Il nuovo ponte sospeso della Valvarrone svilupperà il territorio apportandovi benefici o lo degraderà generando disagi ai suoi abitanti?

[Veduta da oriente del territorio della Valvarrone; a destra si vede il centro di Premana.]
Forse già saprete (altrimenti lo state per sapere) che in Valvarrone, tra le montagne della provincia di Lecco, si sta realizzando un nuovo ponte pedonale sospeso (il “Ponte dei Minatori”) che, una volta ultimato, sarà «il più alto d’Europa», a scopi prettamente turistici. È un’opera che in passato ho esaminato e criticato varie volte in base a numerose motivazioni che potete leggere in questi articoli, sovente ripresi anche dalla stampa locale.

Di recente (il giorno 8 settembre, per la precisione) su “LarioNews”, uno degli organi di informazione locale, è stata pubblicata un’intervista al Sindaco del comune di Valvarrone Luca Buzzella il quale, rispondendo alle domande poste dal giornale, ha fornito le sue considerazioni a sostegno del nuovo ponte. Dal momento che nell’articolo sono stato citato come “critico” dell’opera [1], e siccome resto fermo in questa mia opinione nel rispetto assoluto della posizione del primo cittadino valvarronese – in quanto tale e come cittadino residente in loco -, ripropongo di seguito l’intervista al sindaco aggiungendo in calce a ogni sua risposta le mie ulteriori considerazioni. Non tanto per controbattere alle sue ma per mantenere ben alimentato, equilibrato nonché, mi auguro, costruttivo il dibattito sul tema specifico (anche dopo l’apertura del ponte) e riguardo opere del genere: per questo ringrazio il sindaco Buzzella per aver offerto a “LarioNews” le proprie articolate opinioni e così rimesso in evidenza il “caso” del ponte sospeso della Valvarrone, particolarmente emblematico in forza delle notevoli specificità (e criticità) del territorio che lo sta per ospitare e per altri casi simili che si riscontrano sulle montagne italiane.

Sindaco, il Ponte dei Minatori sta prendendo forma ma ha anche suscitato critiche. C’è chi lo considera un’opera fuori contesto, potenzialmente capace di generare disagi e di compromettere il paesaggio. Come risponde?

«Comprendo che un’opera così visibile e particolare possa suscitare opinioni diverse, ma occorre collocarla nel suo contesto reale. Il Ponte dei Minatori è un’opera completamente a carico di una società privata, ma si inserisce in un progetto molto più ampio: la valorizzazione culturale e turistica di una parte dismessa delle miniere di feldspato di Lentree e dell’omonimo borgo, ormai pressoché “fantasma”. Non parliamo quindi di un’attrazione isolata, pensata unicamente per richiamare visitatori. L’obiettivo è recuperare la memoria storica delle miniere e di una comunità che per oltre un secolo ha rappresentato una parte importante dell’identità di Tremenico e dell’intera Valvarrone. Il ponte costituisce un elemento di accesso e collegamento, ma il cuore dell’iniziativa resta il percorso culturale, storico e paesaggistico legato alle miniere, al borgo di Lentree e all’antica mulattiera sul Varrone.»

Proprio «collocandolo nel suo contesto reale», cioè nel paesaggio (nel senso più ampio e articolato del termine) della Valvarrone, il ponte appare fuori luogo, anche nella bontà dell’idea di valorizzare culturalmente la zona mineraria di Lentrèe che vuole essere, negli intenti, il cuore dell’iniziativa: ma è un cuore la cui “pulsazione” è stata portata altrove, sul ponte-attrazione – inevitabilmente lo è visto che da subito è stato presentato enfaticamente come «il più alto d’Europa» – che in quanto tale attirerà un pubblico il cui interesse fondamentale sarà proprio centrato sul ponte, come accade con ogni altra infrastruttura simile che d’altro canto nasce per questo, non per altri fini. È il classico elefante nella cristalleria e non si può certo pensare di poter valorizzare la “cristalleria” della Valvarrone piazzandoci in mezzo cotanto ingombrante pachiderma sospeso. Posso capire che l’idea sia quella di usare il ponte come elemento attrattivo di un pubblico il più ampio possibile cercando poi di deviarlo verso le specificità culturali del luogo: ma, nonostante il finanziamento privato dell’opera, il gioco vale la candela? I rischi che l’opera impone al luogo e alla sua comunità non sono eccessivi? È stato elaborato un piano articolato di sviluppo costante della proposta culturale, ben supportato da competenze adeguate, che contempli la presenza del ponte ma non ne sia totalmente dipendente? Essendo poi tali opere delle attrazioni “a scadenza” – nel senso che attirano visitatori fino alla prossima che verrà realizzata altrove ancora più alta, più lunga, più ardita e spettacolare, eccetera – su quali garanzie di durata nel tempo si può elaborare il progetto di valorizzazione culturale e, soprattutto, confidare nel buon esito di esso nel lungo periodo?

