La geografia è pericolosa

La geografia è pericolosa, perché non mente. La geografia rende liberi, invita all’esplorazione, alla scoperta, alla realizzazione di un legame più forte con tutto ciò che sta intorno a noi. Per questa ragione una relazione primaria e fondamentale è stata trasformata, per una larga maggioranza dell’umanità inurbata, in un coacervo di paure e istinti aggressivi, inevitabilmente destinati a scaricarsi sul territorio in forma di prevaricazione, noncuranza, distacco: una relazione che tanto somiglia a quel criceto che invece di procedere resta immobile correndo nel cerchio, e che a sua volta si riflette nell’impoverimento dell’alfabeto emozionale dell’immaginario individuale e collettivo.

(Davide SapienzaIl Geopoeta. Avventure nelle terre della percezioneBolis Edizioni, 2019, pag.13.)

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I geni, e gli stupidi

Continuo a essere convinto che, salvo rari casi (ovvio pensare a Leonardo da Vinci, viste le celebrazioni in corso) non siano esistiti e non esistano geni a questo mondo – e intendo, col termine, gente che fa cose di valore e utilità fuori dall’ordinario a favore del nostro mondo, semmai sono sempre esistiti e continuano a esistere fin troppi stupidi. Che abbassano la media, deprimono il livello di discrimine (condizione che nulla c’entra con il tasso di istruzione, ça va sans dire) e, di conseguenza, rendono “geniali”, ovvero considerati tali, individui di ragguardevole ma non insuperabile ingegno. Posti i veri, grandi, indubitabili geni, ribadisco, che sono comunque (e a prescindere da qualsiasi relativizzazione) eccezioni.

Sia chiaro, la mia non è una riflessione con la quale voglio sminuire il valore di tali ingegnosi individui, anzi, per fortuna – per il mondo e l’umanità, appunto – che ve ne sono. Al contrario, è una riflessione con la quale vorrei evidenziare quanta stupidità ci sia, al mondo. E niente affatto fortuita e involontaria, sovente conscia, indotta, ben “coltivata” e pervicacemente praticata. Insomma, nel suddetto processo diffuso di degradamento e confusione intellettuale, la persona capace di mostrarsi ingegnosa spesso vede inesorabilmente depotenziata la propria possibile genialità – e i benefici da essa derivanti, di conseguenza – rischiando pure la disconoscibilità. Forse di “geni” – di persone capaci di fare cose importanti e preziose – ce ne potrebbero essere anche di più, in pratica, se il suddetto livello fosse in generale più alto e molta meno gente non ambisse a manifestarsi e mostrarsi tanto stupida, ergo dannosa per il mondo in cui vive – in cui tutti noi, vicini o lontani, ingegnosi o meno, viviamo.

Scrivere è come arare la Terra

Scrivere non è che una tappa sul cammino della consapevolezza di appartenere alla Terra. L’atto di scrivere non può essere una semplice reazione, un gesto impulsivo e autoreferenziale per soddisfare mere necessita dell’ego o economiche; e soprattutto non può prescindere dall’interazione profonda con il rilevamento topografico prodotto dalla psiche impegnata a registrare il fare dal nulla. La scrittura è un atto fisico. Scrivere è come arare: abbiamo i semi da sotterrare, da affidare alla Terra, da coprire e poi curare, facendo un patto con la vita che ci ha originato e che ci concede di essere conosciuta e sperimentata nel tempo che ci è dato. Ma prima, questi semi, dobbiamo intercettarli nella brezza che li culla. Senza l’ascolto, senza il silenzio che cammina con noi, sarà difficile coglierne il lieve frullare in quel venticello.

(Davide SapienzaIl Geopoeta. Avventure nelle terre della percezioneBolis Edizioni, 2019, pag.25.)

I continui “incidenti stradali” di Lampedusa

Quello che sta accadendo a Lampedusa, e che accade ormai da venticinque anni, è come un incidente stradale che continua a ripetersi. Ci sono i superstiti, i morti e i feriti e io che abito nel condominio che dà sulla strada dell’incidente mi trovo i giornalisti che mi bussano alla porta e mi fanno le domande. Ma sono le persone che hanno subito l’incidente che andrebbero intervistate, sono loro i soggetti da ascoltare, io abito in questa casa solo per caso, loro hanno compiuto vere e proprie avventure per giungere fino a qui. Noi possiamo offrire i primi soccorsi, dei biscotti, dell’acqua, del thè caldo e farci in quattro per capire come aiutarli a proseguire il viaggio. E invece loro, i veri soggetti di questa storia, quelli che andrebbero ascoltati per comprendere i tanti perché di questo esodo di massa, ecco, vengono rinchiusi nei Centri e zittiti nei loro diritti e nelle loro ragioni.

(Davide Enia, Appunti per un naufragio, Sellerio Editore, 2017 pag.145.)

La geografia è uno specchio della psiche

La geografia è uno specchio della psiche, nella quale si riflette: e quasi ovvio dirlo, ma la via di comunicazione tra questi due luoghi e costituita dalla percezione che a sua volta viene educata attraverso il cambiamento indotto dei paesaggi interiori, plasmati da ciò che vediamo e sperimentiamo fuori dal nostro corpo. Il processo di definizione del territorio che abbevera lo spirito e la mente, avviene infatti attraverso il corpo – il canale di comunicazione più importante con la realtà circostante. Il corpo deve potersi muovere, deve viaggiare, deve percepire, deve raccogliere dati visibili e invisibili che ritrasmette alla mente e alla psiche sotto forma di emozioni e di pensieri.

(Davide Sapienza, Il Geopoeta. Avventure nelle terre della percezione, Bolis Edizioni, 2019, pag.77.)