Le case fanno fatica a darsi la mano

Alla fontana in mezzo al villaggio mi sono accorto che dopo la rapida pulizia di questi anni le case fanno fatica a darsi la mano e sono meno allegre. Cede all’asfalto l’erba; amica dei nostri piedi nudi, dei nostri giuochi non solo infantili. Non si vede anima viva e anche a me sembra d’essere vivo per miracolo, uno che c’è e non c’è. Si muove una tendina nella vecchia casa dove zio Gaetano aveva il suo laboratorio di scultore in legno. Ombra, sgomento d’un attimo, presto l’occhio mi avverte che un vetro è rotto, così che il vento scosta la tendina come una mano invisibile. Nessuno è veramente assente in questo silenzio, e mio zio è là, nella stanza troppo stretta che si scrolla da tutti gli oggetti appesi polvere e polvere, ora che il tornio primitivo canta e traballa sotto le mani magre, abilissime.

(Giorgio OrelliLa morte del gatto in Rosagarda, Edizioni Casagrande, 2021, pagg.70-71. La foto in testa al post ritrae Savogno, borgo semiabbandonato nella Val Bregaglia italiana, in provincia di Sondrio. Crediti: clickfor_lombardia; fonte: in-lombardia.it.)

Giorgio Orelli, “Rosagarda”

Nel novero dei grandi scrittori svizzeri di letteratura di montagna – e quello elvetico, lo ribadisco, è l’unico ambito letterario che possa veramente e compiutamente definirsi in questo modo, “di montagna”: altrove vi sono bravi scrittori di montagna, in certi casi notevoli tanto quanto isolati – Giorgio Orelli ci entra non solo con pieno merito ma pure con particolare distinzione (e in compagnia del cugino Giovanni, l’autore del sublime L’anno della valanga). Si distingue in primis perché Giorgio Orelli è narratore di cronache montane dal versante Sud del Gottardo mentre quasi tutti gli altri grandi scrittori di montagna elvetici stanno al di là del crinale principale delle Alpi (Leo TourOscar PeerCla BiertArno Camenisch…); come i primi è molto legato, anche letterariamente, alle sue terre natie, nel suo caso la Valle Leventina da Bellinzona fino alle creste del Gottardo, ma sono terre, queste, che come detto guardano a meridione, all’Italia, al Sole del Mediterraneo la cui aria, che già pare manifestarsi sulle rive ricche di palme e oleandri dei laghi prealpini tra Lombardia e Ticino, risale poi quelle vallate montane fino alle loro testate, portandovi uno spirito che sull’altro versante delle Alpi non è riscontrabile. Non che ciò determini alcuna sorta di graduatoria tra i vari stili letterari, anzi, ne accresce il rispettivo fascino: così, se leggendo il sursilvano Camenisch si percepiscono certe particolari sensazioni e leggendo l’engadinese Peer certe altre, molto simili ma non del tutto (trovate mie “recensioni” di loro opere nella relativa pagina del blog), nella lettura delle opere di Giorgio Orelli, pur profondissimamente alpine e specificatamente leventinesi – geograficamente, culturalmente, spiritualmente – è come se già si sentisse un che di mediterraneo, se così posso dire… di più sensuale, più emozionale, più poetico […]

[Immagine tratta da questo articolo.]
(Potete leggere la recensione completa di Rosagarda cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Fieno, ragnatele, temporali e lamponi

Non so di chi sia la grande stalla di pietra su cui si può ancora leggere la data della rivolta leventinese contro Uri: 1755. Di fieno non odora più da tanto tempo. Il soffitto a travi ingrigite e ragnatelose è cosi basso e irregolare che devo far attenzione a non batterci la testa come nel fortino di Santa Pietà durante la guerra, dove più d’uno metteva il casco. Più d’una volta, sorpreso dal temporale in cima al Motto, sono corso a rifugiarmi lì, sotto la veste azzurra d’una madonna che pareva nera, forse d’Einsiedeln, col bambino appeso al petto come il distintivo del Primo Agosto. C’era tutt’intorno alla stalla un arruffio profumatissimo di lamponi, quando si schiariva mi fermavo a mangiarne senza fretta con incredibile piacere.

(Giorgio Orelli, Primavera a Rosagarda in Rosagarda, Edizioni Casagrande, 2021, pag.9.)

L’incipit della raccolta di racconti di Orelli è di quelle che forse solo gli scrittori svizzeri di montagna sanno creare: semplicemente sublime per come in poche righe (13 e mezza, nel testo originale edito da Casagrande) riesca a condensare l’intero paesaggio, nel senso materiale e immateriale del termine, di un territorio di montagna. C’è la storia locale – svizzera, ovviamente -, c’è la geografia con alcuni riferimenti referenziali importanti, c’è la Natura (l’«arruffio profumatissimo di lamponi» è un’immagine meravigliosa, da grande e intrigante poeta quale fu Orelli), c’è la civiltà umana che abita il luogo con le sue usanze, le tradizioni, i mestieri, le credenze popolari (per la cronaca, Einsiedeln è sede dell’abbazia più importante della Svizzera) ma pure un accenno al credo patriottico (il Primo Agosto è la festa nazionale elvetica, data di nascita della Confederazione), c’è il tempo che passa inesorabile sulle travi ingrigite e ragnatelose. Una manciata di righe, ma intense e immaginifiche, per tratteggiare un affresco letterario che con poche parole  offre tantissime vivide narrazioni. Un “minimo” – ma solo in quantità – capolavoro letterario che, ribadisco, pochi autori (anche tra i più grandi, ma con stili differenti) hanno il dono di intessere così fascinosamente.

