Su questo pianeta

[Foto di Paolo Trabattoni da Pixabay.]
In verità, su questo pianeta, il clima si sta rapidamente riscaldando ma l’umanità si sta con uguale (o forse maggiore) rapidità raffreddando.
E le due cose non si bilanciano affatto, anzi.
Già.

P.S.: e poi, qualche giorno dopo aver scritto questo post, ecco cosa mi ritrovo a leggere: clic. Un caso, ovviamente.

I poveri che fanno la rivoluzione

In questo paese tutti si richiamano alla tradizione e la loro vera tradizione è di non rispettarne nessuna. Niente di più triste, in verità, di un paese abbandonato dalla Storia e che non si decide ad abbandonarla. Quando cambia di posto i suoi quattro mobili, il Povero è convinto di fare la rivoluzione.


(Ennio Flaiano, Nel Paese dei Poveri in Diario Notturno, Adelphi Edizioni, 1994-2010; 1a ediz. 1956, pagg.19-20. Fate clic sull’immagine, poi.)

Forti con i deboli, deboli con i forti

LA CORNACCHIA E LA PECORA

Un’odiosa cornacchia planò sulla schiena di una pecora.
Affondando i suoi artigli affilati sul dorso lanoso dell’ovino, la prepotente si fece portare a lungo nel cammino.
La pecora, dopo un po’ si girò verso l’uccellaccio, e disse:
“Se ti fossi posata sulla schiena di un cane lupo, avresti visto! Devi solo ringraziare gli dei che non ho i denti affilati e i riflessi del lupo”.
Ma la cornacchia rispose:
“Mia cara, distinguo bene i deboli dai forti. Scelgo chi posso sfruttare, so chi devo blandire e ne approfitto di conseguenza.
Per questo vivo mille anni.

(Gaio Giulio Fedro, Favole. Tratta da La Rivista Culturale, qui.)

P.S.: sì, Fedro è nato più di due millenni fa in Tracia, non in tempi recenti in Italia. Anche se si direbbe, già.

(Forse) l’unico vero “buon senso” del Natale

Se “Natale” dev’essere, almeno che lo sia nel senso più alto (e forse unico) possibile: fate pure regali a destra e a manca, spendete ciò che volete ma, per quanto vi è possibile, donate qualcosa a chi è meno fortunato, a chi soffre, a chi una sorte avverso sta imponendo disagi e sofferenze. Un dono materiale o immateriale, un po’ del vostro tempo e della vostra considerazione, la solidarietà tra esseri umani – alla fine, ricchi o poveri, fortunati o meno, quello siamo e quello restiamo, tutti quanti indistintamente – quella semplice tanto quanto fondamentale vicinanza che può far sentire ogni individuo, anche il più solitario, parte di una vera, solidale, rispettosa, evoluta civiltà. Peraltro, inutile dirlo, di occasioni per donare ovvero di situazioni di difficoltà ce ne sono fin troppe in questo nostro mondo: un mondo che spesso crediamo tanto bello, avanzato e ricco di tante cose ma non dell’elemento più importante di tutti, di umanità.

Sarà forse retorico e banale dire che la fortuna che oggi arride a qualcuno domani può improvvisamente svanire tramutandosi in sventura oppure, in modo ancor più vernacolare, che la fortuna è cieca ma la sfortuna ci vede benissimo. Ma, posto ciò, e se è vero come è vero che la base etica di ogni società, a prescindere dal grado di coesione tra i suoi membri, è data anche dalla reciprocità solidale e dal mutuo sostegno, il migliore e più fruttuoso modus vivendi di cui ci si può rendere protagonisti, soprattutto quando fortunati nella propria quotidianità, è quello che non dimentica mai di donare a chi così fortunato non è. In primis, perché un dono del genere rappresenta un regalo a se stessi; secondo, perché donare in questo modo migliora la società e una società migliore per quei doni assicura la mutualità. Oggi a te e domani a me, insomma; e se domani a me non serve tanto meglio, in fondo lo scopo primario e morale del donare è nel donare stesso, più che nel dono. È così, ben più che in qualsiasi altro modo, che il “Natale” può tener fede alla sua etimo: una nascita, o ri-nascita, di autentica e civile umanità.

