“G. Vi racconto Gaber”, di Sandro Luporini: un libro per un’Italia che da 10 anni è un po’ meno libera

“Secondo me gli italiani e l’Italia hanno sempre avuto un rapporto conflittuale, ma la colpa non è certo dell’Italia, ma degli italiani, che sono sempre stati un popolo indisciplinato, individualista, se vogliamo un po’ anarchico e ribelle, e troppo spesso cialtrone.
Secondo me gli italiani non si sentono per niente italiani, ma quando vanno all’estero, li riconoscono subito.
Secondo me gli italiani sono cattolici e laici, ma anche ai più laici piace la benedizione del papa. Non si sa mai.
Secondo me gli italiani sono poco aggiornati e un po’ confusi, perché non leggono i giornali. Figuriamoci se li leggessero.
Secondo me non è vero che gli italiani sono antifemministi. Per loro la donna è troppo importante, specialmente la mamma.
Secondo me gli italiani hanno sempre avuto come modello i russi e gli americani. Ecco come va a finire quando si frequentano le cattive compagnie.
“
(Giorgio Gaber, brano dello spettacolo Un’idiozia conquistata a fatica, l’ultimo del Teatro Canzone, portato in scena da Gaber tra il 1998 e il 2000. Fonte: it.wikiquote)

COP_LUPORINI_G_Vi_racconto_GaberSon già 10 anni che l’Italia è orfana del pensiero libero di uno dei più grandi italiani del Novecento, Giorgio Gaber. E si vede, ahinoi…
Dal 2 Gennaio un libro tenta di rimediare almeno un poco, per così dire, a tale mancanza: G. Vi racconto Gaber di Sandro Luporini, scritto con Roberto Luporini, è un libro-evento: Gaber raccontato per la prima volta dal suo storico coautore, che vi riporta le discussioni, le idee, i dubbi, le storie, e qualche volta le coincidenze che hanno dato origine ai loro capolavori. Cosa intendevano veramente in certe canzoni troppo spesso fraintese, da dove è nata la battuta “quasi quasi mi faccio uno shampoo”, o che “…volevamo dire ‘libertà è spazio di incidenza’, ma anche senza essere musicisti si capisce bene che una roba così non si poteva proprio cantare”. Ma anche i particolari di un uomo fuori dall’ordinario, ironico e curioso di tutto, che lavorava anche quando sembrava fare altro e andava al mare con le Clark. “Avrebbero voluto da Giorgio e da me delle risposte. Proprio da noi che abbiamo vissuto tutta la vita nell’assoluta certezza del dubbio”.
Giorgio Gaber fu un personaggio grande tanto quanto libero e dunque geniale, dacché la genialità è sempre sintomo di libertà – di pensiero e non solo. Così geniale, e così libero, da non essere stato spesso capito e a volte persino messo al bando, allora come oggi. E ciò la dice lunga, perché capire Gaber è, appunto, un segno di grande e preziosissima libertà: quanto mai necessaria all’Italia e alla sua gente, oggi forse anche più che allora.
Cliccate sulla copertina del libro per visitare il sito web della Fondazione Gaber, e avere ogni utile informazione sul merito.

Il nemico peggiore della democrazia? Forse non è la dittatura…

“La morte della democrazia difficilmente avverrà per un attacco di sorpresa alle spalle, sarà piuttosto il risultato di un graduale sgretolamento per apatia, indifferenza e malnutrizione.“
Robert Maynard Hutchins, Professore e Direttore dell’Enciclopedia Britannica, 1957.

Scrivevo poco tempo addietro di come, già quasi due secoli fa, Alexis de Tocqueville, nel suo celebre testo La democrazia in America descrivesse perfettamente la decadenza della civiltà contemporanea per mano del potere politico in salsa consumistica, quasi come ai tempo avesse avuto una sfera di cristallo che gli permettesse di guardare nel futuro, ovvero nel nostro presente.
Abbiamo avuto quasi duecento anni, appunto, per capire il senso di quelle parole e n on ne siamo stati capaci, così il mondo contemporaneo annaspa in quel sistema corrotto e deviato che fino a pochi anni fa tutti credevamo il migliore possibile solo perché ci concedeva/concede qualche materialissimo agio, ma che nel frattempo ha concesso alle oligarchie politico-finanziarie di causare la crisi in cui sprofondiamo e tutti i problemi derivanti, primo tra tutti la costante estinzione di una buona e autentica democrazia.
Beh, come potete leggere sopra, circa un secolo dopo ovvero più di 50 anni fa, ancora c’erano pensatori illuminati – ad esempio il Professor Robert Hutchins, appunto (cliccate sulla foto per conoscerlo meglio) – che tentavano di risvegliare le nostre coscienze, intuendo perfettamente la pericolosa china che stavamo imboccando. Se ci siamo svegliati, oppure se siamo rimasti del tutto apatici e rincretiniti, dunque facilissimamente assoggettabili al volere di quelle oligarchie, lo lascio dire a voi.