[Due immagini recenti dei lavori di costruzione del ponte, tratte dalla stampa locale.]

Le contestazioni riguardano anche il modello turistico: il timore è che prevalga un turismo “da foto”, veloce e poco rispettoso dei luoghi. Come intendete evitare questo rischio?

“Il nostro obiettivo non è inseguire il turismo mordi e fuggi, né basare il futuro della Valvarrone su una sola opera. Vogliamo sviluppare il sistema turistico e culturale della valle in modo sostenibile e graduale, rafforzando la rete dei punti di interesse inseriti nell’Ecomuseo della Valvarrone. Naturalmente non è possibile prevedere con precisione quali saranno i flussi, soprattutto nei primi mesi di apertura. Proprio per questo l’impegno dell’amministrazione sarà quello di monitorare la situazione, affrontare le criticità che dovessero emergere e cercare soluzioni concrete. L’intenzione è trasformare l’interesse per il ponte in un’opportunità per, non in una semplice tappa da consumare velocemente”.

Le osservazioni del sindaco sono giuste e in parte condivisibili, tuttavia mi viene difficile comprendere come, a fronte di un’opera come il ponte, non si voglia inseguire il «turismo mordi e fuggi» sul quale vivono attrazioni del genere – sono fatte per questo, d’altro canto, formalmente non è una loro colpa. E il «conoscere la valle, la sua storia, le sue frazioni e le sue attività» richiede un modello di frequentazione turistica responsabile e consapevole che non solo appare in antitesi a quello che il ponte propone ma vi risulta anche in chiaro contrasto. Chi frequenta i luoghi per conoscerne la cultura peculiare, come dimostrano le statistiche del comparto turistico, generalmente evita quelli che offrano attrazioni tipiche del turismo massificato, a meno che sappiano offrire la possibilità di frequentarli in maniera approfondita, articolata e compiuta a prescindere dalle opere meramente turistiche, le quali infrastrutturano i luoghi ma inevitabilmente ne banalizzano il paesaggio e depauperano l’anima peculiare che li rende unici. Di sicuro un ennesimo ponte sospeso simile a tanti altri già esistenti fa di un luogo per molti versi unico, dunque naturalmente attrattivo come la Valvarrone, una «meta turistica» simile alle tante altre con un’ennesima attrazione che la identificherà, con buona pace delle miniere e della loro storia.

Quali altri interventi sono previsti accanto al ponte e con quali risorse saranno realizzati?

“Il progetto comprende la valorizzazione delle miniere e del borgo di Lentree, la creazione di nuovi posti auto e l’adeguamento dell’accessibilità nell’area vicina al ponte, sul versante di Tremenico. Questi interventi sono in capo alla Comunità Montana Valsassina, Valvarrone, Val d’Esino e Riviera e al Comune di Valvarrone. Le opere sono finanziate da Regione Lombardia e Fondazione Cariplo attraverso il progetto “Emblematico Maggiore”, una misura le cui risorse vengono assegnate alla Provincia di Lecco ogni quattro anni per iniziative considerate di particolare valore e importanza territoriale. Purtroppo proprio la parte relativa alle opere pubbliche ha accumulato ritardi, soprattutto per ragioni burocratiche e per alcune vicende societarie che hanno costretto la parte pubblica a ripercorrere quasi da zero il procedimento per l’assegnazione delle risorse. Non è stato semplice, ma lo sforzo del Comune e della Comunità Montana, con il supporto di Fondazione Cariplo e Regione Lombardia, ha consentito di non perdere i finanziamenti ottenuti”.

