I mendicanti italiani sono i migliori del mondo

Davanti ad un caffè di via Veneto due fotografi americani prendono istantanee della gente troppo benvestita che si gode il sole. Passano poi a fotografare i mendicanti che stazionano sulla porta del caffè. Disapprovazione dei presenti. Escono tre giovani, pretendono che i fotografi si allontanino, non vogliono offese all’amor patrio. La gente applaude. Si dicono frasi sul «popolo italiano», i fotografi vengono invitati a tornare al loro paese, a lasciarci alla nostra «dignitosa miseria». I mendicanti approvano, non smettono tuttavia di chiedere l’elemosina, benché con aria più dignitosa di prima, anzi un po’ nazionalista. Dopotutto – sembra vogliano dire – i mendicanti italiani sono i migliori del mondo.


(Ennio Flaiano, Diario NotturnoAdelphi Edizioni, 1994-2010; 1a ediz. 1956, pag.130. Fate clic sull’immagine, poi.)

Tanto per levarseli dai piedi

Volere è potere: la divisa di questo secolo. Troppa gente che «vuole» piena soltanto di volontà (non la «buona volontà›› kantiana, ma la volontà di ambizione); troppi incapaci che debbono affermarsi e ci riescono, senz’altre attitudini che una dura e opaca volontà. E dove la dirigono? Nei campi dell’arte, molto spesso, che sono  i più vasti e ambigui, un West dove ognuno si fa la sua legge e la impone agli sceriffi. Qui, la loro sfrenata volontà può esser scambiata per talento, per ingegno, comunque per intelligenza. Così, questi disperati senza qualità di cuore e di mente, vivono nell’ebbrezza di arrivare, di esibirsi, imparano qualcosa di facile, rifanno magari il verso di qualche loro maestro elettivo, che li disprezza. Amministrano poi con avarizia le loro povere forze, seguono le mode, tenendosi al corrente, sempre spaventati di sbagliare, pronti alle fatiche dell’adulazione, impassibili davanti ad ogni rifiuto, feroci nella vittoria, supplichevoli nella sconfitta. Finché la Fama si decide ad andare a letto con loro per stanchezza, una sola volta: tanto per levarseli dai piedi.


(Ennio Flaiano, Diario NotturnoAdelphi Edizioni, 1994-2010; 1a ediz. 1956, pagg.148-149. Fate clic sull’immagine, poi.)

Una buona giustificazione per il Natale, forse

E’ sommamente straziante nelle feste natalizie questo ridurre il tutto a dimensione di favola infantile, professata tuttavia come vera.

[Giorgio ManganelliIl presepio, Adelphi Edizioni, 1992.]

In effetti, quando si dà contro a certi contemporanei che credono a qualsiasi cosa gli venga professata come vera, sia pure la balla più colossale – ma è sufficiente che più di tre la condividano sui social o che qualche personaggio di presunta fama la sostenga in qualche talk show televisivo, spalleggiato dal giornalista ruffiano di turno, per farla diventare verità assoluta – ci sarebbe da conteggiare tra quelle pure il Natale con tutto il suo pseudo-teologico e così suggestivo favoleggiare e chiunque vi creda superficialmente. Tuttavia, rispettabilissimo che sia nella sua accezione originaria (d’altronde ognuno è libero di credere a qualsivoglia “verità” possibile o impossibile finché non pretende di imporla ad altri, e ciò soprattutto quand’essa sia a dir poco improbabile – lo scrivo con riferimento generale, non particolare riguardo il caso in questione, ma certamente pensando a quei certi contemporanei sopra citati), bisogna osservare che il Natale si palesa come un’occasione notevole di analisi psicosociale della società che lo festeggia e si adegua ai suoi riti, in modo pressoché inconsapevole (e probabilmente inevitabile, visto l’infantilismo di parole e d’atti che manifesta tanta parte di essa.)

