Terza ondata

Visto che, nel periodo pandemico che stiamo vivendo, pare che ormai siamo pienamente entrando nella terza ondata, e giusto per sdrammatizzare (per quanto possibile) il momento, devo dire che a me, a sentire quella formula, “terza ondata”, viene soprattutto in mente il volume qui a fianco: un ottimo saggio che analizza il movimento letterario sviluppatosi nei primi anni ’90 del secolo scorso e denominato appunto “Terza Ondata” in quanto terza importante e significativa corrente italiana di letteratura sperimentale e avanguardistica dopo le prime avanguardie storiche di inizio Novecento e dopo la neoavanguardia del dopoguerra, quella che ebbe il proprio simbolo nel celebre Gruppo 63 (cliccate sull’immagine della copertina per saperne di più).

Peraltro, vi cito tale denominazione omonimica perché secondo molti, e io a costoro mi associo, quell’ondata letteraria degli anni Novanta è stata la terza e ultima, per come successivamente la produzione letteraria italiana, pur con alcune eccellenze ma anche con sempre maggiori degradazioni, non ha più organicamente raggiunto quei vertici qualitativi innovativi. Ecco, parimenti seppur con altra (se non opposta, nel principio) accezione, bisogna augurarsi che anche la nuova ondata pandemica ora in corso risulti la terza e ultima: perché se nel primo caso che sia stata l’ultima ondata è il segno di una realtà piuttosto desolante (quella del panorama letterario e editoriale italiano, già), riguardo quest’altra “terza ondata”, se effettivamente sarà l’ultima, ne scaturirà una realtà assolutamente entusiasmante. Almeno noi saremo guariti, insomma; la letteratura italiana invece no, temo – e chissà quando guarirà dal virus editoriale che l’attanaglia da lustri, ormai!

E la “Biblioteca Nazionale dell’Inedito”?

Che poi sarebbe un “peccato” se dovesse cadere il Governo, laggiù in Italia. Sì, perché, se ciò accadesse, forse non si potrebbe più portare avanti il meravigliosissimo progetto del suo attuale Ministro per i beni e le attività culturali lì sopra esplicato dallo stesso alla sua intuizione, nel 2015 (cliccateci sopra per una più approfondita analisi).

Un’idea proprio geniale, sì, veramente degna dei migliori sketch dei Monty Python – avete presente il sublime The Ministry of Silly Walks? Be’, qui abbiamo The Ministry of Silly Ideas, già (e non solo quel ministero, peraltro). Un’idea il cui principio di fondo più o meno equivale all’andare su una montagna con ai piedi sci e scarponi dove non ci sono funivie e piste, o a raccogliere in un museo le testimonianze dei prodigi compiuti grazie ai talismani venduti da Vanna Marchi e dal Mago do Nascimento, oppure…. Ecco, oppure a far votare e approvare leggi a parlamentari mai eletti in Parlamento – il che, viste le così amene trovate che sovente quelli effettivamente eletti pensano e attuano, forse non sarebbe una cosa così dannosa e fuori luogo come si potrebbe ritenere.

D’altro canto, in base al principio (uguale e) opposto, ho fiducia che qualsiasi futuro governo italiano saprà stupire il mondo con ulteriori e ancor più strabiliantissime trovate – ne avrà certamente le “capacità”, senza dubbio. Che so, un archivio nazionale dei manoscritti non ancora scritti, ad esempio, o una cineteca delle parti tagliate dei lungometraggi girati da registi che non sanno ancora utilizzare una machina da presa, ecco. In fondo la creatività italiana non ha limiti, no?

Macchine da scrivere, e “macchine già scritte”