La risposta del sindaco in verità denota un progetto piuttosto scarno e scarso di interventi realmente importanti, al netto di quelli sulle miniere (sui quali peraltro sarebbe bello saperne di più, visto che la stampa ad oggi non ha fornito molti dettagli al riguardo). E chiunque conosca la zona sa bene – e tanti mi hanno sempre detto, ogni qualvolta si parlasse della questione – che «la creazione di nuovi posti auto e l’adeguamento dell’accessibilità nell’area vicina al ponte» rappresentano azioni pleonastiche rispetto alla problematicissima viabilità d’accesso alla valle sia dal lago che dalla Valsassina, fatta di strade che, al netto dell’asfalto, sono sostanzialmente rimaste quelle di un secolo fa. Oltre ad essere interventi, quelli citati dal Sindaco, che pur nell’ipotesi apprezzabile di migliorare l’accessibilità nella zona del ponte, corrono invece il rischio di peggiorarla grandemente, peggiorando di conseguenza la vivibilità dei residenti, in assenza di un rigido controllo degli accessi che d’altro canto apparirebbe contraddittorio alla natura turistica del ponte e di quanto ad esso concernente. Un progetto per molti versi vacillante già in partenza, dunque. In quanto ai ritardi, be’…  anche la Valvarrone è in Italia, purtroppo.

[Veduta della zona mineraria di Lentrèe.]

Quando potranno essere completati il percorso culturale e la valorizzazione dell’area mineraria? Il ponte aprirà prima del resto del progetto?

“Quando il percorso è iniziato, il mio auspicio era che tutto potesse essere inaugurato nello stesso momento: ponte, miniere, borgo di Lentree e itinerario di visita. I ritardi hanno però modificato questa prospettiva. La società che sta realizzando il ponte ha comunicato che i lavori dovrebbero terminare entro la fine di settembre e che l’apertura al pubblico potrebbe avvenire in ottobre. Il ponte è in fase avanzata di costruzione e, naturalmente, ha ottenuto le autorizzazioni necessarie dagli enti competenti al termine di un lungo iter burocratico. Le opere pubbliche procederanno con tempi differenti. Per il Comune, però, il recupero delle miniere dismesse resta fondamentale: è un patrimonio che non può essere perso, perché racconta ciò che quelle attività hanno significato per Tremenico e per la sua comunità. Anche l’antica mulattiera che scende al fiume Varrone e risale verso Lentree sarà ulteriormente valorizzata come itinerario complementare”.

Questo trovo che sia un punto estremamente critico. In pratica, un’opera già altamente autoreferenziale e di matrice puramente ludico-ricreativa come il ponte sospeso attirerà visitatori prima che tutta la parte culturale del progetta sarà terminata e fruibile, dunque estraendo da questa l’interesse potenziale con il rischio che, passata la novità del ponte, il progetto di recupero delle miniere e del borgo di Lentrèe non possa più contare sulla sua spinta turistica. E con il possibile paradosso generato dal fatto che il calo d’interesse verso il ponte finirebbe per giovare alla fruizione della (bellissima) mulattiera recuperata, con il primo che manifesterebbe tutta la sua decontestuale ridondanza sul paesaggio della valle e sulla sua frequentazione consapevole. Una situazione che d’altro canto denota la stortura di fondo spesso (se non sempre) presente in questi interventi, poco organici e articolati anche perché composti da azioni che non si possono equilibrare reciprocamente e non risultano di reale, proficuo supporto le une alle altre. L’elefante nella cristalleria di cui ho già scritto poco fa, insomma, il quale o si è in grado di tenerlo perfettamente immobile (ma non avrebbe senso, nel caso) oppure qualche danno inevitabilmente lo combinerà.

Un’altra preoccupazione riguarda la viabilità: la Sp 67 presenta punti critici e l’arrivo di visitatori potrebbe aumentare le difficoltà. Che cosa state facendo su parcheggi, accessi e trasporto pubblico?

“È un tema centrale. Il Comune sta progettando l’ampliamento del parcheggio esistente e un nuovo collegamento con la Sp 67, per rendere l’accesso più sicuro e più agevole. Nell’attesa di queste opere, abbiamo incaricato un professionista di elaborare una soluzione temporanea per parcheggi e viabilità. Sappiamo bene che la Sp 67 presenta criticità in più tratti. La Provincia di Lecco sta già realizzando lavori di adeguamento e messa in sicurezza di alcune porzioni di strada, mentre altri interventi sono in programma. Abbiamo inoltre chiesto all’Agenzia del trasporto pubblico di ripristinare alcune corse nei giorni festivi. Sarebbe un beneficio non soltanto per i visitatori, ma anche per residenti e ospiti delle strutture ricettive. L’obiettivo è evitare che l’eventuale successo dell’iniziativa ricada negativamente sulla qualità della vita dei cittadini”.

