La scuola colabrodo e le travi negli occhi del paese

Già vi raccontavo qui delle sensazioni cupe che purtroppo provo ogni volta che rientro in Italia da un viaggio all’estero. Quest’anno, se possibile, tali sensazioni si sono manifestate vivide come non mai, dopo un viaggio lungo e intenso in un paese (la Svezia) alquanto più avanzato del nostro sotto ogni punto di vista o quasi – e certamente in quegli aspetti che determinano il livello sociale e culturale di un paese. Si è rafforzata la drammatica convinzione che ho ormai da molto tempo: l’Italia è un paese istituzionalmente e politicamente esanime, mentre socialmente, civilmente e culturalmente è molto ammalato: si regge in piedi grazie a un comparto industriale tutto sommato ancora sano (ma il tanto osannato e sovente illusorio  “made in Italy” non c’entra nulla, sia chiaro) che riesce a garantire un certo “benessere” economico diffuso, e grazie al fascino incredibilmente vivido, nonostante tutto, che all’estero subiscono riguardo il nostro Bel Paese e le sue bellezze – lo constato sempre, questo, in ogni paese nel quale mi rechi. Di contro, e proprio in conseguenza di quanto ho appena scritto, l’Italia avrebbe bell’e pronta in sé una delle più efficaci “medicine” per guarire quanto meno il suo “organismo” sociale, civile e culturale, ed è proprio la cultura: quella che sgorga ovunque copiosa dal suo insuperabile patrimonio artistico, materiale e immateriale, che potrebbe facilmente diventare la prima voce di crescita del PIL, che potrebbe trainare dietro a sé l’intero comparto produttivo nazionale e che renderebbe l’immagine dell’Italia una delle più luminose in assoluto sul pianeta, ben più e ben oltre il mero fascino “resiliente” che si può riscontrare all’estero, legato più a luoghi comuni “turistici” che ad altro.

Malauguratamente (e si ponga in tale termine la connotazione più negativa possibile), l’Italia questa medicina bell’e pronta e tanto efficace non la considera proprio, anzi: spesso e volentieri la aborrisce e rifiuta. Ci si può rendere conto di ciò da tanti aspetti (non solo quelli politici) ai quali se ne aggiunge uno per quanto possibile ancor più grave, che un dossier di Tuttoscuola – la più accreditata testata specializzata nel settore scolastico – significativamente intitolato La scuola colabrodo mette in evidenza in tutta la sua tragicità: l’abbandono della formazione scolastica di base da parte di un numero sempre maggiore di giovani. Il dossier evidenzia che

“Dal 1995 a oggi 3 milioni e mezzo di studenti hanno abbandonato la scuola statale, su oltre 11 milioni iscritti alle superiori (-30,6%). Ragazzi e ragazze spariti dai radar della scuola, che sotto questo aspetto ricorda le famigerate performance della rete idrica italiana, che perde nel nulla il 35% dell’acqua. Un colabrodo. Il costo è enorme: 55 miliardi di euro. E l’emorragia continua: almeno 130 mila adolescenti che iniziano le superiori non arriveranno al diploma. Irrobustiranno la statistica dei 2 italiani su 5 che non hanno un titolo di studio superiore alla licenza media e di un giovane su 4 che non studia e non lavora.
E l’istruzione superiore? Tra chi si diploma e si iscrive all’università, uno su due non ce la fa. Complessivamente su 100 iscritti alle superiori solo 18 si laureano. Ma poi un quarto dei laureati va a lavorare all’estero… E il 38% dei diplomati e laureati che restano non trovano un lavoro corrispondente al livello degli studi che hanno fatto. Un disastro.

Un “disastro” sul serio o, come scrive l’Espresso riprendendo il dossier di Tuttoscuola, un’autentica catastrofe culturale. Che in soldoni, al di là di tutte le considerazioni possibili al riguardo riportate dai media, significa imbarbarimento. Che a sua volta significa solo un’altra cosa: morte civile e sociale. Perché una società sempre più composta da ignoranti, illetterati e inetti (con tutto il rispetto, ma tant’è), privi delle più essenziali nozioni culturali – quelle che stanno alla base della società stessa a cui si appartiene e che la reggono in piedi – è inevitabilmente destinata al degrado, al caos, alla rovina.

