La letteratura semplificata degli scrittori ristretti

Dal suo punto di vista, come scrivono oggi gli scrittori in Italia?
«Secondo me ci sono persone, anche molto capaci, che hanno un poco limitato il loro orizzonte. Si tende a proporre una storia con un contenuto finale positivo, in cui c’è un protagonista nel quale ci s’identifica abbastanza facilmente, che affronta i problemi che assomigliano a quelli della vita quotidiana di tutti, eccetera eccetera. È, per molti aspetti, una banalizzazione di ciò che si può fare con il romanzo. A me queste scritture interessano poco».
[…]
È più che altro una questione commerciale a spingere gli scrittori verso questa “banalizzazione”?
«Non la definirei così. In primis gli editori hanno ristretto il loro orizzonte, ora che sono oggettivamente in pericolo: buona parte di loro in Italia oggi fattura molto meno di quanto si raccoglieva dieci anni fa. A fronte di questo è stata fatta la scelta di scommettere sulla semplificazione di ciò che propongono. Gli autori risentono di questo tipo di scelta. Mi dispiace perché in altre arti funziona diversamente: prendiamo il cinema, per esempio. Anche i prodotti più pop come le serie tv e i film con i supereroi – che sbancano il botteghino – hanno delle complessità narrative che sono molto superiori a quelle di un romanzo ritenuto difficile».

(Brani di un’intervista a Giulio Mozzi, una delle menti più brillanti (da autore e da analista) del panorama letteraria italiano contemporaneo, pubblicata su Tio.ch. Cliccate qui per leggerla nella sua interezza – merita assolutamente – oppure sull’immagine in testa al post per visitare il sito web di Vibrisse, il “bollettino di letture e scritture” curato da Mozzi.)

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La brutta fine del bibliomane

Nell’immagine: La morte di un bibliomane, incisione su rame di Johann Rudolf Schellenberg, 1785.

Ora: io posso ben dirmi un bibliomane, se con tale termine si può intendere anche un accumulatore seriale di libri da leggere, oltre che letti, ma sinceramente spero di non fare la sfortunata fine illustrata nell’opera del noto incisore svizzero, e neppure credo che sia una sorte (infausta) che qualche pur grande appassionato di libri si possa augurare dacché “migliore” di altre in forza della sua passione libraria!

Anche se, lo ammetto, gli scaffali della libreria di casa, in effetti parecchio carichi di libri, li ho fatti saldamente ancorare alle pareti. Sai mai che quel Schellenberg fosse anche un “chiaroveggente” – che è poi il termine aulico per indicare, in molti casi, il porta sfiga. Ecco.

Giorgio Orelli, “Pomeriggio Bellinzonese e altre prose”

Dico una banalità, ma passatemela: ogni autore letterario, scrittore, poeta o altro che sia, ha un “luogo del cuore” il quale, nel suo caso, è tale anche rappresentando un paesaggio d’ispirazione, di riferimento, una scenografia potenziale che prima o poi finirà in qualche opera, riconoscibile oppure no. Certo, è una cosa ovvia – l’ho rimarcato fin da subito, infatti – ma, sapendo andare oltre tale ovvietà, si entra in un ambito assolutamente affascinante e intrigante, quello della (per così dire) trasfigurazione letteraria del luogo suddetto, che nelle parole e nelle narrazioni dell’autore può veramente diventare un posto “surreale”, nel senso che «supera, che oltrepassa la dimensione della realtà sensibile» – per citare proprio la definizione del termine.
È quanto accade a Bellinzona, la piccola città capitale del Cantone Ticino, in Svizzera, nei testi e nelle parole di Giorgio Orelli in Pomeriggio Bellinzonese e altre prose (Edizioni Casagrande, 2017, a cura di Pietro De Marchi e Matteo Terzaghi), libricino nel quale l’editore ticinese, che ha sede proprio a Bellinzona, raccoglie cinque testi di Orelli (per la cronaca cugino dell’altro Orelli scrittore ticinese, Giovanni) dedicati in vario modo alla città e alla sua gente. Di Orelli è assai nota e apprezzata la produzione poetica, definita post-ermetica e assai vicina alla tradizione novecentesca lombarda, ma l’autore elvetico fu pure etichettato come “toscano del Ticino”, a rimarcare la notevole raffinatezza e la musicalità dei suoi testi []

(Leggete la recensione completa di Pomeriggio bellinzonese e altre prose cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Appuntamenti mancati (dal dentista)

Ma dovevo andare dal dentista io! È la seconda volta che me ne dimentico. Cribbio, mi secca. Quando ho deposto l’orologio in una scarpa accanto agli abiti ce l’avevo ancora in testa. Mi secca, cribbio. Tanto più che il dentista s’arrabbia, e non ha tutti i torti, anche se con me bisogna dire che per solito è d’una cortesia straordinaria e mi parla persino di Schiller e di politica. Domani è giovedì, non c’è, lavora in un’altra borgata, dentro a bocche più rustiche e neglette, di montanari. Quando non lo sapevo mi è naturalmente capitato di farmi vivo un pomeriggio di giovedì, ho suonato il campanello, non iroso, dléndlen, trocheo, e mi ha aperto la donna delle pulizie, bergamasca della Val Cavallina, abbiamo conversato nel suo dialetto.

(Giorgio Orelli, Pomeriggio Bellinzonese e altre prose, Edizioni Casagrande, 2017, pag.35.)

Conoscersi (in fotografia)

Venne, preceduto da articoli celebrativi in entrambi i giornali della città, uno dei più fini dicitori italiani, forse il più grande del secolo, e io stesso fui incaricato di andarlo a ricevere alla stazione. Prima di mettersi a letto con la febbre, il presidente me lo aveva descritto in modo che non potevo confonderlo con altri viaggiatori: magro, lungo, soprabito al braccio, valigia…, non potevo sbagliarmi in una piccola città come Bellinzona.
«Potremmo dire di conoscerci, quasi», disse stringendomi con bella energia la mano.
«Ah, non ricordo.»
«Ci siamo visti in fotografia, tanto tempo fa.»

(Giorgio Orelli, Pomeriggio Bellinzonese e altre prose, Edizioni Casagrande, 2017, pag.55.)