Eccolo qui l’altro punto dolentissimo, forse più di ogni altro. Come già accennato, le strade che percorrono la Valvarrone sono tra le più strette, tortuose e obsolete di Lombardia nonché a rischio di dissesto idrogeologico: la cristalleria nella quale è stato piazzato l’elefante ha pure un’entrata stretta, scomoda e precaria, per restare nella metafora citata. Posta tale situazione, «progettare l’ampliamento del parcheggio esistente e un nuovo collegamento con la Sp 67, per rendere l’accesso più sicuro e più agevole» (a cosa? Al ponte? E vita quotidiana degli abitanti?) è pleonastico, ribadisco, così come sapere che la Provincia di Lecco «sta realizzando lavori di adeguamento e messa in sicurezza di alcune porzioni di strada» (di alcune porzioni?) e che «altri interventi sono in programma» (quali? Quando?) non garantisce alcun miglioramento reale e concreto alla situazione in essere. «L’obiettivo è evitare che l’eventuale successo dell’iniziativa ricada negativamente sulla qualità della vita dei cittadini» sarebbe da elaborare e mettere in atto prima di realizzare opere del genere: il rischio di scaricare sulle spalle dei cittadini le ricadute negative sulla qualità della loro vita non è ammissibile. Come a dire: facciamo il ponte, godiamoci il suo successo e poi si vedrà che accade. Credo che questo rappresenti una mancanza notevole da parte di una pubblica amministrazione: prima si analizza la problematica, prima si elaborano i rimedi e le soluzioni efficaci, prima si scarica la comunità locale dei rischi sulla qualità di vita, e poi ci si progetta e adatta ogni altra cosa. Questo significa «collocare l’opera nel suo contesto reale», e quanto affermato qui dal sindaco mi fa temere ancor più di prima che a tali parole non siano al momento seguiti fatti concreti ovvero che di quel contesto non si sia pienamente rilevato il senso. Coltivando nel frattempo l’utopia che, visto quanto sopra, tutto il flusso turistico o quasi sia gestito e movimentato dal trasporto pubblico e da navette. Ma la definisco una “utopia” non a caso, purtroppo.

Che ruolo ha avuto la comunità di Tremenico? E quali ricadute concrete vi aspettate per le frazioni più interne della Valvarrone?

“La comunità di Tremenico è stata coinvolta fin dall’inizio, sia negli incontri pubblici sia nella ricerca storica, materiale e immateriale, necessaria per costruire il percorso di visita. Oggi possiamo contare su un gruppo attivo di circa venti volontari, che continua a lavorare sui contenuti culturali dell’iniziativa. In questi mesi, mentre il ponte prendeva forma, ho incontrato persone interessate ad aprire attività pubbliche, come bar o punti vendita di generi alimentari, oppure a contribuire alla rivitalizzazione del borgo di Lentree. È un segnale importante. La Valvarrone, soprattutto nelle località più lontane dal lago, sembrava destinata a un lento spopolamento. Negli ultimi anni, anche grazie al richiamo del Lago di Como e alla crescita dei prezzi immobiliari sulla sponda lariana, il trend demografico è cambiato. Le scuole dell’infanzia e primaria hanno registrato una crescita e una maggiore stabilità degli alunni; il mercato immobiliare mostra segnali di ripresa anche nelle località di fondovalle, con interesse da parte di cittadini europei ma anche di famiglie che scelgono di trasferirsi qui. Questa, per noi, è la notizia più significativa: riportare vita, servizi e opportunità nelle nostre frazioni. Il ponte non è la soluzione a tutto, ma può contribuire a riaccendere attenzione su un territorio che merita di essere conosciuto e valorizzato”.

A tali osservazioni – di nuovo spesso apprezzabili e condivisibili – del sindaco replico con la risposta più concreta che ci sia, quella scaturente dai dati demografici del comune di Valvarrone, che traggo dal portale “TuttItalia.it” e propongo di seguito:

