Chiude la Libreria del Viaggiatore di Roma

Come ebbi a scrivere già in altre simili occasioni, quando chiude una libreria si perde un pezzo di civiltà. Che è fatta in primis di cultura e di socialità, la civiltà, e dunque la perdita e il danno sono tripli.
Purtroppo, riferisce nei giorni scorsi “La Repubblica” (qui l’articolo relativo, il video invece è di Luca Salici), «Chiude la storia “Libreria del Viaggiatore“, fondata nel 1990 da Bruno Boschin a via del Pellegrino e rilevata da Luigi Politano ed Eleonora Pellegrini, già proprietari della casa editrice Round Robin. Il locale di culto per i lettori-viaggiatori romani e non, il 31 dicembre sarà costretta a lasciare la sua sede senza sapere, almeno per ora, cosa ne sarà del patrimonio custodito fra le sue mura, composto da ben dodicimila volumi di viaggio che devono trovare un nuovo alloggio o condannarsi a un deprecabile e deleterio* oblio.»
Un oblio del quale un paese già culturalmente allo sbando come l’Italia non ha per nulla bisogno e che ne danneggia ancor più la (residua) vitalità umanistica – al solito, nell’indifferenza di più, politici in primis.

(*: “deprecabile e deleterio” ce li ho aggiunti io, inevitabilmente.)

“Scrittori” che non leggono

(Photo credit: https://pixabay.com/it/users/ramdlon-710044/)

Mi dicono – un amico libraio qualche giorno fa, in tal caso – che sia ancora piuttosto diffusa la categoria degli “aspiranti scrittori” che non leggono libri, nonostante i primi esemplari di tale bizzarra e paradossale “specie” li incontrai (almeno io) già dieci e più anni fa nelle varie rassegne letterarie che visitavo, coi loro bei manoscritti in mano, l’espressione soddisfatta di chi fosse convinto d’avere in mano il testo motivante un futuro (e non troppo lontano nel tempo) Premio Nobel per la letteratura, e la postura di chi, più che consegnare un fascicolo o quant’altro di simile al potenziale editore, dovesse firmare autografi ai fan. Al che io – quasi convinto che i tizi fossero effettivamente “dentro” la pratica letteraria, e con piena consapevolezza – con genuina tanto quanto inopinata affabilità facevo la domanda «Ma quali sono i tuoi autori di riferimento, o i libri che ti ispirano di più?»
«Ah, ma io non leggo, non ho tempo!» mi sentivo sovente rispondere, o in altri modi nella sostanza similari. Risposta che mi suscitava uno sconcerto assoluto, lì per lì, e appena dopo il dubbio che quelli i quali sostengono che qualche ceffone ben assestato ogni tanto faccia solo bene, avessero tutto sommato ragione.

Un po’ come uno che volesse diventare un campione di sci ma non frequentasse alcun corso perché non avesse tempo, insomma. Peccato che, in questo caso, il tizio prima o poi finirebbe schiantato contro un albero mentre l’aspirante scrittore, con le scempiaggini quasi sempre scritte, no.
Perché poi lo davo un occhio ai testi proposti da siffatti pseudo autori… ecco, ho appena rimarcato il loro valore effettivo, e con fin troppa magnanimità.

Una colpa grave

Fatto sta che saranno un venti giorni più o meno che non acquisto libri – anche perché ho gli scaffali di casa sui quali tengo quelli ancora da leggere che traboccano, e dopo averne acquistati almeno un buon centinaio, quest’anno – e mi sento terribilmente in colpa.
Già.

(L’immagine è presa da qui.)

Capire pochissimo

Alla fine, una delle più gravi e sconcertanti cause di ciò che ci accade intorno è ben raffigurata nella grafica qui sopra. Quasi un italiano su due – no, dico! Quasi il 50% ovvero quasi la maggioranza assoluta! – capisce pochissimo di ciò che legge, sul web, sui social, sui giornali, ovunque.

Per comprendere cosa significhi, nel dettaglio, il manifestare un livello di comprensione da 1b a 2, date un occhio a questo documento che illustra i vari gradi della cosiddetta scala di literacy – o, nella definizione più ampia, information literacy, definita (su Wikipedia) come «la capacità di identificare, individuare, valutare, organizzare, utilizzare e comunicare le informazioni.» In soldoni, vuol dire che quasi un italiano su due che legge ad esempio un articolo su un media d’informazione che spiega un certo fatto, capisce solo le parti più ovvie e facili che però poi fatica a mettere in relazione l’una con l’altra e ancor più a trarne informazioni utili e considerazioni ovvero opinioni proprie (inevitabilmente, d’altro canto, non recependo i dati con i quali formularsele); tutto il resto dell’articolo lo perde, come se fosse scritto in una lingua pressoché sconosciuta.

Posto ciò, e soprattutto posta la diffusione drammatica di questa così grave mancanza intellettiva e culturale (denunciata dagli esperti già da tanto tempo ma andata viepiù peggiorando, negli anni), viene purtroppo assai facile spiegarsi il perché di numerosi situazioni sconcertanti che la contemporaneità presenta, e come mai siano di così ostica risoluzione. Non ci si scappa, insomma, se non attraverso una monumentale opera di rieducazione culturale che, forse, è già oltre le possibilità di attuazione. Ma, ovviamente, ciò non significa che non sia comunque da avviare, se non si vuole restare ostaggi su una nave che sta per affondare urlando l’allarme per il pericolo in corso ma avendo intorno gli altri passeggeri che ti dicono di guardare quant’è bello il tramonto, però!

INTERVALLO – Luogo sconosciuto, “Typewriter Key Seats”

Pur cercando un po’ ovunque sul web non sono riuscito a stabilire dove si trovi questa originalissima seduta pubblica (Londra, forse, ma non ho riscontri a tale ipotesi – chi ne avesse da riferire è il benvenuto) tuttavia merita certamente una divertita ammirazione, da parte di noi lettori! Vero?