Il potere dell’impotenza

“Può tuttavia accadere che un gusto eccessivo per i beni materiali porti gli uomini a mettersi nelle mani del primo padrone che si presenti loro. In effetti, nella vita di ogni popolo democratico, vi è un passaggio assai pericoloso. Quando il gusto per il benessere materiale si sviluppa più rapidamente della civiltà e dell’abitudine alla libertà, arriva un momento in cui gli uomini si lasciano trascinare e quasi perdono la testa alla vista dei beni che stanno per conquistare. Preoccupati solo di fare fortuna, non riescono a cogliere lo stretto legame che unisce il benessere di ciascuno alla prosperità di tutti. In casi del genere, non sarà neanche necessario strappare loro i diritti di cui godono: saranno loro stessi a privarsene volentieri… Se un individuo abile e ambizioso riesce a impadronirsi del potere in un simile momento critico, troverà la strada aperta a qualsivoglia sopruso. Basterà che si preoccupi per un po’ di curare gli interessi materiali e nessuno lo chiamerà a rispondere del resto. Che garantisca l’ordine anzitutto! Una nazione che chieda al suo governo il solo mantenimento dell’ordine è già schiava del suo benessere e da un momento all’altro può presentarsi l’uomo destinato ad asservirla. Quando la gran massa dei cittadini vuole occuparsi solo dei propri affari privati i più piccoli partiti possono impadronirsi del potere. Non è raro allora vedere sulla vasta scena del mondo delle moltitudini rappresentate da pochi uomini che parlano in nome di una folla assente o disattenta, che agiscono in mezzo all’universale immobilità disponendo a capriccio di ogni cosa: cambiando leggi e tiranneggiando a loro piacimento sui costumi; tanto che non si può fare a meno di rimanere stupefatti nel vedere in che mani indegne e deboli possa cadere un grande popolo.“

Chi afferma queste lucide e inoppugnabili cose? Senza dubbio uno che ha capito perfettamente la situazione in cui ci troviamo! – verrebbe da credere. Magari un politico particolarmente illuminato… – oh, no, questo no, non è credibile. Non ve ne sono proprio di politici così avveduti, soprattutto a sud delle Alpi e a nord del Mediterraneo!
Beh, fu Alexis de Tocqueville, nel suo celebre testo La democrazia in America. E le scrisse nella prima metà dell’Ottocento – l’opera fu poi pubblicata nel 1835-1840. Duecento anni fa, quasi.
Ergo, non lamentiamoci noi tutti, umanità contemporanea, della situazione in cui ci siamo cacciati: è da secoli che potremmo sapere perfettamente le conseguenze della nostra apatica ottusità, e non facciamo nulla per cambiare le cose. La vera forza del potere dominante è l’apatia di chiunque vi si faccia assoggettare passivamente, di chi si sottometta al volere dei potenti e non capisca più – ignori, tralasci, dimentichi – che di norma dovrebbe funzionare al contrario, in una società civile. Dunque, come appunto chiosa Tocqueville, le mani indegne e deboli che ci comandano è assolutamente ciò che ci meritiamo. E ciò che ci farà sprofondare definitivamente nel baratro, se non ci decidiamo finalmente a fare qualcosa. Si dice, sapete, che quando il gatto non c’è, i topi ballano: Beh, qui il gatto c’é, ma s’è rincretinito, e il risultato è lo stesso.

Lasciate ogni speranza, o voi che… votate!

“La differenza tra Democrazia e Dittatura è che in Democrazia prima si vota e poi si prendono ordini; in una Dittatura non c’è bisogno di sprecare il tempo andando a votare.” (Charles Bukowski)