Giorgio Manganelli quest’analisi l’ha compiuta probabilmente meglio di chiunque altro, seppur egli stesso tenne il suo mirabile testo sul Natale pressoché segreto, sapendo bene, forse, come il tema sia delicato per un’opinione pubblica fin troppo suscettibile dacché culturalmente impreparata al riguardo ovvero soggiogata a certi immaginari; di contro, nel suo libro dal quale traggo la citazione sopra pubblicata si può trovare quella che a me pare la più logica giustificazione della festa del Natale, del tutto priva dell’immaginario religioso (com’è ovvio e logico, d’altro canto) e che semmai affonda le proprie radici sociologiche nell’inguaribile necessità di sentirsi parte del mondo che ognuno di noi formula nell’intimo, soprattutto in un periodo di così apparente felicità diffusa risolta in rito festivo collettivo sostanzialmente imposto e forzatamente condiviso (nel bene e nel male) che, come tutte le felicità così palesemente e collettivamente manifestate, nascondono un’angoscia profonda, anch’essa radicata nell’intimo delle persone. Per questo, come si può leggere nel risvolto del libro, il Natale «secerne da sé uno spettacolo, ha personaggi, un paesaggio, luminarie, talora musiche» e dunque «è lecito affermare, è, diciamo, buona critica affermare che il Natale non è tanto la festa del bambino, o che altro sia, ma una rappresentazione nella quale tutti i personaggi hanno uguale necessità, dal maggiordomo all’imperatore». Necessità di esserci, ovvero bisogno di non essere escluso. Il che sarebbe poi anche una cosa bella del Natale, in fondo. Se fosse compresa dai più, certo.

I boìs di Milano

[Corso Vittorio Emanuele II intorno al 1900. Foto di Photochrom Print Collection, pubblico dominio, fonte: commons.wikimedia.org.]

Via Fiori Chiari, via San Carpoforo, via Madonnina, bellissimi nomi resi equivoci dal ricordo di un non lontano passato postribolare. Il numero uno di via Madonnina oggi è chiuso, le finestre sono sbarrate con assi come avviene negli edifici vuoti in attesa di demolizione. È una decrepita fetta di casa tra via Madonnina e via Mercato, come ce ne sono tante nella Parigi di Utrillo. Qui, ai tempi di Paolo Valera, funzionava il più celebre dei trecento boìs di Milano, ristoranti di infimo ordine che il popolo chiamava sesmilaquindes, cioè 6015: un numero da prigioniero della Bassa, l’ergastolo di Mantova, e che somiglia alla scrittura della parola boìs.
Cosa si poteva mangiare in un 6015? La roma (o rosticianna, carnaccia con cipolle fritta nello strutto), la venezia (trippa), la spagnola (patate arrosto), i màccheri al sughillo (maccheroni al sugo), i vermi (vermicelli), i nervosi (nervetti all’aceto), la galba (minestra), la polenta vedova (polenta accomodata), el scagliùs (pesce), i trifol (patate) rostì e in insalada. Per finire: un bicchierino di rabbiosa (acquavite).

(Aldo BuzziL’uovo alla kokAdelphi Edizioni, 1979-2002, pag.70.)

Si dice che Milano sia la città più europea d’Italia, anzi, forse l’unica città italiana di livello europeo e internazionale ed è sicuramente vetro tanto quanto bello. Ma, per diventare ciò e risultare così meritatamente celebrata da tutti, quanto ha perso di sé e della propria identità tradizionale, del proprio piccolo/grande mondo vernacolare, della propria anima popolare e popolana, meneghina e lombarda, padana e prealpina, e di tutta la memoria storica che ne derivava (e ne deriverebbe ancora)?

Non è una domanda retorica e tendenziosa o passatista, da «si stava meglio quando si stava peggio», perché la Milano di oggi è, ribadisco, per molti aspetti sublime nella sua cosmopolita contemporaneità. È d’altro canto un’osservazione, una constatazione interrogativa che viene da porsi, inevitabilmente, quando quella intensa memoria – come grazie a Aldo Buzzi, in tal caso – torna alla luce. Per niente retorica, semmai sostanziale e inevitabile, appunto.

Il voto del progresso

Anche il progresso, diventato vecchio e saggio, votò contro.

(Ennio FlaianoLa saggezza di Pickwick in Diario NotturnoAdelphi Edizioni, 1994-2010 – 1a ediz. 1956, pag.101.)

Già. A volte l’impressione è proprio questa. Cioè che il problema non sia tanto che non ci sia progresso, semmai che non ci sia chi progredisca. Ovvero, che quelli che sostengono di propugnare il “progresso”, ergendosi spesso a “salvatori della patria”, in verità ci remino contro. C’è di che diffidare di costoro, assai numerosi in circolazione e, appunto, “votare contro”, questo loro falso progresso – un regresso bello e buono, in realtà.