Cliccate sull’immagine per leggere la mia personale “recensione” a Rosagarda, mentre qui ne trovate un’altra su Giorgio Orelli.

Perché gli animali “spariscono” dai libri per gli adulti?

[Masha e l’Orso, illustrazione di Evgenii Rachev per la versione della tradizionale favola russa di Mikhail Bulatov, pubblicata intorno al 1960.]
Sulla sua pagina Twitter, Il Lettore Forte propone una domanda parecchio interessante (la ribadisco di seguito per chi non abbia Twitter e dunque non veda il link qui sotto): «Perché nei libri per l’infanzia c’è pieno di personaggi che sono animali e poi, quando si cresce, si passa agli esseri umani?»

Al di là delle risposte “ovvie”, legate alla visione fantastica infantile del mondo, espressa favolisticamente, e a quella razionale dell’età adulta, che accetta più difficilmente un coniglio che parla, ad esempio (ma vogliano parlare di quante cose assai più irrazionali gli adulti accettano e credono?), è sicuramente vero che gli animali, quando compaiono nelle narrazioni per adulti, o sono creature del tutto assoggettate all’umano-padrone alla Lassie oppure esseri bestiali nel senso più violento del termine, spaventosi, pericolosi, nemici dell’uomo e della sua “civiltà evoluta” – King Kong, per dirne una. Altrimenti si manifestano in personaggi dei fumetti, ma ovviamente l’ambito rappresentativo e narrativo è differente e comunque il punto di vista alla base, salvo rari casi, è quasi sempre prettamente antropocentrico: comprensibile, da parte nostra, ma obiettivamente squilibrato. È assai meno frequente, insomma, una narrazione nella quale non dico che gli animali parlino e si comportino come umani (sarebbe comunque il frutto, questo, di una mera e iniqua visione antropocentrica) ma che all’interno di una narrazione di qualsivoglia genere si pongano su un piano ecologico e biologico paritetico con gli umani, non fosse altro per essere tutti quanti abitanti di un unico mondo e spesso parte della stessa biosfera – che è un ambito anche culturale, non solo biologico, comprendente per ciò anche la relazione “filosofica” tra umani e animali e la sua rappresentazione.

Nelle storie per adulti, insomma, viene perduto quasi del tutto il riconoscimento dell’intelligenza indipendente e della dote senziente degli animali, oltre a molti dei loro diritti “naturali”, mentre i libri per l’infanzia e i bambini, dovendosi riferire a fruitori estremamente curiosi, fantasiosi e soprattutto ancora privi delle sovrastrutture mentali e ideologiche degli adulti, ineluttabilmente (e spesso  zoticamente) antropocentriche, possono tranquillamente raccontare di umani, pur in giovane età, e animali d’ogni sorta che vivono insieme le più mirabolanti avventure senza che a quei fruitori la cosa risulti bizzarra e insensata, anzi, al contrario.

Però a questo punto mi sorge un dubbio, sviluppo consequenziale della domanda iniziale: poste le suddette argomentazioni “ovvie” e tutto il resto di “razionale” sul tema, non è che effettivamente la rappresentazione e la narrazione degli animali che agli adulti viene offerta (da altri adulti) sui media culturali sia, pur colposamente, almeno un poco alla base della scarsa sensibilità e consapevolezza che il mondo degli adulti sovente dimostra verso la Natura e nei confronti dei suoi rappresentanti primari, cioè proprio gli animali? E se ogni tanto le storie per adulti le facessimo concepire e elaborare ai bambini? Be’, per molti versi credo proprio non sarebbe una brutta idea. Niente affatto.

Antiemetici a portata di mano

Avevo pure intenzione di commentare, da par mio, alcune dichiarazioni di esponenti della “Conferenza Episcopale Italiana” (si fanno chiamare proprio così, sì) proferite riguardo la questione della cosiddetta “Legge Zan” ma, nella sostanza, di interesse più ampio e generale e per questo ben più significative che se contestualizzate a quella sola questione (infatti ne avrei parlato a prescindere da quella dibattuta proposta di legge), tuttavia, be’… alla fine il disgusto ha avuto la meglio, ecco. Quindi niente, meglio soprassedere, ci tengo alla mia salute.

A volte ho l’impressione, nemmeno così vaga, che in forza delle loro parole e azioni pubbliche quei tizi abbiano stretto degli accordi sottobanco con le case farmaceutiche produttrici di medicinali antiemetici ben più che con chi produca santini, rosari e paccottiglia similare, già.