La democrazia è una tirannide mascherata? (Alexis De Tocqueville dixit)

Sotto i regimi assoluti il despota, per raggiungere l’anima, colpiva grossolanamente il corpo, e accadeva che l’anima sfuggendo alle percosse, si innalzasse gloriosamente sopra di esso; ma nelle democrazie la tirannide non procede a questo modo, essa non si cura del corpo, va dritta all’anima. […] Un uomo o un partito che abbia patito una ingiustizia negli Stati Uniti, a chi può rivolgersi? Non all’opinione pubblica perché essa stessa che forma la maggioranza; non al corpo legislativo perché esso rappresenta la maggioranza e le obbedisce ciecamente; non al potere esecutivo perché è nominato dalla maggioranza e gli serve da strumento passivo; non alla forza pubblica, perché essa altro non è che la maggioranza armata; neppure a un tribunale, poiché è la maggioranza che lo ha investito del potere di pronunciare le sentenze.

(Alexis de TocquevilleLa democrazia in America, 1835. Edizione italiana Universale Cappelli 1957.)

Viviamo, siamo cresciuti, ci siamo sviluppati, come società civile, in un mondo democratico, fortunatamente. La democrazia ha rappresentato l’ambiente ideale per questo e, secondo molti, rappresenta ancora la migliore forma di governo possibile; d’altro canto, nei casi in cui un sistema in origine democratico col tempo muti fino a porre un paese, in buona sostanza, nelle mani di una minoranza quando non di una vera e propria oligarchia “legittimata” (in teoria) da un voto popolare a sua volta praticato da una minoranza, qualche domanda viene da porsela.

E non saremmo i primi a farci certe domande, visto come tale problema venne lucidamente messo in evidenza da Tocqueville quasi due secoli fa – non a caso analizzando la democrazia americana, quasi intuisse già allora come quello fosse il modello dietro al quale l’intero mondo occidentale sarebbe andato, nel bene e nel male. Questo ottimo articolo di Melissa Pignatelli su La Rivista Culturale rimarca le principali criticità messe in luce da Tocqueville: in primis, l’avanzamento della libertà avrebbe potuto portare ad una degenerazione dei sistemi democratici a causa del sistema rappresentativo della maggioranza, in forza del radicamento popolare nella convinzione che solo le decisioni prese con il favore della maggior parte delle persone siano giuste, che avrebbe potuto degenerare in un possibile senso di onnipotenza, o tirannide, della maggioranza. Inoltre, l’eccesso di democrazia e la tirannide della maggioranza sono degli evidenti colli di bottiglia allo sviluppo pacifico e democratico delle società civili contemporanee. Ciò vale anche più, in senso teorico e non solo, quando la maggioranza si configuri in concreto come una minoranza, come detto; ancora maggiormente vale se si considera come il sistema di elezione popolare di tale maggioranza/minoranza presenti a sua volta delle enormi criticità, avendo già esso in seno, per di più, elementi sostanzialmente antidemocratici. Ovvero, ad esempio, collegi blindati, liste bloccate, nomi imposti e così via, tutte cose molto note (almeno dovrebbero esserlo) agli elettori italiani. E tutto ciò senza considerare la parallela questione della qualità (culturale e non solo) dell’elettorato, che ci porterebbe verso spazi di disquisizione fin troppo vasti.

Dunque? Può essere che la democrazia, per eccesso di sé stessa, finisca per autodegradarsi e sfinirsi, partorendo (come in Alien!) una paradossale e inquietante creatura tirannica o, quanto meno, che finisca ostaggio di forze e idee politiche ostili ad essa? E dove un sistema democratico può (deve) fissare il limite tra democrazia e autocrazia? Può essere che, di contro, anch’essa come tutte le cose patisca il passare del tempo e delle società e abbisogni d’un necessario rinnovamento? Nel caso, quale? Oppure, può essere che la democrazia per come l’abbiamo intesa fino a oggi, nonostante i “successi” storici abbia fatto il suo tempo e ci sia bisogno d’una nuova forma di governo ben più salvaguardante i diritti, le libertà e il progresso delle società?