Sebbene le elezioni politiche in Italia siano vicine ma non così imminenti, ancora, già circolano parecchi appelli all’andare alle urne, a fronte del potenziale astensionismo che tanti dichiarano constatando la inopinata bassezza e indegnità della classe politica attuale, da qualsiasi parte la si guardi.
Li capisco, tali appelli, e sotto certi aspetti li apprezzo pure. Ma non posso accettare una delle principali motivazioni sulle quali si basa tale appello, che più o meno recita ciò: visto che in Italia non serve la maggioranza assoluta per eleggere un governo, e visto che tutti gli scagnozzi degli attuali politicanti andranno di corsa alle urne, al fine di mantenere tutti i loro biechi privilegi oltre al solito sistema “all’italiana” – raccomandazioni, bustarelle, inciuci, magnamagna e via di questo passo – non andare a votare significa lasciare a quelli via libera più di prima, cioè mantenere tale status quo con una sorta di silenzio-assenso. Di principio ciò è vero, lo ribadisco, e soprattutto è vero se al non voto corrisponde il menefreghismo civico, cosa che purtroppo gli italiani dimostrano spesso di saper praticare bene.
Tuttavia vi chiedo di rispondere alla seguente, semplice domanda: se entrate in un negozio di scarpe nel quale ve ne trovate 100 paia, uno più brutto dell’altro, vi sentire comunque costretti a comprarne uno solo perché ci state dentro?
Io, a tale domanda, rispondo: no, e vado a cercare un negozio che abbia scarpe più belle. Ovvero: non voto e impegno civico. Ovvero ancora: rifiuto di tale sistema di potere in essere, e di chi lo persevera per propri meri interessi, e ricerca di un sistema nuovo, nel quale la consapevolezza civica comune possa finalmente essere degnamente rappresentata. Ecco.
Il non voto non deve essere gesto sterile, ma segno di rifiuto netto del sistema politico vigente: in sé, quando supportato da un buon e consapevole senso civico, nella situazione in cui versa l’Italia può essere il gesto più politico che vi sia. E se è “ufficialmente” vero che anche senza maggioranza assoluta un governo è legittimato a governare, è eticamente insostenibile che tale governo possa decidere per tutti quando sia ratificato da solo – ad esempio – un terzo dell’elettorato. E il resto non che abbia votato la parte avversa, in tal modo comunque legittimando il sistema di potere nel quale tutte le parti sono coinvolte e del quale sono “figlie”, ma ben più fortemente non lo abbia voluto legittimare. Insomma: è la rivendicazione del proprio diritto di non essere costretti a girare con scarpe orribili – per tornare all’esempio della domanda di prima – quando vi è altrove un negozio con scarpe più belle. Ripeto: mi pare la cosa più consapevolmente politica che una cittadinanza avanzata e civicamente attiva possa fare. Il cittadino deve essere libero (già, libertà… Bukowski aveva proprio ragione!) e sottolineo libero, di rifiutarsi di legittimare ciò che palesemente lo porta – e porta il paese intero – verso un buio declino politico, culturale, morale ed etico. E deve (in senso di dovere, qui) impegnarsi a cambiare una così grave situazione: perché la vera democrazia è questa, mentre quella che i miserrimi, biechi politicanti che comandano ora è proprio quella così efficacemente tratteggiata da Charles Bukowski, o altrettanto ben rappresentata da quel genio ironico di Woody Allen:

“I politici hanno una loro etica. Tutta loro. Ed è una tacca più sotto di quella di un maniaco sessuale.”

Ma su certe questioni mi viene da citare pure un altro grande personaggio – in senso intellettuale, oltre che letterario: ovvero Giosuè Carducci, dal Melzi definito “Il pagano e titanico poeta della Terza Italia”. Leggete questa sua lettera di rifiuto netto e stizzito riguardo una sua possibile candidatura come deputato in parlamento, che traggo dal bel blog di Combray:

“Lucca (campagna), 24 agosto 1882.
Caro Signore, ricevo oggi qui la pregiata sua del 22 corrente. Ringrazio; ma, risolutamente fermo a non volere essere deputato, prego sia messo da parte ogni pensiero di candidatura mia. Né con ciò faccio torto a quei benevoli cittadini i quali si compiacquero di ricordare che io nacqui, poco bene e poco male, fra loro.
È vero: io mi lascia portare (come dicono) altre volte e quando ero certo di non arrivare: arrivato per disgrazia una volta, aspettai tanto ad entrare che mi fosse chiusa la porta in faccia. È proprio che io non voglio essere deputato.
Fare il deputato a Roma e l’insegnante a Bologna, onestamente non posso. Potrei essere tramutato di cattedra a Roma. Fu fatto per altri. E fu chi ne parlò anche con me. Ma se io soltanto permettessi che la collazione degli offici pubblici servisse a’ comodi miei per fini e maneggi di parte, mi reputerei quel che i nostri vecchi avrebbero detto un simoniaco e un barattiere e io dico un ribaldo e una canaglia. E poi io non mi sento d’accordo con nessuna delle sètte nelle quali si distingue e si confonde la Camera d’oggi e si distinguerà o confonderà probabilmente la Camera di domani. E fare il singolare e l’originale non voglio, né voglio sommettere l’ombrosa selvatichezza del mio pensiero o fors’anche i miei capricci e le mie passioni ai dispotismi, ai capricci, alle passioni altrui personali. Saprei, nella suprema necessità della patria e in certi casi, metter via questi scrupoli. Per ora sto meglio fuori che dentro del Parlamento; e credo che fuori, elettore e sovrano, sovrano senza costituzione, di tutto il mio, compirò meglio i doveri di cittadino e d’italiano.
Giosuè Carducci.
”

