La libertà è una decisione dello spirito

La libertà è una decisione dello spirito. È lo spirito che decide di essere libero, se non ne è capace, non c’è libertà che lo possa aiutare.

(Friedrich Dürrenmatt citato da Donata Berra nella postfazione de La Valletta dell’Eremo, Edizioni Casagrande, Bellinzona, 2002, pag.84.)

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Il grande difetto di tutte le dottrine collettiviste

Il grande difetto di tutte le dottrine collettiviste, che siano di tipo politico, sindacalista, cooperativista, nazionalista, sovietista o altro, sarà sempre lo stesso: favorire la paura e l’odio dei mediocri verso qualsiasi valore individuale, stimolare il fanatismo verso ogni spirito libero. Così facendo, si sgretolano le risorse essenziali per qualsiasi evoluzione umana.

(Henry-Léon Follin, Parole di un vedente (Paroles d’un Voyant), 1934.)

Ennesime parole, quelle di Follin – giornalista francese, pensatore individualista, esperto di economia politica e sociale e autore di numerosi saggi al riguardo – che a quasi un secolo di distanza dalla loro formulazione risultano non solo del tutto valide, ma pure necessarie. A quei tempi molti regimi totalitari di opposte basi ideologiche e identiche realtà pratiche minacciavano in modo evidente le libertà individuali, oggi simili minacce permangono per forza di governi dichiaratamente “democratici”, dimostrando che il “potere”, in qualsiasi forma si manifesti, mai potrà andare d’accordo con la vera libertà. Se ne dirà difensore e alleato, la lusingherà con le parole più belle e apparentemente nobili, ne chiederà il supporto per i propri fini promettendo adeguate contropartite ma, prima o poi, finirà inesorabilmente – ovvero a causa della propria ineluttabile antitetica natura – per attaccarla e soffocarla.

Come la democrazia può mutare rapidamente in totalitarismo

Se la democrazia, anche la più compiuta e apparentemente solida, si priva della cultura – o ne viene forzatamente privata – in tempi molto rapidi si trasformerà inevitabilmente in una dittatura. Dacché la prima si alimenta innanzi tutto di cultura, prima che di politica, di economia o di altro, la seconda si alimenta di ignoranza, trovando la sua primaria ragion d’essere e di sussistenza proprio nella negazione più assoluta della cultura. Quindi, se in un paese dichiaratamente democratico la cura nei confronti della cultura – in ogni sua forma – viene meno, la strada verso il totalitarismo e l’oppressione è ampia e spianata. Ancor più se la società civile non se ne rende conto – d’altro canto una conseguenza ineluttabile, questa – della suddetta mancanza di cura verso la cultura. Conseguenza strategicamente voluta: è bene tenerlo presente, finché ci si riesce.

Fare lo scrittore è una faccenda sospetta

Una volta una signora domandò ai miei bambini che stavano giocano per strada che cosa facesse il loro papà, quale fosse la sua professione, e la risposta fu: «Racconta storie». La signora rimase sconcertata. A ragione. A Neuchâtel erano gli insegnanti, o altre persone serie, che si dilettavano di scrittura, e solo come passatempo. Che io facessi soltanto lo scrittore era una faccenda sospetta.

(Friedrich Dürrenmatt, La Valletta dell’Eremo, Edizioni Casagrande, Bellinzona, 2002, traduzione e cura di Donata Berra, pagg.28-29.)

Dunque, anche uno dei più grandi scrittori europei del Novecento subì quell’atteggiamento di disprezzo verso la produzione professionale di cultura, così tipico di certi benpensanti, che continua tutt’oggi ed anzi va crescendo in forza di quella tragicamente celebre affermazione per la quale “con la cultura non si mangia”: evidentemente un retaggio conformista avente antiche radici nello stesso concetto di “potere”, io temo – lo stesso Panem et circenses d’epoca romana agiva sullo stesso principio. Il potere, insomma, da sempre foraggia buffoni e cialtroni d’ogni sorta, giammai pensatori e creativi culturali. Troppo “pericolosi”, questi. Ma come lo stesso Dürrenmatt insegna (nel libro citato, ad esempio), è bene disprezzare senza indugio quel disprezzante perbenismo, anche solo ignorandolo totalmente e restando da esso il più lontano possibile: c’è molta più onestà (intellettuale e non solo) e molta meno finzione in chi racconta storie anche inventate sui libri che in quei conformisti intellettualmente deformati che credono di poter dominare la realtà per chissà qual “unzione divina” – o per ben più terrena e ipocrita arroganza. Ecco.

Non si possono trovare risposte se prima non ci si pone domande

Quanta gente oggi sa, o dice di sapere (tutto, o quasi), ma in verità non conosce (niente, o quasi) – e non lo sa!
Ma si può dire di sapere se non si sente il bisogno di conoscere?

Se non si ha volontà di sapere, non si saprà mai niente.
Perché, per essere chiari, se non si vuole conoscere non si capirà mai nulla.
Se non si capisce, non si conosce veramente e, dunque, non si può dire di sapere.

D’altro canto sapere è potere solo se si può sapere di non sapere mai abbastanza: chi sa di non sapere, saprà sempre più di chi crede di sapere tutto, e avrà su questi (e quelli come lui) ben più potere. Se non si rivendica la libertà di essere sempre curiosi verso il mondo d’intorno per saperne sempre di più, quel mondo diverrà inesorabilmente una prigione, senza muri per il corpo ma gabbie per la mente. Dall’essere detentori di un “potere” all’esserne totalmente privati, in pratica.

In fondo, non si possono trovare risposte se prima non ci si pone domande – e di risposte veramente definitive, tra quelle non basate su dati obiettivi e scientifici, ve ne sono poche, fortunatamente. Porsi domande, e adoperarsi per cercare risposte ad esse, è una delle pratiche intellettuali che rende l’Homo Sapiens degno di tal nome; accettare risposte senza conoscere le relative domande, facendo dunque di esse verità assolute, rende l’uomo una scatola vuota nella quale chiunque può gettare ogni cosa, anche la più infima, nella certezza che per questa sarà assunta.

Alla fine, quella massima di Nietzsche resta – anzi, diventa sempre più fondamentale: «La fede nella verità comincia nel dubbio in quelle “verità”credute sino a quel momento». Sapere che ci sono sempre nuove cose da sapere, questo conta; ed è pure la via migliore per conseguire in modo oggettivo valide verità, ove ve ne siano. Perché ce ne sono, certamente: ma siamo noi, spesso, a non trovarle, o a volerle trovare dove non ce ne siano.