La Terra esaurisce le risorse, l’umanità accumula stupidità

Oggi, 29 luglio, è l’Earth Overshoot Day per l’anno in corso, ovvero la data dalla quale il consumo di risorse da parte dell’uomo eccede ciò che gli ecosistemi della Terra sono in grado di generare per quell’anno. Da oggi, in pratica, l’umanità comincia a consumare più di quello che il pianeta riesce a riformare durante l’anno, bruciando risorse del futuro. Ne avrete certamente letto un po’ ovunque sui media, ma è una notizia che certamente non susciterà chissà qual clamore: magari qualche commento desolato, qualche altro indignato, e poi via, a leggere di sport, di costume o delle ennesime cretinate politiche.

Tutto molto significativo, insomma: è come essere su una nave che sta affondando e, quando si diffonde la notizia di quanto lo scafo si sia ancor più inabissato rispetto a prima, i passeggeri emettano qualche gridolino di paura o tengano per tre-secondi-tre un’espressione angosciata, sul volto, e subito dopo si preoccupino di cosa ci sia di buono nel menù del giorno.

Perché in fondo, che anno dopo anno l’Earth Overshoot Day cada sempre prima – e qui potete constatare la situazione generale nonché quella particolare di ogni paese del mondo – dipende soprattutto dal fatto che ancor prima, e da ancor più tempo, cada l’Earth Overshrug Day: shrug, in inglese fare spallucce, disinteressarsi, fregarsene. Una cosa che, riguardo l’ambiente e la sua salvaguardia per il bene di tutti, l’umanità nella sua maggioranza sta facendo da tanto, troppo tempo.

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La (IN)civiltà umana

Numerosi media internazionali (questo, ad esempio) qualche giorno fa hanno pubblicato le immagini di una inopinata invasione di orsi polari di un villaggio sull’isola artica russa di Novaja Zemlja. Gli animali, gioco forza attirati sull’isola per la sempre maggiore sparizione del ghiaccio polare nonostante la (teoricamente) stagione fredda, loro habitat naturale, e per lo stesso motivo visibilmente affamati, si aggirano tra discariche di immondizia, sperando di trovare qualcosa da mangiare.

Mai gli orsi polari, notoriamente diffidenti e solitari, si sono così avvicinati a degli insediamenti umani, denotando con tale comportamento la loro disperazione. Le foto, in particolare quelle degli orsi che s’aggirano per ignobili cumuli di spazzatura, sono particolarmente toccanti. E “incazzanti”, già: dunque la “mirabile” evoluzione della civiltà umana, quella che si è autoproclamata la più “intelligente” e “avanzata” sul pianeta, comporta tali conseguenze? Provoca questi danni, e la drammatica messa in pericolo di altre creature viventi, costrette a tentare di sopravvivere in mezzo alla merda degli umani? Questo significa essere Sapiens?

Sono domande retoriche, lo so. Basti pensare che si calcola che l’estinzione di almeno il 75% (ma altri dati citano un 90%) delle specie animali dal 1600 ad oggi è causa dell’uomo e dell’attività antropica sul pianeta.

No, mi spiace – e spiace dirlo soprattutto per quegli umani che una coscienza civica, politica, ambientale, etica ce l’hanno (quanti saranno, in tutto?) e sanno comprendere la tragicità di tali situazioni – ma bisogna ammettere che a volte l’unica soluzione per evitare una catastrofe ambientale planetaria non sia che la “civiltà umana” si dia da fare per risolverla, ma che la “civiltà umana” proprio sparisca dal pianeta.

Sparisca, già.

Riscaldamento globale, raffreddamento cerebrale

Due postille personali riguardo la topica apparsa sulla copertina de Il Messaggero dello scorso 5 gennaio, sulla quale in numerosi hanno inesorabilmente ironizzato e polemizzato (qui il sito Butac.it riassume bene la vicenda, inclusa la smentita assai ambigua diffusa dal quotidiano il giorno dopo):

  1. Tra gli innumerevoli figli che la madre dei cretini sforma a getto continuo e, a quanto pare, con crescente frequenza, qualcuno è stato assunto come titolista nelle redazioni dei quotidiani italiani;
  2. Che una tale scempiaggine possa apparire sulla prima pagina di un quotidiano nazionale, senza che nessuno si renda conto della sua tragicomicità, è uno di quegli episodi che, insieme a troppi altri, mi rende assai pessimista sulla reale capacità di comprensione, da parte di molte persone e dell’opinione pubblica in generale, della situazione di cambiamento climatico-ambientale in essere e della portata concreta delle sue conseguenze.

Insomma, non solo non si “allontanano” per nulla i timori per il riscaldamento globale, ma si avvicinano sempre più quelli per il raffreddamento cerebrale di certi individui ovvero per l’ignoranza in diffusione pandemica dacché ben coltivata in tal senso – scientemente o meno.

Il negazionismo climatico sia un crimine contro l’umanità

In tema di cambiamenti climatici e di conseguente drammatico stato di fatto nel quale ci ritroviamo, a fronte dei ripetuti appelli provenienti da più parti scientifiche, culturali e istituzionali (ultimo è quello dell’Istituto Superiore di Sanità) tutti quanti concordi nel sancire la massima urgenza d’intervento per evitare la catastrofe (sempre che il limite non lo si sia già superato, ovviamente), vi sono leader politici di nazioni sovente grandi – dunque assai impattanti sul clima mondiale – che ancora insistono nel non considerare grave la situazione in essere quando non negano che cambiamenti climatici tanto drammatici siano in atto: gli attuali USA, il Brasile col suo nuovo presidente, l’Australia, la sempre ambigua Cina, eccetera. Ciò, nonostante non siano in ballo meri interessi economici o politici ma la nostra stessa vita, ovvero il futuro della razza umana su questo nostro pianeta – l’unico che abbiamo a disposizione, è bene ricordarlo soprattutto a quelle opinioni pubbliche (italiana in testa) che invece sembrano abbastanza menefreghiste sul tema o, quanto meno, del tutto superficiali.

