L’unico “razzismo” necessario

Le idee, le parole, le azioni dei razzisti rappresentano sempre di più la migliore giustificazione per l’unico “razzismo” veramente necessario e inderogabile: quello contro loro stessi.
Inderogabile tanto quanto intransigente: una delle azioni più autenticamente democratiche che si possano mettere in pratica, almeno finché la giustizia faccia – dacché deve fare – il suo corso a sua volta nel modo più intransigente e duro, per non rischiare di poter essere considerata complice di quel male.

Su questo pianeta

[Foto di Paolo Trabattoni da Pixabay.]
In verità, su questo pianeta, il clima si sta rapidamente riscaldando ma l’umanità si sta con uguale (o forse maggiore) rapidità raffreddando.
E le due cose non si bilanciano affatto, anzi.
Già.

P.S.: e poi, qualche giorno dopo aver scritto questo post, ecco cosa mi ritrovo a leggere: clic. Un caso, ovviamente.

Oggi è la giornata contro la violenza sulle donne

Oggi, 26 novembre, è la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne.

Come dite? Era ieri, invece?

Sicuri?

Sicuri che non lo sia oggi, 26 novembre, e domani 27, e il 28 e il 29 e ogni altro giorno dell’anno?

Sicuri che non debba essere sempre, una tale giornata, ovvero che non debba essere mai più registrato alcun femminicidio in nessun giorno dell’anno?

Perché finché ce ne sarà anche solo uno, di caso, la questione resterà aperta e nessuna sconfitta di una barbarie così spaventosa potrà essere annunciata – non è una questione di statistiche, in fondo, di aumenti o diminuzioni dei femminicidi, di trend e quant’altro: ne basta solo uno, di caso, per rimarcare la gravità del fenomeno.

D’altro canto l’Italia è un paese nel quale quasi il 24% delle persone pensa che i casi di violenza siano da imputare a come le donne si vestono. Quasi un quarto della popolazione, nel 2019, in un paese che si dice “progredito”. Uno schifo che va risolto in modo del tutto drastico dal punto di vista culturale, perché è evidente che qui le pene più o meno pesanti non contano ma deve contare un radicale – r-a-d-i-c-a-l-e – cambio di cultura in ogni settore della società civile.

Anche per questo ogni giorno dell’anno è la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Per questo, per ogni donna e, ancor più, per ogni uomo.

La “compensazione” di Liliana Segre

(Liliana Segre negli anni ’30 con il padre Alberto, deportato e ucciso ad Auschwitz nel 1944. ©Archivio CDEC [fondo fotografico Segre Liliana – n. 22]. Fonte: Wikipedia Commons.)
Ciò che personalmente mi sconcerta di più, delle vicende recenti che hanno coinvolto – nel bene e nel male – la senatrice Liliana Segre, non è tanto ciò che è accaduto in Senato con la votazione per l’istituzione della Commissione sul razzismo e l’antisemitismo (qui potete leggere il testo della mozione) che, se possibile, dimostra una volta ancora quanto schifosa sia diventata la politica in Italia, e nemmeno la valanga continua di insulti e di messaggi d’odio a cui viene sottoposta sui social, i quali mi paiono del tutto conformi allo stato di degrado culturale della società italiana contemporanea – almeno di quella parte di società antisociale che viene condizionata dai media. Quello che piuttosto trovo tremendamente sconcertante è che tutto questo accada ancora oggi, anno 2019; che accada nonostante la storia recente italiana, la quale fece anche dell’antisemitismo un elemento della tragedia nella quale cadde e con cui rischiò di essere distrutta; e che, anche qui per l’ennesima volta, si fa evidente che l’Italia non è capace di fare i conti con la propria storia. Non è una questione che li voglia fare o meno ma proprio che non sia in grado di farlo, che gli manchino totalmente gli strumenti culturali per attuare una tale operazione, fondamentale per il suo presente e per il futuro, e che non gli passi nemmeno per l’anticamera del cervello, istituzionale e collettivo, di provare a formarseli, quegli strumenti. Tutto ciò rende una figura come Liliana Segre e la sua vicenda umana l’elemento fuori dalla norma, non quegli haters sui social o le strumentalizzazioni deficienti e demenziali della politica riguardo certe tematiche. E nemmeno – per dirne un’altra – quello che io definirei il “carnevale autunnale” di Predappio, nel quale tremila tizi mascherati da fascistoni-cattivoni si sono nuovamente radunati per omaggiare un personaggio la cui vicenda storica ha trasformato a sua volta in una maschera tragica, un evento tanto ridicolo quanto grottesco che non va affatto proibito (come sostiene la stessa Liliana Segre) perché di cose così spassose in giro non ce ne sono poi tante.