Purtroppo, i dati non sembrano confermare il cambio del trend demografico locale segnalato dal sindaco, e anche al rimbalzo della popolazione tra il 2023 e il 2024 è seguito la ripresa del calo di abitanti: 506 al 31 maggio 2026 (ultimo dato rilevato), 6 in meno rispetto a fine 2024 e ben 86 in meno rispetto a solo dieci anni fa. Inoltre l’indice di vecchiaia, che rappresenta il grado di invecchiamento della popolazione dato dal rapporto percentuale tra il numero degli ultrassessantacinquenni e quello dei giovani fino ai 14 anni, è drammatico: in Valvarrone ci sono 409,8 anziani ogni 100 giovani, e d’altro canto la popolazione in età scolare dell’infanzia, primaria e secondaria di primo grado (0-14 anni: asilo, elementari e medie, insomma) è diminuita in soli dieci anni di ben 34 unità e presenta un trend di calo costante. Altri indici della struttura demografica invece non sono così pessimi – sono anche migliori di quelli di molte rinomate e iper-turistificate località alpine lombarde! – il che segnala che, al netto delle criticità appena rilevate, sul territorio valvarronese si può lavorare al fine di salvaguardarne le specificità socio-economiche e di rimando demografiche: ma, ribadisco, occorre un progetto articolato, organico, strutturato, di lungo termine in grado di mettere in rete ogni soggetto economico locale e ogni elemento capace di costruire e alimentare la comunità con la comunità stessa e le proprie esigenze. Detto ciò, è cosa buona che vi siano «persone interessate ad aprire attività pubbliche, come bar o punti vendita di generi alimentari, oppure a contribuire alla rivitalizzazione del borgo di Lentrèe»: ma su quali basi concrete tali attività economiche si potrebbero reggere? Grazie a quali (indispensabili) sostegni da parte dell’amministrazione pubblica (non solo del comune, intendo)? E con quali scopi coerenti e durevoli si può contemplare la rivitalizzazione del borgo? Purtroppo nessuna attività economica come quelle citate si può reggere sul turismo intermittente e la Valvarrone non potrà mai ospitare flussi turistici ingenti e costanti (anzi, mi auguro che nemmeno li auspichi!); d’altro canto bar e negozi di vicinato chiudono anche in località che di turismo vivono per la gran parte dell’anno – basti pensare alle già citate località montane lombarde. E spesso ciò accade proprio quando il turismo diventa un elemento troppo ingombrante da sostenere e assimilare nella realtà locale e dalla comunità che lo abita.

[Due vedute del nucleo di Lentrèe, qui sopra una estiva risalente agli anni Settanta del Novecento e, sotto, una invernale più recente, dalla quale si denota il rimboschimento della zona che ha avvolto le case del nucleo. Immagini tratte da https://mappedicomunita.liberisogni.org/luogo/lentree/ .]

In definitiva, quale messaggio vuole lasciare ai cittadini, anche a chi guarda al progetto con perplessità?

“Il confronto è legittimo e le critiche, quando sono espresse con attenzione al bene della comunità, vanno ascoltate. L’amministrazione ha riconosciuto la pubblica utilità del ponte attraverso una convenzione nella quale sono stati fissati principi e paletti chiari, a tutela dei soggetti coinvolti e del territorio. Dovremo dimostrare nei fatti che questo progetto può portare benefici, evitando disagi e correggendo eventuali problemi. Ma credo che recuperare le miniere, la memoria dei minatori, il borgo di Lentree e gli antichi percorsi della valle rappresenti un investimento sul futuro della nostra comunità. Un ponte, del resto, non è soltanto una struttura ingegneristica: può essere anche il simbolo di un collegamento, della volontà di unire e di superare diffidenze e indifferenza”.

Ormai il ponte è quasi terminato e a breve diventerà una presenza costante del paesaggio e della quotidianità della Valvarrone. Di nuovo l’impressione che si ricava dalla vicenda è che, una volta deciso che il ponte – per dirla manzonianamente – “s’haveva da fare”, nessuno spazio di interlocuzione reale al riguardo sia stato ammesso. E d’altronde mi chiedo come mai l’articolato studio sulla Valvarrone, sulle sue specificità, sulle criticità presenti e sulle potenzialità coltivabili effettuato dal DAStU – Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano nel 2023 (ne scrissi qui) non sia mai stato preso in seria considerazione: un territorio particolare come quello valvarronese avrebbe bisogno proprio di un progetto del genere, speciale e specifico, non certo – a mio parere – di un copia-incolla calato nella realtà territoriale senza un effettivo ed elaborato senso del contesto.