Sono domande genuine, sia chiaro, senza alcuna retorica o spirito polemico, che chiunque scelga di dare ancora credito al sistema democratico vigente – o a quella parte che ancora prevede il consenso popolare – dovrebbe porsi, io credo. Fosse solo per legittimare verso sé stesso e verso la società civile della quale si fa parte la bontà e l’utilità del proprio voto.

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La massa ha centomila occhi ma è cieca – e non sa più ridere (Giovannino Guareschi dixit)

Per noi l’unico vero nemico del nostro popolo è la retorica. La retorica ubriaca le masse, di qualunque colore esse siano, e le spinge a ricadere in errori fatali. Retorica, divismo e mancanza di senso dell’umorismo: ecco i nostri più grandi guai. […] Ho il terrore della massa: la massa ha centomila occhi ma è cieca.

(Giovannino Guareschi, L’Umorismo, Edizioni L’Ora d’Oro, Poschiavo, 2015)

Una delle prerogative peculiari dei più grandi pensatori d’ogni epoca – siano essi, artisti, letterati, scienziati o che altro – è quella di essere sempre almeno un passo avanti rispetto allo spazio-tempo che hanno intorno, se non di più d’uno. E tale “spazio-tempo”, inteso come la dimensione nella quale si manifesta la realtà quotidiana e il vissuto collettivo, può essere ben osservato, studiato, compreso e dunque superato (ovvero seppellito, “bakuninianamente” parlando) da poche cose che abbiano la stessa efficacia della risata, dell’ironia, dell’umorismo – lo sostengo da sempre.

Posto ciò, Giovannino Guareschi sosteneva che la prerogativa dei grandi umoristi – e dell’umorismo in generale – era “vedere oggi con gli occhi di domani: esattamente quanto ho appena affermato, ovvero la riprova della potenza dell’umorismo, della sua insuperabile capacità di andare oltre o al di sopra della realtà quotidiana per osservarla meglio di ogni altra cosa e, attraverso la risata, renderla palese e comprensibile in modo altrettanto insuperabilmente efficace.

Non a caso la massa, quando pur con tutti i suoi centomila occhi diventa cieca, perde pure la capacità di ridere: del mondo che ha intorno ma ancor più di sé stessa. Quando ciò accade, è il segnale che la situazione è grave in modo quasi irreversibile.

P.S.: cliccate sull’immagine per saperne di più riguardo il libro da cui è tratta la citazione, oppure cliccate anche qui.

Un libro di pietra che cade in rovina. Il degrado del Sacrario di Redipuglia e la meschina indifferenza verso la storia di una nazione senza memoria.

