Milano-Cortina 2026

Occupandomi in diversi modi di territori e culture di montagna, sono particolarmente sensibile al tema delle Olimpiadi invernali 2026 assegnate a Milano e Cortina, avendone seguito l’iter sulla stampa nazionale ed estera fin dagli scorsi anni e conosciuto le varie vicissitudini, positive e negative.

È superfluo affermare che un evento come le Olimpiadi può rappresentare una possibilità di sviluppo più unica che rara, per i territori interessati, ma pure un rischio di guasti e danni materiali e immateriali. Torino 2006, ad esempio, ha permesso un’apprezzabile rinnovamento della città ma, sui monti sede delle gare, ha non di rado lasciato delle ferite che difficilmente si rimargineranno e ben poco sviluppo concreto; inoltre, per far sì che le Olimpiadi non risultino un evento fine a se stesso ma un autentico volano socioeconomico di lunga durata nel tempo, occorre una programmazione attenta, strutturata, sovente visionaria e comunque in costante relazione virtuosa coi territori sui quali si va a lavorare. Una dote che, temo, la politica contemporanea – e lo dico con accezione bipartisan – non sembra in grado di manifestare.

Tuttavia non è il caso, ora, di formulare osservazioni prevenute e di provare a mettere da parte la maldisposizione pressoché inevitabile, quando si ha a che fare con le istituzioni pubbliche*, per lasciare spazio all’attività, all’intraprendenza e all’ingegno necessari per lavorare al meglio. Una cosa però credo sia da ribadire fin dal principio: nulla deve e dovrà essere fatto senza un’attenta e adeguata contestualizzazione con i territori (s)oggetto degli interventi, con la loro identità e il Genius Loci, con le genti che li abitano e vi interagiscono, con la cultura e col paesaggio (che è cultura a sua volta), con la dimensione spaziotemporale peculiare dei luoghi espansa nel tempo, ovvero capace di sviluppare il passato nel presente con una visione mirata al futuro. In fondo, sotto questo punto di vista, non sono le Olimpiadi “l’evento” ma lo è lo sviluppo virtuoso del territorio per il quale la manifestazione olimpica può rappresentare il volano principale e più energico, senza dubbio, tuttavia senza mai diventare preponderante rispetto a quell’obiettivo primario. Ciò sotto ogni aspetto, ribadisco: nei confronti del territorio e del paesaggio, delle genti e della loro cultura, del patrimonio storico e delle possibilità future.

La montagna e le Alpi – quelle italiane in particolare – hanno bisogno (a volte disperato) di un rinnovato immaginario, più consapevole riguardo la realtà effettiva delle terre alte e finalmente scevro da quei troppi alteranti conformismi, importati dai modelli cittadini e imposti con la forza ai territori montani al solo fine di inseguire obiettivi di sfruttamento commerciale di essi che per brevissimo tempo hanno portato qualche benessere per poi trasformarsi in una gogna soffocante e distruttiva. Obiettivi che tuttavia ancora troppi politici e amministratori pubblici perseguono: per sconcertante ottusità, per biechi interessi personali e, soprattutto, proprio per la mancanza di una visione progettuale, virtuosa e strutturata, dei propri territori e del loro tempo futuro. In conseguenza di ciò, numerosi luoghi montani sono stati trasformati in banalizzanti divertimentifici alpini per i turisti delle città oppure museificati e imbalsamati in un passato tanto mitizzato quanto totalmente travisato e distorto: territori nei quali la bellezza del paesaggio è guastata da rovine architettoniche, sociali, culturali, paradossali non luoghi in altura ove un tale concetto nemmeno avrebbe senso di sussistere.

Alla fine, appunto, la più grande sfida – “competitiva” pure essa, si può dire – delle Olimpiadi invernali è proprio questa: non tanto vincere gare o medaglie oppure fare qualche primato mondiale, ma “vincere” il miglior futuro possibile a favore della montagna italiana. Che un primato assoluto possiede già in sé, nella sua bellezza, nei suoi valori culturali, nella sua importanza fondamentale anche per la città, nel poter rappresentare un modello “antico” eppure assolutamente futuristico di sviluppo ecosostenibile e dalle potenzialità infinite. Ma solo se, ribadisco, non ci si perde dietro il mero luccicare delle medaglie: che, una volta messe al collo e fatte le foto di rito, finiscono a prendere polvere in qualche bacheca rapidamente dimenticata.

P.S.: cliccando sull’immagine del logo, potete visitare il sito web del comitato organizzatore nel quale, tra le altre cose, visionare il dossier di candidatura.

*: ed è già indegno e stomachevole il modo col quale i vari partiti si stanno intestando i meriti dell’assegnazione, strumentalizzandola ai soliti loro biechi fini propagandistici. Che schifo!

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Inopinate quieti urbane

Ci sono dei momenti in cui, nel centro di una grande città, molto popolosa e per di più affollata di turisti, svolti un angolo e ti ritrovi in una via deserta, senza nessuno in giro, piacevolmente ombrosa quando altrove il Sole è assai caldo, tra le cui case sembra che pure i rumori urbani non giungono o risultano ovattati, lontani… come se quella via fosse sospesa in un proprio spaziotempo, una dimensione non diversa da quella ordinaria ma discosta, o parallela, il cui limite è bastato svoltare un angolo simile a infiniti altri per essere “scoperto” e varcato.

È una sensazione strana, un momento molto particolare, tanto inopinato quanto incantevole, nel quale indugi e resti per godere il più possibile d’una tale inattesa “singolarità”, prima di tornare a essere assorbito dal vivace, incessante rumore urbano.

Armonie urbane

Le città, in fondo ancora più che gli spazi naturali, devono basarsi sull’armonia – e non solo urbanisticamente o architettonicamente.
Se il paesaggio in Natura è il frutto della percezione culturale di un territorio già formato e semmai solo modificato dall’uomo, il paesaggio in città deve rappresentare la percezione – comunque culturale – del territorio che l’uomo può e deve formare, e che la Natura può solo ingentilire.
Quando ciò accade, le città possono essere luoghi autenticamente vitali. Altrimenti la sciatteria e il caos urbani sono dietro l’angolo di ogni loro edificio.