Eppure, nonostante tutto ciò ovvero nonostante gravi questioni non certo nuove ma vecchie di decenni e sempre più gravi dacché ignorate e irrisolte (il che prova la morte politica e istituzionale del paese), l’Italia continua a guardare altrove, a perdere tempo, energie e dignità in falsi problemi, funzionali al sistema di potere e alla sua preservazione ma totalmente avulsi dalla realtà effettiva delle cose – ovvero alla consistenza culturale della realtà, per questo ugualmente incompresa ovvero ignorata, vedi sopra. “Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello, e non t’accorgi della trave che è nel tuo?” dice quella nota massima evangelica: ecco, l’Italia ha innumerevoli travi nei propri occhi, che ormai l’hanno resa quasi del tutto cieca e che, di questo passo, la faranno crollare a terra, definitivamente esanime – nonostante l’immensa “forza vitale” che avrebbe a disposizione, ribadisco.

Ecco perché sono tanto pessimista, riguardo al presente dell’Italia. Sul futuro, beh… la speranza è l’ultima a morire, no? Auguriamoci non sia la penultima…

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Impingement… impicment… impichment!

Risulta estremamente interessante e assai emblematico questo articolo di Dailybest, dal quale si evince che la maggior parte degli italiani, che in queste ore invoca a destra e a manca impeachment presidenziali, in verità ha grossi problemi nello scrivere correttamente il termine impeachment, al punto da far supporre che pure in quanto a significato di esso, e in tema di relativo valore giuridico, ne sappia ancora meno. Sempre che non intenda invocare, per l’attuale Presidente della Repubblica Italiana, una patologia legata ai quattro muscoli che permettono il movimento della spalla – ovvero il cosiddetto impingement sub-acromiale. Ma non credo: gli italiani sono un popolo di commissari tecnici, primi ministri, giudici di talent show, esperti o meno di vaccini e quant’altro ma non di ortopedici tanto preparati!

A proposito: no, quel Conte che ha provato a fare il governo non è quell’altro che ha fatto l’allenatore della nazionale di calcio. Anche se in effetti i due incarichi sarebbero ormai tranquillamente sovrapponibili, nell’immaginario collettivo italiota contemporaneo, già.

In ogni caso l’intero articolo di Dailybest citato risulta significativo, appunto, per comprendere bene con chi si ha a che fare, nell’Italia dell’anno di (dis)grazia 2018. Inesorabilmente significativo, anzi, visto lo stato delle cose. Perché, se è del tutto vero che ogni popolo ha i governanti che si merita, qui pare ormai ancor più obiettivo che “certi popoli idioti non possono che avere quei governanti idioti che si meritano.” E ciò con piena par condicio, eh!

«Escalabar… Escansala… Eschizibur… Escansa…»
«Excalibur, imbecille!»

(Superfantozzi, 1986 – clic)

Per ribadire…

Beh… Ma veramente l’elettore italiano crede (o suo malgrado spera) che dal fango possa scaturire l’oro o, tutt’al più, dell’argento pur spurio? Oppure alla peggio del ferraccio che abbia almeno una minima concretezza?

Mmm… purtroppo temo non sia così. A fronte di qualsiasi tradizione alchemica storica, in questo caso e per l’ambito al quale mi sto riferendo l’alchimia da tempo funziona al contrario, trasmutando materiali un tempo (forse) più nobili in elementi via via sempre più infimi e pesanti che si cerca di spacciare, con crescente subdolerìa, per qualcosa di “prezioso”. E se così in tanti ancora c’abboccano, come pare, non posso che ribadire e riconfermare che veramente ogni popolo ha gli alchimisti che si merita e, inesorabilmente, relativa insulsa poltiglia giallastra al posto dell’oro promesso. Poltiglia nella quale, sia chiaro, non si può nuotare, non ci si riesce: ci si resta invischiati, tremendamente insozzati e rapidamente si va a fondo.