La storia è cultura, inutile affermarlo, e “cultura” significa anche ricordo, rimembranza degli eventi che la storia custodisce e per i quali il tempo dona la facoltà di consentirci l’assimilazione del significato e del senso storico, nonché il superamento delle matrici di fondo, siano positive ovvero, e soprattutto, negative o in qualche modo infauste. Si può dire che da sempre la storia passata viene “raccontata”, oltre che dalle parole, dalle testimonianze monumentali che vengono edificate: certamente spesso intrise di retorica anche bieca se non in certi casi riprovevole, di enfasi patriottica (o pseudo-tale) francamente a volte ridondante e tronfia, non si può tuttavia ignorare che, appunto, tali monumenti rappresentano veri e propri libri di storia all’aperto, le cui vicende vengono narrate non da testi e parole ma da alberi, aiuole, costruzioni, architetture e pietre più o meno artistiche capaci di generare nell’animo del visitatore emozioni e sentimenti certamente vividi e autentici. Poi, ribadisco, si potrà essere più o meno concordi con il messaggio commemorativo che questi monumenti trasmettono, con le motivazioni per le quali sono stati edificati e con il senso che oggi, a distanza di decenni, possono ancora conservare, ma ciò non toglie che raccontano un pezzo di storia, e spesso una storia dalla quale, nel bene e nel male, la nostra società attuale deriva.
Posto ciò, trovo del tutto deprecabile lo stato di degrado e di sostanziale abbandono nel quale versa il Sacrario Militare di Redipuglia, il più grande d’Italia e uno dei maggiori al mondo, in cui sono tumulati i resti di oltre 100.000 combattenti della Prima Guerra Mondiale (e tra di essi una sola donna, Margherita Kaiser Parodi Orlando, una crocerossina di 21 anni), molti dei quali morti proprio sulle colline ove il Sacrario è stato costruito. Redipuglia è anche il monumento italiano che ricorda simbolicamente tutte le vittime del primo conflitto mondiale, con un’apposita cerimonia che qui si tiene il 4 Novembre di ogni anno. Un tempo gestito direttamente da un apposito distaccamento dell’Esercito, ora è passato sotto l’amministrazione della Redipuglia_ossa_photoprovincia di Gorizia ma, appunto, le solite mancanze all’italiana – soldi in primis, poi personale, attrezzature e, cosa più grave in assoluto, volontà politica – ne stanno provocando un degrado inesorabile: si veda, nella eloquente foto qui sopra, addirittura le lapidi rotte entro le quali si scorgono i resti mortali conservati… A tal punto, sarebbe più “onorevole”, o meno indegno, radere al suolo tutto quanto e tanti saluti.
Ora, al di là di qualsivoglia parere, considerazione e posizione di matrice retorico/politica, quanto mai lontana dallo scrivente (in fondo lo stesso Sacrario è un esempio notevole della tipica retorica architettonica fascista) e del senso primigenio e attuale dello stesso – è anche una rappresentazione guerresca impressionante tanto quanto spaventosa, per come lo schieramento delle lapidi ricordi quello d’una armata pronta all’attacco, con gli ufficiali sepolti nelle prime file e la truppa dietro – non si può ignorare che nel monumento si trovano le spoglie di uomini morti in battaglia, chissà con quali atroci sofferenze, nella maggior parte dei casi costretti a lasciare le proprie vite quotidiane per diventare soldati con animo – credo di non sbagliare nell’affermare ciò – sicuramente non felice, anzi… Persone, insomma, che sono morte in un periodo tetro della nostra storia recente ma le quali, nel bene e nel male, rappresentano i costruttori di una parte del percorso storico e sociale che porta direttamente al presente e alle nostre attuali vite quotidiane. Il Sacrario narra, per così dire, le loro vite e, soprattutto, il loro contributo alla generazione della storia che noi oggi viviamo. Storia magari giusta, magari sbagliatissima, ma lo ripeto di nuovo: non è questo ciò che conta. Semmai è una questione di cultura, autentica cultura appunto: e una questione di preservazione della storia come inconfondibile monito ai posteri, di ineludibile senso civico, di comprensione sociologica e antropologica della vicenda narrata da quel monumentale “libro” di pietra e, ultimo ma non ultimo, di rispetto per la tragedia che l’impressionante numero di lapidi del Sacrario rende così suggestivamente vivida. Lasciare che venga cancellata, dunque eliminata anche dalla memoria collettiva, è pura ottusità sociopolitica che solo una classe dirigente mentecatta potrebbe mettere in atto.
L’anno prossimo, 2014, ricorrerà il centenario dello scoppio della Prima Guerra Mondiale: già molti paesi in Europa stanno preparando consone e significative commemorazioni, con relativo stanziamento di fondi governativi (la Gran Bretagna, giusto per citare un esempio, ha stanziato 59 milioni di Sterline, pari a 50 milioni di Euro). C’è da augurarsi che entro tale ricorrenza la situazione di Redipuglia possa finalmente essere risolta e in modo pregevole, anche perché uno stato che disdegna la conservazione e la promozione del ricordo della propria storia – la quale, bella o brutta che sia, sempre storia propria è! – non può certo dirsi realmente “civile” e, al contrario, facilmente diventa promotore della propria irrefrenabile decadenza.