Ecco, ci tenevo a dirlo, per quel che possa contare che io lo dica.

“Guarda, i signori e i príncipi sono l’origine di ogni usura…”

Hans Baldung Grien, “Ville assiégée pendant la guerre des Paysans”, 1525.
Hans Baldung Grien, “Ville assiégée pendant la guerre des Paysans”, 1525.

La «Guerra dei Contadini» venne combattuta in Germania tra il 1524 e il 1526: fu una rivolta dei più poveri appoggiata da soldati professionisti, tra cui comandanti dei Lanzichenecchi come Florian Geyer, Michael Gaismair e Götz von Berlichingen, basata su ragioni etiche, teoriche e teologiche scaturenti dalla riforma protestante, le cui critiche ai privilegi e alla corruzione della Chiesa Cattolica Romana sfidarono l’ordine religioso e politico costituito. Ma rifletté anche un diffuso malcontento derivante dallo scollamento tra le diverse classi della società germanica del tempo, che permetteva al sistema di potere vigente di assoggettare in maniera sempre più rigida e illiberale la popolazione meno benestante – composta non solo da contadini, peraltro. Per dirla con il leader della rivolta, il pastore Thomas Müntzer, nella sua Confutazione ben fondata: «Guarda, i signori e i príncipi sono l’origine di ogni usura, d’ogni ladrocinio e rapina; essi si appropriano di tutte le creature: dei pesci dell’acqua, degli uccelli dell’aria, degli alberi della terra (Isaia 5,8). E poi fanno divulgare tra i poveri il comandamento di Dio: “Non rubare”. Ma questo non vale per loro. Riducono in miseria tutti gli uomini, pelano e scorticano contadini e artigiani e ogni essere vivente (Michea 3,2-4); ma per costoro, alla più piccola mancanza, c’è la forca
Müntzer peraltro era in principio un discepolo di Martin Lutero, il quale appoggiò inizialmente la rivolta dei contadini per poi invece avversarla duramente: tale “tradimento” contribuì a portare Müntzer su posizioni assai distanti dal suo “maestro” e via via più radicali, arrivando ad affermare che «Lutero dice che la Parola di Dio è sufficiente, ma non si rende conto che la gente che spende ogni minuto del suo tempo per procurarsi il pane non ha tempo per imparare a leggere la Parola di Dio.»
A sua volta Michael Gaismair (militare delle truppe venete e uomo di guerra, dunque) il quale fu pure eletto capo della rivolta dei contadini nel Tirolo, lasciò scritto nel suo Ordinamento un passaggio di strabiliante attualità, che pare scritto in risposta a certi eventi contemporanei: «Tutte le mura cittadine, i castelli e le fortificazioni che si trovano nella regione devono essere abbattute e non devono esserci più in futuro delle città, bensì soltanto villaggi, affinché non esistano più differenze tra gli uomini.»
Vi dico di questo evento storico sostanzialmente ignorato dalla storiografia ufficiale – soprattutto a Sud delle Alpi – principalmente perché narrante d’una rivolta contro la chiesa cattolica e contro i potenti (cioè i “buoni”, eh!) del tempo, quelli che determinavano nel bene e (soprattutto) nel male la vita quotidiana della gente comune, per rimarcare la sua “morale” principale: la Guerra dei Contadini fu l’unica rivolta popolare che ebbe al suo fianco le forze militari contro i poteri dominanti. Non ve ne sono state altre, di simile portata, nella storia.

No, per dire, ecco. Historia semper magistra vitae, vero?

N.B.: evento storico citato da Giuseppe Culicchia (che ringrazio) in Mi sono perso in un luogo comune. Dizionario della nostra stupidità, Einaudi 2016, pag.133, e da me integrato con ulteriori dettagli. Cliccate sull’immagine in testa all’articolo per saperne di più.