2 giugno

Tra il 2 e il 3 giugno 1946, gli italiani votarono per scegliere la forma istituzionale dello Stato tra repubblica e monarchia, dopo la fine del regime fascista a lungo appoggiato dalla famiglia regnante. I risultati ufficiali del relativo referendum, che per la prima volta nella storia italiana avvenne a suffragio universale, furono annunciati il 18 giugno 1946: 12.718.641 di italiani avevano votato a favore della repubblica, 10.718.502 a favore della monarchia e 1.498.136 avevano votato scheda bianca o nulla.
Nel Nord Italia la repubblica vinse in quasi tutti i centri urbani principali, mentre al sud il voto fu quasi ovunque prevalente per la monarchia (a Napoli 900 mila voti per la monarchia contro neppure 250 mila per la repubblica; a Palermo quasi 600 mila contro 380 mila); a Roma i voti per la monarchia furono più di quelli per la repubblica, di poco (circa 30 mila schede).
Dai dati del voto l’Italia risultò divisa in un Sud monarchico e un Nord repubblicano. Le cause di questa netta dicotomia possono essere ricercate nella differente storia delle due parti dell’Italia dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943. Per le regioni del Sud la guerra finì appunto nel 1943 con l’occupazione alleata e la progressiva ripresa del cosiddetto “Regno del Sud”. Per contro, il Nord dovette vivere quasi due anni di occupazione nazista e di lotta partigiana (contro appunto i tedeschi e i fascisti della RSI) e fu l’insanguinato teatro della guerra civile (che ebbe echi protrattisi anche molto dopo la cessazione formale delle ostilità). Le forze più impegnate nella guerra partigiana facevano capo a partiti apertamente repubblicani (Partito comunista, Partito socialista, Movimento di Giustizia e Libertà).

Insomma: con un po’ di sano cinismo geopolitico si potrebbe dire che anche in quell’occasione l’Italia si palesò, sostanzialmente, come un’espressione geografica più che un’autentica nazione basata su ideali condivisi – quasi esattamente 100 anni dopo che il Metternich lo notò. Forse fu solo il frutto del più libero e democratico risultato statistico, forse invece fu veramente l’ennesima prova, in salsa “istituzional-referendaria” di quanto sopra. E da allora ne stiamo pagando le conseguenze.

(Informazioni e dati tratti da qui e da qui.)

150 anni fa, il “Tricolore di Oliosi”

L'episodio della difesa della bandiera tricolore ad Oliosi durante la battaglia di Custoza, in una stampa dell'epoca.
L’episodio della difesa della bandiera tricolore ad Oliosi durante la battaglia di Custoza, in una stampa dell’epoca.

2 giugno, festa della Repubblica Italiananel bene e nel male, già. Ed è l’anno 2016, dunque sono trascorsi 150 anni da un episodio certamente poco noto al grande pubblico ma alquanto significativo di uno spirito nazionale (e di un’epoca, senza dubbio) sul quale tuttavia oggi è francamente pleonastico discutere, per molti motivi. A quel tempo, fatta da pochissimo l’Italia, c’era ancora qualche possibilità di fare gli italiani, ma pare che in questo secolo e mezzo tale possibilità non sia stata granché considerata, da quelli di dovere e dalla maggioranza degli altri.

Comunque: qualcuno ricorderà, da vaghissime reminescenze scolastiche, che il 24 giugno 1866 fu il giorno della battaglia di Custoza, svoltasi nella terza guerra d’Indipendenza. È nell’ambito di questo scontro che si colloca l’episodio in questione, a Oliosi – piccolo borgo rurale oggi frazione del comune di Castelnuovo del Garda. Quella mattina la Brigata Forlì, costituita dal 43° e 44° Reggimento Fanteria, si stava dirigendo verso Castelnuovo quando fu assalita e scompaginata da una carica della cavalleria leggera austriaca, gli Ulani. Un gruppo di ufficiali, sottoufficiali e soldati del 44°, ai comandi del capitano Baroncelli – ufficiale in grado più anziano del gruppo – occuparono casa Benati a Oliosi, resistendo per alcune ore, finché il fuoco avversario incendiò la casa. Prima di arrendersi, e per impedirne l’onta della consegna al nemico, divisero il drappo della bandiera del 44° in strisce verticali, probabilmente tredici, che gli ufficiali nascosero nelle proprie giubbe e custodirono durante la prigionia ad Agram, l’odierna Zagabria. Al termine della guerra il drappo fu ricomposto con gli undici pezzi (dei tredici) ritrovati e la bandiera riconsegnata al 44° Reggimento durante una solenne cerimonia in piazza San Marco a Venezia, il 25 ottobre 1866. Da quel giorno, tale storica bandiera è conosciuta come il Tricolore di Oliosi.

Ecco. Ora: si potrà dire che non sia proprio più il caso di fare gli “eroi” per una bandiera, o pure che non sia il caso di fare gli eroi tout court dacché sfortunata è la terra (e il suo popolo) che ne ha bisogno… D’altro canto, di ‘sti tempi, non pochi sarebbero gli “italiani” che non saprebbero mettere nel giusto ordine i colori della bandiera nazionale. Per questo, mi pare, l’episodio di Oliosi è oggi così significativo. Nel bene e nel male, appunto.