Posta tale drammatica realtà, io credo che se l’ONU fosse un’organizzazione seria e realmente dotata di capacità d’influenza sui governi che ne fanno parte e, in generale, sul presente del pianeta, per di più come organizzatrice delle conferenze COP sul clima (la numero 24 è in corso proprio in questi giorni a Katowice, in Polonia) dovrebbe necessariamente compiere due passi giuridici complementari e fondamentali:

  1. Istituire il reato internazionale di negazionismo climatico a carico dei poteri politici e istituzionali che se ne fanno portatori, per di più inserendolo tra quelli legati ai “crimini contro l’umanità” posto il danno che quelle posizioni politiche, e le azioni che sovente ne derivano, causano concretamente o potenzialmente all’intera popolazione mondiale.
  2. Mettere al bando con la massima risolutezza governi, leader politici e altri soggetti affini che, appunto, sostengano posizioni di negazionismo climatico e promuovano azioni concrete che ignorino i dati scientifici sul cambiamento climatico e sulle conseguenze in corso.

Ecco. Ribadisco: a mio parere queste dovrebbero non solo essere risoluzioni nodali da assumere ufficialmente a livello globale, dunque di ineluttabile competenza dell’ONU, ma pure azioni più che necessarie, direi indilazionabili, vista la situazione che ci troviamo e ci troveremo ad affrontare – e siamo solo all’inizio di essa, per giunta.

Oppure, continuare a fare spallucce, far finta di nulla, felicitarsi che nel bel mezzo dell’inverno vi siano 20° e, magari, pure dare credito e sostenere i suddetti leader politici negazionisti. Per poi finire tutti quanti malissimo, tra vent’anni suppergiù. Che sarebbe poi la sorte più equa e meritata, nel caso.

Siria, oltre ai danni le “beffe”!

Oltre al (terrificante) danno, pure la (malvagia) beffa – se non la più bieca farsa, in Siria. Mentre il mondo assiste senza fare nulla ai massacri più tremendi dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, tocca pure assistere alle sconcertanti messinscene delle potenze che, sulla pelle del popolo siriano, giocano a fare la guerra ma in realtà coltivano i propri interessi, sovente concordi e reciproci. Perché sembra evidente, per citare solo l’ultimo caso al riguardo e nonostante la propaganda mediatica internazionale intrisa di fake news, che l’attacco anglo-franco-americano di qualche giorno fa sia stato solo una missilistica sceneggiata, ben concordata tra gli attori sul palco (ma fortunatamente qualche organo di informazione che lo evidenzia c’è). Perché è altrettanto evidente che la guerra siriana, dopo 7 anni e quasi 500.000 morti, faccia comodo a tutti quegli “attori”, che la resistenza al potere di Bashar al-Assad, soprannominato non da ieri il “Macellaio di Damasco”, sia gradita a tanti in Occidente (e non solo – senza contare che nessun altro dei suddetti attori in scena è uno stinco di santo, russi/americani in primis), che la questione delle armi chimiche, per dirla alla Flaiano, è grave ma non seria – come se i civili, e i bambini in particolare, non muoiano per colpa delle armi tradizionali le quali invece a quanto pare vanno bene, sono conformi ai trattati internazionali, chiunque le può usare “legittimamente” contro qualsiasi persona inerme, già! – che il Medio Oriente, da decenni a questa parte e invariabilmente, continui a essere la “valvola di sfogo bellico” del mondo da non tappare mai, prima che l’eventuale pace in quella zona finisca per spostare le “guerre giuste” altrove!

Infine – ultima ma non ultima messinscena – non preoccupatevi, che non siamo affatto così vicini alla Terza Guerra Mondiale. Sì, è vero, l’Orologio dell’Apocalisse segna solo pochi minuti alla mezzanotte, ma ciò che per il momento ci può far stare tranquilli, a mio modo di vedere, è proprio la tanto (giustamente) vituperata globalizzazione: contano infatti molto di più e fanno maggiormente guadagnare (i potenti) i movimenti finanziari globali, per ora, che eventuali guerre altrettanto globali; oppure, di contro, possono far ben peggiori danni i primi che cannoni e bombe nonché consentire conquiste territoriali senza nemmeno muovere un soldato (Cina docet). Senza contare che, in fondo, hanno più potere geopolitico certe corporazioni multinazionali che molti governi.

Il tutto, con buona pace della giustizia sociale e delle identità culturali, sacrificate sull’altare del (presunto) benessere globale consumista-mondialista; d’altra parte temo che l’uomo – che ancora continua a definirsi (homo) sapiens chissà su quali basi effettive, in troppi casi – finirebbe altrimenti per guerreggiare e annientarsi nel giro di breve tempo. E non è detto che non lo faccia comunque, prima o poi: magari quando quegli inimmaginabili flussi di denaro si interromperanno per decisione di qualcuno, o più banalmente quando una parte di mondo avrà degli smartphone meno avanzati dell’altra parte, ecco.