Ecco. Qui sopra, con la arguta chiarezza di un grande letterato, ciò che ho voluto similmente e certo più dozzinalmente esporre in questo post.
Se poi riterrete di trovare per gran miracolo, in mezzo alla marmaglia politicante attuale, qualcuno effettivamente degno di meritare il vostro voto, beh, siate fieri e onorati di votare. Altrimenti, tenete bene a mente quanto sopra riportato, e cercatevi un altro negozio di scarpe!

Sul film e sulle vignette anti-Islam: quando ciò che in teoria eleva, in pratica degrada.

“Gli abitanti della Terra sono di due tipi: quelli con cervello, ma senza religione, e quelli con religione, ma senza cervello.” (Al-Ma’arri)

Ora che il grosso della tempesta pare passato, vorrei osservare come, a mio parere, nelle vicende relative alle pubblicazioni – film, giornali, vignette o che altro – su Maometto ritenute blasfeme, e alle conseguenti proteste di una certa parte del mondo islamico, non c’è in gioco e/o in discussione alcun diritto di espressione, alcuna libertà e alcun valore di fede. Il principio fondamentale a cui personalmente viene da riferirmi è molto semplice: la libertà è e deve essere assoluta finché non lede in modo evidente e indiscutibile quella altrui. Dunque, la libertà è per sua natura rispetto reciproco, altrimenti diventa prevaricazione, cioè il seme della tirannide.
In verità, trovo che le suddette vicende rivelino invece per l’ennesima volta la tremenda distorsione rappresentata dalla religione, e dall’uso che ne viene fatto da che essa è diventata strumento di potere, ovvero un qualcosa di totalmente antitetico al concetto più autentico di “fede”. Se questa è realmente viva in un individuo, costui non farà altro che compatire chi la dileggia, dacché saprà bene che nessuna cosa terrena, peraltro così discutibile, potrà nemmeno lontanamente scalfire quella sua fede e, ancor più, la/le entità divine (o quanto di assimilabile a ciò) a cui farà riferimento con la propria devozione. Ritenere anzi che ciò che è sacro/divino possa essere offeso da qualcosa di umano/terreno, mi pare a tutti gli effetti una sorta di autodegradamento di quel proprio credo!
Invece sulla fede – che è bisogno individuale di spiritualità, di relazione più o meno diretta con il divino e stop, nulla di più (ed è già tanto, sia chiaro!) – s’è appoggiato e costruito nei secoli il potere delle religioni, il dominio delle strutture gerarchiche derivate, e il conseguente confronto/scontro tra religioni diverse, sovente sfociate in terrificanti guerre – già questa evidenza storica un controsenso totale, tanto significativo quanto spaventoso.
La religione diventa così strumento di controllo, di assoggettamento e di coercizione, nonché per ciò arma di attacco sempre ben affilata e assai efficace, il cui uso comporta regolarmente la risposta da parte dell’avversario – anche qui, pure, alla faccia di quanto esse di frequente affermano: non a caso il vecchio adagio popolare predicar bene e razzolar male proprio ai rappresentanti di questo potere si riferisce! Non solo, per quanto sopra diviene pure ottimo mezzo di bieco marketing: e che sia politico, religioso o commerciale, non cambia la sua retriva e deleteria natura.
Insomma, in tutto ciò la fede – cioè la cosa fondamentale (in teoria) per qualsiasi credente, lo ribadisco – non c’è, non centra nulla, ne è totalmente avulsa e antitetica, appunto. Non c’é in chi diffonde film o vignette potenzialmente offensive, non c’é in chi pratica la violenza per protestare – senza nemmeno, io credo, aver visto quel film o quelle vignette. No, c’è solo una reciproca volontà di sopraffazione, ovvero una mera rivendicazione di potere e di dominio politico. Appunto, qualcosa che, analogamente a quanto sopra, non centra nulla con qualsivoglia libertà, di pensiero, d’espressione, di fede o che altro.
Finché questa stortura politica, filosofica, culturale e sociologica resisterà in questo nostro mondo già tanto derelitto di suo, tali vicende non conosceranno di sicuro alcuna fine.

“A tante sciagure ha potuto indurre la religione.” (Tito Lucrezio Caro)

“Le religioni sono come le lucciole: per risplendere esse hanno bisogno dell’oscurità.” (Arthur Schopenhauer)

(N.B.: tutte le citazioni sono tratte da Wikiquote)