12341629_10153847336602922_780260725127898494_nHo pubblicato qualche giorno fa* sul mio profilo di facebook questa immagine (presa da qui) di celeberrime macchine da scrittori, e ne è scaturita un’interessante chiacchierata con molti amici, alcuni dei quali “diversamente giovani” a sufficienza da averci scritto parecchio, su macchine del genere.
Al di là dell’evidente fascino di esse, dato non solo dalle loro celeberrime proprietà, mi è venuto da riflettere su come al tempo in cui (a parte la scrittura a mano) con le macchine da scrivere si redigeva qualsiasi testo, giornalistico, letterario o altro – che, detto così, sembra roba di secoli fa ma è in fondo solo passato qualche decennio – e a differenza della nostra epoca e di noi autori contemporanei ipertecnologici e dotati di qualsivoglia potente strumento digitale di scrittura, di memoria, di correzione, di impaginazione e così via, praticamente ogni parola dovesse essere sudata, per così dire, ovvero pensata, guadagnata, fissata sulla carta in modo assai meno delebile di oggi e dunque, in qualche modo, dotata in spirito di maggior valore espressivo. Se si sbagliava, a qui tempi, e soprattutto se interi brani non risultavano consoni a ciò che si voleva scrivere, be’, c’era praticamente da rifare tutto da capo, mica come oggi che bastano pochi attimi per cancellare, copiare, incollare, correggere e memorizzare.
Sia chiaro: non sono, queste mie, considerazioni nostalgiche ovvero anti-tecnologiche, ci mancherebbe: credo che nessuno sano di mente tornerebbe a quei tempi, se non per pochi secondi di inebriante “finzione” – giusto per sentirsi al pari, almeno nel gesto, di mostri sacri come Kerouac o Hemingway. Tuttavia, appunto, il ritmo e il gesto simile a quello contemporaneo ma invero totalmente differente, nella sostanza pratica, mi viene da supporre che fosse forse più consono ad un esercizio di scrittura letteraria autentica e di qualità rispetto a quello ultraveloce e parecchio assistito che oggi abbiamo a disposizione. Ogni parola, ogni frase, ogni brano più o meno breve te lo dovevi guadagnare, come dicevo, e dunque meditare, progettare al meglio, strutturare in modo il più possibile definito e definitivo. C’era forse una maggiore necessità di ponderazione del gesto di scrittura, oltre che un rapporto diverso, più diretto, più fisico, con quanto scritto sul foglio di carta.
Non voglio dire che la da più parti riscontrata e diffusa carenza di qualità letteraria e artistica (dacché la scrittura è un’arte, bisogna ricordarcelo ogni tanto) di noi autori contemporanei possa dipendere anche da quanto sto qui affermando, però di sicuro quella carenza, che spesso risalta subitamente dalla palese superficialità di ciò che si legge oggi dacché pubblicato pure da rinomati editori (e il pensiero va inevitabilmente al panorama nazionale, ça va sans dire), io temo (e credo) sia anche dovuta ad una eccessiva facilità pratica di scrittura, al fatto che chiunque, con un qualsiasi pc e il correttore ortografico attivo, possa convincersi di poter scrivere “letteratura” per poi magari pubblicarla, con pochi altri clic, in formato digitale oppure in self publishing – oppure pagando un editore, ovvio. Parafrasando una nota battuta di Nino Frassica, se un tempo c’erano le macchine da scrivere, oggi si producono testi con così tanta meccanica facilità che è come ci fossero le macchine già scritte!
Oh, certo, magari qualcosa del genere, contestualizzato alla relativa epoca, poteva ben succedere anche al tempo delle macchine da scrivere, ma capite bene che, nel caso, non era nulla di paragonabile a quanto è possibile oggi. E mi piacerebbe veramente poter constatare, mettendo in moto una inopinata ucronia e immaginando l’assenza di tutta la tecnologia a disposizione degli autori odierni ovvero sostituendola con macchine da scrivere meccaniche, risme di carta, cartellette in cui immagazzinare i fascicoli e quant’altro di “obsoleto”, se la produzione letteraria conseguente rimanesse tale a quella contemporanea oppure no, in primis nella quantità ma soprattutto nella qualità.
Magari sì. Sostenere il contrario da parte mia sarebbe una forzata speculazione, non posso negarlo. D’altro canto, di contro lo sarebbe pure sostenete che la qualità letteraria media odierna non sia drammaticamente più bassa di quella d’un tempo – di quel tempo in cui creare testi battendo i tasti di una macchina da scrivere era veramente roba da scrittori veri. I quali ci sono anche oggi, senza alcun dubbio: ma se non in tema di qualità letteraria (forse), in fascino dell’esercizio della scrittura partono – e partiamo tutti, noi autori contemporanei – con una marcia in meno.

*: ecco, in verità questo è un articolo scritto quasi cinque anni fa. Però mi è ricapitato sotto gli occhi di recente e leggendolo mi sono detto: be’, dai! Per questo ve lo ripropongo oggi, dacché mi pare ancora del tutto valido, anche più di un lustro fa.

Il Festival dello Strega

Se posso dire, con tutto il rispetto ma con altrettanta sincerità, il Premio Strega a me pare il Festival di Sanremo dell’editoria italiana.

Ecco, l’ho detto.

No, anzi, dico di più e aggiungo (che tanto a me allo Strega non mi chiameranno mai e peraltro mai ci vorrei andare): dicono – i media – dei sei finalisti di quest’anno, non cinque come gli anni scorsi perché il sesto deve essere il libro di un piccolo editore. Bene, il “piccolo editore” è Fandango, di proprietà dell’omonima casa di produzione e distribuzione cinematografica, tra le più importanti in Italia (!), e diretta da Edoardo Nesi, vincitore dello Strega nel 2011 (!) e parlamentare (!).

“Indipendente”, dicono.
Sì, certo: come un milionario lo è dal sistema bancario.

Aahahahahahahahah!!!
Un’ennesima “bella” storia all’italiana, vero? Evviva!

Ribadisco: con tutto il rispetto del caso, ma con altrettanta coerenza e obiettività. Già.