Si può sperare, insomma, che l’Italia riesca pur con deprecabile ritardo a farli quei conti con la propria storia e a riequilibrare la memoria collettiva al riguardo? Non so, personalmente sono più pessimista che ottimista ma ho speranza nei giovani i quali, salvo qualche sbandamento inquietante, dimostrano spesso di avere più sale in zucca di molti adulti nonché di avere a disposizione almeno una parte di quegli strumenti culturali atti a migliorare la situazione. Altrimenti, l’unica altra via praticabile è quella per cui la democrazia cessa di essere tale quando sviluppa in se stessa elementi che ne minino il senso e l’esistenza, ergo deve indispensabilmente fornirsi di difese atte a scongiurare questa evenienza: un paradosso solo all’apparenza, dal momento che qualsiasi società presuntamente democratica che permetta quanto sopra in realtà così democratica non lo è affatto ovvero non lo è compiutamente (e quindi non è democrazia comunque). Come scrisse acutamente Walt Whitman, «La democrazia può lasciar crescere rigogliosamente la più fitta distesa di piante e frutti nocivi, mortali – introduce invasori, uno peggiore dell’altro – e quindi ha bisogno di più nuove, più vaste, forti e volonterose compensazioni e spinte.» Ecco, Liliana Segre è certamente una di queste preziose e illuminanti “compensazioni”; gli altri sono solo frutti nocivi e mortali per l’intera società.

Capire pochissimo

Alla fine, una delle più gravi e sconcertanti cause di ciò che ci accade intorno è ben raffigurata nella grafica qui sopra. Quasi un italiano su due – no, dico! Quasi il 50% ovvero quasi la maggioranza assoluta! – capisce pochissimo di ciò che legge, sul web, sui social, sui giornali, ovunque.

Per comprendere cosa significhi, nel dettaglio, il manifestare un livello di comprensione da 1b a 2, date un occhio a questo documento che illustra i vari gradi della cosiddetta scala di literacy – o, nella definizione più ampia, information literacy, definita (su Wikipedia) come «la capacità di identificare, individuare, valutare, organizzare, utilizzare e comunicare le informazioni.» In soldoni, vuol dire che quasi un italiano su due che legge ad esempio un articolo su un media d’informazione che spiega un certo fatto, capisce solo le parti più ovvie e facili che però poi fatica a mettere in relazione l’una con l’altra e ancor più a trarne informazioni utili e considerazioni ovvero opinioni proprie (inevitabilmente, d’altro canto, non recependo i dati con i quali formularsele); tutto il resto dell’articolo lo perde, come se fosse scritto in una lingua pressoché sconosciuta.

Posto ciò, e soprattutto posta la diffusione drammatica di questa così grave mancanza intellettiva e culturale (denunciata dagli esperti già da tanto tempo ma andata viepiù peggiorando, negli anni), viene purtroppo assai facile spiegarsi il perché di numerosi situazioni sconcertanti che la contemporaneità presenta, e come mai siano di così ostica risoluzione. Non ci si scappa, insomma, se non attraverso una monumentale opera di rieducazione culturale che, forse, è già oltre le possibilità di attuazione. Ma, ovviamente, ciò non significa che non sia comunque da avviare, se non si vuole restare ostaggi su una nave che sta per affondare urlando l’allarme per il pericolo in corso ma avendo intorno gli altri passeggeri che ti dicono di guardare quant’è bello il tramonto, però!