell’uomo primitivo nello spazio: un bisogno materializzatosi attraverso un segno architettonico, dunque di una pratica di organizzazione dello spazio tuttavia generatasi in un ambito di nomadismo quale conseguenza di esso e non, come verrebbe da pensare, antitetico ad esso. È stato grazie al moto nello spazio, insomma, che si è generata la società stanziale dell’uomo: e dal primo segno architettonico marcante, referenziante lo spazio e identificante il “luogo”, è derivata la vera e propria architettura, la scienza ingegneristica e ogni altra pratica di controllo razionale e di modificazione dello spazio – illuminante riguardo questi temi risulta il volume di Francesco Careri Walkscapes. Camminare come pratica estetica, dai quali l’autore parte per giungere a rivelare come la pratica del camminare possa essere persino considerata un esercizio estetico/artistico, come peraltro indicato da numerose avanguardie artistiche novecentesche fino alla contemporanea Land Art.
Un “paradosso” – se è possibile definirlo così, appunto – al quale dobbiamo gran parte dello sviluppo della nostra civiltà.

Tutti a sciare dentro lo Skidome di Selvino!

Cari “amici” selvinesi,

come potrei non ringraziarvi? Come poter non esservi grati per l’esempio che state dando? Come non dirsi “orgogliosi” di essere vostro conterraneo?

Dopo i meravigliosi elicotteri di Valbondione, che con il loro rumore finalmente rompono il “triste silenzio” dei monti e “profumano” l’aria altrimenti così fastidiosamente pura trasportando “veri amanti della montagna” ai rifugi della zona evitando loro di camminare per ore sui sentieri, una roba ormai sorpassata e idiota, se tutto “va bene” a breve – ho appena saputo dai media – si potrà venire a sciare tutto l’anno a Selvino, nel vostro fantastico “Skidome”! Che meraviglia, che spettacolo: andare in montagna per sciare su un’unica pista di 500 metri chiusi dentro un capannone interrato con neve artificiale per tutto l’anno! Che altro si può chiedere a una località di montagna? Starsene all’aperto d’inverno, al freddo, solo per vedere il panorama? Oppure prendere il Sole sui prati in estate, quando persino a fine luglio si può sciare su neve programmata? Oppure ancora girovagare lungo i sentieri per i vostri monti per restare in contatto con la Natura? E che siamo, dei poveri trogloditi, per fare cose così primitive?

No: meglio utilizzarli, i vostri prati – che tanto ce n’è in abbondanza, no? – per costruirci qualcosa di finalmente utile: lo “Skidome”! Questo sì che vuol dire spendere i soldi per la montagna nel modo migliore, e per qualcosa che ad un comune montano come Selvino serve assolutamente! Ho letto che serviranno 40/60 milioni per la sua costruzione, soldi che verranno da finanziatori privati che dimostrano così di avere proprio tanto a cuore la montagna selvinese: in effetti perché buttare via tutto questo denaro in altre cose, a Selvino, ad esempio per le strade, la viabilità, l’urbanistica, le scuole, il miglioramento dei servizi, delle attrattive culturali sul territorio, la socialità, il sostegno alle attività economiche… bah, tutte robe che non servono a niente! Basta con tutta la retorica del turismo ecosostenibile, culturale, della conoscenza del territorio che crea affezione e legame, dei boschi e dei prati e dei panorami delle vette orobiche o della pianura distesa ai propri piedi! Anzi: chiusi dentro un capannone, finalmente potremo sciare senza più le distrazioni del paesaggio, dei panorami, del cielo azzurro, dei suoni della Natura… perché spero che nello “Skidome” ci sarà pure musica diffusa ad alto volume, no? Che con il vociare e l’urlare di quelli che ci saranno dentro ci farà sentire come se staremo sciando all’OrioCenter! Inoltre, non avendo intorno la distrazione del paesaggio alpino con quelle montagne tutte uguali, potremo sentirci come se stessimo sciando in città o in qualsiasi altro posto! Che meravigliosa emozione!

Avete proprio ragione quando, presentando il progetto, scrivete che «Molto spesso la vita propone due alternative: restare con ciò che si possiede, facendo prevalere lo spirito di conservazione, oppure osare, credere in un sogno che possa stravolgere in positivo la propria esistenza.» Ma infatti: perché restare lì immobili con ciò che si possiede da sempre?! Bisogna osare, credere nei sogni, stravolgere! Ad esempio, io non capisco quelle località che hanno montagne sulle quali non ci sono piste da sci, cosa aspettano per raderle al suolo! A che serve conservarle, tanto sono inutili! E vale anche per le città, per Bergamo Alta ad esempio, con tutti quei vecchi monumenti per la cui conservazione bisogna pure spendere un sacco di soldi… via, abbattere, osare, costruire robe nuove, stravolgere!

Meno male ci siete voi di Selvino, con il vostro esempio che, per giunta, sconfigge i cambiamenti climatici: non nevica più a 1000 metri di quota perché il clima non è più quello di prima? Chi se ne importa, basta costruire un megafrigorifero dove possa esserci sempre neve e rinchiudersi lì, alla faccia dei ghiacciai che scompaiono e del caldo torrido a fine gennaio! E poi non rovinate nemmeno l’ambiente: il megafrigorifero è interrato, non si vedrà neppure e di nuovo chi se ne importa, di quello che c’è sotto l’erba! Al massimo si vedranno solo le infrastrutture esterne, gli alberghi (per i cui ospiti, in base allo stesso principio di fondo del progetto, mi auguro ci siano a disposizione bambole gonfiabili per sollazzarsi dopo lo sci!) e i ristoranti e i megaparcheggi e le strade che avete chiesto alla Regione di costruire (sempre con soldi pubblici meglio spesi così che in altre cose che chi vive in montagna richiede stupidamente, ovvio), che sarà mai?

Insomma: voi di Selvino sì che sapete cosa sia la “vera montagna”! Vorrei tanto venire pure io a sciare al chiuso nel vostro meraviglioso “Skidome” senza così essere costretto a stare all’aria aperta e a dover vedere il solito noioso panorama alpino ma, stranamente, non vi trovo sulle mappe… Ne su questa e nemmeno su quest’altra: siete come spariti. Chissà come mai!
Be’, fa nulla. Dovrò accontentarmi di andare a sciare all’aperto, sulla neve vera, quando cade sui monti veri, oppure di camminare per sentieri, esplorare nuovi territori alpini, conoscere le loro peculiarità proprio come si faceva una volta. Che roba assurda, vero “amici” selvinesi?!

A voi, invece, auguro di meritarvi tutto quello che il vostro progetto vi porterà. Siete veramente un “esempio”, dal quale tante altre località di montagna spero possano imparare molto.

Cordialmente,

Luca