Ora, l’augurio è che per il paesaggio valvarronese e per chi vi abita il ponte non diventi una presenza troppo ingombrante, invasiva, destabilizzante, alienante, dunque una fonte di disagio e di degrado del benessere residenziale della comunità locale – come è successo in altri luoghi sottoposti a interventi simili. Parimenti auguro che l’intento dichiarato dal sindaco di  «dimostrare nei fatti che questo progetto può portare benefici, evitando disagi e correggendo eventuali problemi» non resti lettera morta ma che realmente la volontà di portare benefici concreti e di lungo termine agli abitanti della Valvarrone venga realizzata, a prescindere dal ponte – perché sarebbe veramente un dramma se la Valvarrone diventasse “ostaggio” del ponte, sia nel bene che, ovviamente, nel male. Personalmente, data la mia esperienza costruita in circostanze simili un po’ ovunque sule montagne italiane, resto scettico ma ovviamente spero di sbagliarmi e comunque non smetterò – e auspico che nessuno tra chi s’interessa in vario modo di montagne smetta – di osservare, analizzare, studiare e, quando sia il caso, salvaguardare la Valvarrone, territorio di grande fascino e altrettanti pregi che lo merita assolutamente.

[1] Ovviamente non sono il solo a esprimere dubbi e critiche sul nuovo ponte della Valvarrone. Alcune altre voci contrarie le ho citate (e linkate) nei miei articoli scorsi, mentre tra i più recenti – è del 13 agosto 2026 – ce n’è uno molto chiaro e eloquente su “GognaBlog”, il blog di Alessandro Gogna, che trovate qui: https://gognablog.sherpa-gate.com/il-ponte-dei-minatori/

 

Contro l’overtourism già si protestava (vanamente) più di un secolo fa

Avanti, costruite ferrovie ovunque, profanate la Jungfrau con il frastuono delle vostre macchine e la cupa marea di gente, e calpestate il suo capo con le vostre suole sporche del fango della grande città! […] Ma l’avete violentata; la svendete per un misero guadagno, come una volgare prostituta!

Così scrive a pagina 228 del suo romanzo “Flut” lo svizzero Jakob Wiedmer, archeologo di grande fama, scrittore, direttore di museo, finanziatore, inventore, uomo di notevole e brillante eclettismo; del libro e del suo autore ne racconta un bell’articolo di “Swissinfo.ch”.

Quelle lì citate sembrano parole scritte oggi riguardo l’infrastrutturazione turistica delle montagne e le conseguenze legate al turismo di massa; invece il romanzo fu scritto nel 1904 e uscì l’anno successivo, quando Wiedmer si fece pure albergatore a Wengen – oggi celeberrima località dell’Oberland Bernese ma ai tempi poco più di un anonimo villaggio di montagna – per aver sposato Maria Stern, donna abile negli affari e proprietaria dell’albergo. Proprio in quegli anni Wengen si stava trasformando in località turistica grazie alle ferrovie che la collegavano a Lauterbrunnen e Grindelwald, ma divenne meta inevitabile del turismo internazionale con l’apertura della Ferrovia della Jungfrau, nel 1912. Wiedmer visse dunque la rapida e per molti versi sconvolgente trasformazione del villaggio, e il suo assoggettamento al turismo di massa, del quale già allora intuì le degradanti dinamiche consumistiche e – oggi si direbbe – “estrattive” a danno dei luoghi e delle loro comunità.

D’altro canto il suo libro è chiaro nei propri contenuti fin dal titolo: “Flut” significa ondata, un termine che tutt’oggi viene utilizzato per descrivere il sovraturismo, o overtourism, in territori che non hanno le capacità di sostenerlo, subendone gli sconquassi. Il libro racconta le vicende di un isolato villaggio di montagna dalle tradizioni rurali si trasforma improvvisamente in una località turistica internazionale invasa dai turisti. I contadini diventano albergatori, sullo sfondo di gelosie e conflitti crescenti che portano a un finale apocalittico: il villaggio viene completamente distrutto da un incendio, simbolo delle conseguenze di uno sviluppo centrato esclusivamente sul turismo e del suo impatto sulla natura alpina. Il romanzo ebbe un buon successo ma non piacque affatto nell’Oberland Bernese, tant’è che nel 1907 i Wiedmer dovettero andarsene da Wengen e si trasferirono a Berna, dove Jakob divenne direttore del Museo storico nel 1907.

[Turisti allo Jungfraujoch. Immagine tratta da https://swissfamilyfun.com.]
Insomma: già più di un secolo fa si erano perfettamente intuite le conseguenze negative che un turismo troppo massificato e basato su dinamiche prettamente economiche e commerciali in territori pregiati e delicati come quelli montani. Anzi: ancora prima, nel 1883, un altro autore svizzero legato all’Oberland, Arnold Halder, pubblicò il racconto Die Stiefelchen oder Was sich in Interlaken Alles treffen kann (“I piccoli stivali, ovvero cosa può succedere a Interlaken”) nel quale descrisse le fratture che il turismo stava generando all’interno delle società alpine e il mondo rurale che si opponeva ai sempre più numerosi e grandi alberghi di lusso.

[Veduta panoramica dell’odierna Wengen, con (nelle nuvole) la vetta della Jungfrau e a destra la celebre valle di Lauterbrunnen.]
Ecco, sono passati 150 anni e nonostante tutto ciò, nonché la grande massa documentale critica nei riguardi del turismo di massa che è stata elaborata nel frattempo in forza del divenire del fenomeno, abbiamo spesso (troppo spesso) lasciato che le montagne venissero violentate e svendute per un misero guadagno, come volgari prostitute, e continuiamo a farlo. Un secolo e mezzo (ma le radici del turismo contemporaneo nascono ancora prima, nel XVIII secolo) di storia, cronache, fatti, conseguenze, successi divenuti fallimenti, paesaggi stravolti, frequenti disastri, culture e identità calpestate, in molte località non è servito a nulla, non ha fatto capire niente. E non tanto sul o contro il turismo in sé (ovvero i turisti), ma riguardo la sua trasformazione in uno strumento di assoggettamento, sfruttamento, consumo e svendita dei territori montani. Che è il modo con il quale ancora oggi il turismo viene considerato e utilizzato da certa politica alienata dalla realtà delle cose, dal tempo e dalla storia ma che, purtroppo, governa molte nostre montagne. Speriamo almeno che non facciano la fine apocalittica del villaggio raccontato da Wiedmer perché, in effetti, le premesse ci sono tutte.

N.B.: le immagini storiche (cioè le prime due nell’articolo) sono tratte dal blog del Museo Nazionale Svizzero.

Una scommessa (cinica ma provvida) sulla nuova “tangenziale” di Tirano

[Cliccate sull’immagine per vedere il video.]
Qualche giorno fa è stata inaugurata, con la solita pompa magna politichese, la nuova Tangenziale di Tirano, in Valtellina: un’opera attesa da più di cinquant’anni, divenuta “olimpica” per servire le sedi di gara a Bormio e Livigno, non completata in tempo per i Giochi nonostante le mille promesse (nel solito stile politichese nostrano) e ora finalmente conclusa.

Ora che le luci della ribalta si sono spente, al netto che quella pompa magna istituzionale è ben poco giustificata visto che per realizzare soli 6,6 chilometri di strada si è impiegato mezzo secolo (l’opera venne inserita nel Piano di Ricostruzione e Sviluppo della Valtellina dopo l’alluvione del 1987 – ma, appunto, alla politica italiana, tutta quanta, piace un sacco sfilare e mettersi in posa davanti a obiettivi e telecamere), mi rivolgo a chiunque potrà e dovrà usufruire della strada e propongo una sfida: scommettiamo che l’opera avrà problemi tecnici e strutturali nel giro di breve tempo, cioè tra non più di qualche anno?

Non è per fare l’uccello del malaugurio (sul serio, anzi: mi auguro proprio di perderla, una tale sommessa) e nemmeno per dar contro ai politici coinvolti (ci pensano da soli a fare ciò) ma perché diversi conoscenti tecnici del settore mi hanno evidenziato le numerose mancanze e criticità della nuova strada, peraltro in diversi casi evidenti anche allo sguardo meno competente, dovute non tanto e non solo a errori di progettazione quanto al metodo di lavoro in economia, nel solito modus operandi nostrano.

Ad esempio, cliccando sull’immagine qui sopra trovate una dettagliata relazione tecnica che individua i numerosi rischi idrogeologici ai quali è sottoposta la nuova strada che, secondo la stessa relazione, si sarebbero potuti in gran parte evitare con una diversa progettazione del tracciato. Ribadisco: c’è solo da augurarsi che tale relazione illustri le ipotesi di rischio peggiori in assoluto dunque quelle meno attendibili; di contro c’è di che altrettanto augurarsi che la realizzazione della nuova arteria, così attesa dal territorio e dalla sua comunità, abbia effettivamente conseguito la massima qualità tecnica e strutturale possibile evitando di osservare certe “convenienze” sovente riscontrate nei lavori pubblici italiani, funzionali alla strumentalizzazione politica delle opere o ad altri scopi alieni ad esse ben più che alle loro funzionalità e utilità concrete. Opere che poi, in numerosi casi e inevitabilmente, sono finite alla malora in pochi anni: un’eventualità che la Valtellina non merita assolutamente di dover contemplare.

I travel influencers, i luoghi instagrammabili e i turisti-mosche

Ma, secondo voi, è stata più riprovevole Wanna Marchi che ha truffato migliaia di persone vendendo loro amuleti magici farlocchi, o quelle migliaia di persone credulone convinte che Wanna Marchi potesse vendere loro dei veri amuleti magici?

Ecco, lo stesso principio di fondo che scaturisce dalle queste domande, riferite a ciò che, appunto, io chiamo “Sindrome di Wanna Marchi”, mi viene da applicarlo alla questione dei travel influencers e dei content creator di viaggio, cioè a tutti quei profili social che esaltano luoghi ameni e località spesso poco note in modi quanto meno superficiali, a partire dal lessico utilizzato nei propri contenuti, riuscendo inopinatamente (per me) a far che migliaia e migliaia di persone poi si rechino in quei luoghi turistici generandovi sovraturismo e problematiche varie. Un fenomeno così diffuso che, ad esempio in Svizzera, si è espressamente chiesto a tali “celebrità social” di non scrivere più delle località elvetiche, proprio per non peggiorare situazioni di sovraffollamento turistico ormai insostenibili. E come al riguardo non ricordare la verace Rita De Crescenzo che, forte dei suoi 1,5 milioni di follower su TikTok, spedì migliaia di gitanti sprovveduti sulle nevi di Roccaraso, località che fino a prima dei suoi reel molti nemmeno sapevano dove fosse?

Insomma: per certi sovraffollamenti turistici e per i danni che provocano alle località coinvolte hanno più colpa travel influencers e content creators più o meno famosi con i propri reel sui social e tutto il resto di turisticamente banale che gira tra media e web, oppure ne hanno di più i tanti che, appena leggono termini come «adrenalina», «panorama mozzafiato», «effetto wow» eccetera, partono a spron battuto verso le mete instagrammate e tiktokizzate senza quasi sapere né dove stanno andando né cosa ci vanno a fare (selfies a parte)? Cioè, per essere più franchi e pure un po’ cinici, i tanti che hanno trasferito la sede dei propri pensieri dal cervello allo smartphone e ora si muovono come sciami di mosche attratti dalla prossima m… (vorrei scriverlo ma non lo faccio) …mela in marcescenza?

[Ad memoriam.]
Ma non sono proprio più in grado di usare la loro testa per trovare e scegliere luoghi belli da visitare senza bisogno che qualcuno gli imponga dove andare come fossero bambini ingenui e un po’ idioti? O forse bisogna pensare che anche in questo caso, come in numerosi altri, ci sia di mezzo la necessità impellente di sentirsi accettati dal mondo e dalla società, di sentirsi parte di un gruppo, di un insieme, non sapendo formulare per se stessi una singolarità (di mente, d’animo, di carattere, di personalità), ovvero l’evidente manifestazione di bias cognitivi, di desiderabilità sociale, di conformità, cioè di un disagio umano latente in certa parte della nostra società?

D’altro canto, in molti hanno ormai capito che da quelle mete turistiche e turistificate sulle cui pubblicità e nei contenuti media e social che li promuovono si leggano termini e definizioni come i citati «adrenalina», «panorama mozzafiato», «effetto wow» oppure «natura incontaminata», «experience», «borgo da favola» e altri simili [1], probabilmente è bene starsene lontani o andarci fuori dalla piena stagione turistica. E magari sanno anche che, con tutte le buone informazioni che si trovano in rete o sui libri (che esistono ancora, già), di luoghi altrettanto belli da visitare, a volte anche più di quelli più rinomati e socialmediatizzati e di contro molto meno affollati, se ne possono scoprire in gran quantità e in essi trovarvi molta più soddisfazione ludico-ricreativa.

Se di simil-Wanne Marchi che nei propri contenuti social “vendono” mete turistiche come fossero amuleti magici ce ne sono in circolazione ancora un sacco, essere ancora còlti dall’omonima “sindrome” e farsi fregare finendo accalcati su qualche funivia, ponte tibetano o panorama-che-non-è-meglio-di-tanti-altri sarebbe proprio da… mosche. Ecco.


[1] Mi sono occupato varie volte di termini iper abusati e di lessico turistico superficiale, in particolar modo in questo articolo e in quest’altro.