Una pandemia di “forse”

[Cliccate sull’immagine per conoscerne la fonte.]
Ci sono troppi “forse”, in questa pandemia. Troppi verbi condizionali, troppi dati numerici blaterati senza senso, troppe opinioni presentate come verità ma basate su astrattezze, troppe previsioni ricolme di imprevisti, troppa incoscienza spacciata per “scienza”. Ancora adesso, dopo così tanti mesi.

E può essere comprensibile che tutt’oggi non si abbiano reali certezze, sul Covid, ma allora perché continuare a diffondere pubblicamente, da parte di troppi, parole che nel concreto risultano quanto meno pleonastiche se non inutili, e dietro le quali molti – i politici in primis – cercando di nascondere la loro inadeguatezza?

Se non si è certi di qualcosa e si è consci che le parole pubblicamente spese influenzano la società civile nelle idee e nelle azioni, ben conoscendo poi l’incapacità dei media di offrire una corretta informazione, è meglio restare in silenzio. Oppure ammettere, con ammirevole sincerità, di non poter dare le informazioni richieste per mancanza di dati certi e oggettivi. Altrimenti anche così, in effetti, si “aiuta” il coronavirus a diffondersi pandemicamente: proprio ciò che sta di nuovo succedendo, già.

Le notizie

[Immagine tratta da qui.]

La gente confonde quello che legge nei quotidiani con le notizie.

(A. J. Liebling sul The New Yorker, 7 aprile 1956.)

Preveggenze, già. Liebling scrisse questa cosa nel 1956: è un altro che aveva capito benissimo, in tal caso, come sarebbe finita l’informazione – già ci stava finendo allora, nello stato di decadenza nel quale oggi pare inesorabilmente precipitata. E nel ’56 non c’era internet, non c’erano i social, la TV era ancora un media giovane e i giornali godevano ancora di una buona reputazione. Ma, evidentemente, l’analfabetismo funzionale si stava già sviluppando e diffondendo, fino alla tremenda “pandemia” contemporanea – perché la trasmissione è assai simile a quella di un virus, come possiamo ben constatare oggi.

Non c’è solo il Covid-19, già.

Cosa si può dire e cosa no

[Foto di Gerd Altmann da Pixabay]

[…] L’architettura digitale, nella sua ingordigia, ha tramato contro l’intelligenza collettiva o quel poco che ne era rimasto. Lo ha fatto centralizzando le discussioni (mentre Internet era nata e funzionava assai meglio dentro ambienti piccoli e decentralizzati), ha imposto una dieta mediatica basata su brevi rapidi frammenti, lettere maiuscole e frasi apodittiche da preferirsi ad ogni ragionamento estesamente esposto, ha polarizzato i temi ed i toni di ogni discussione privilegiando inevitabilmente le scelte di chi ha saputo piegare il nuovo medium ad immediatezza e brutalità.
Quello che dice di importante la lettera a “Harper’s” di J.K.Rowling, Noam Chomsky, Martin Amis e tanti altri è che il confine fra quello che possiamo e non possiamo dire è da sempre il territorio dell’innovazione culturale e come tale deve essere preservato. È in corso un tentativo reazionario per provare a cancellare ogni diversità. È un ricatto odioso, fatto di parole, che ogni persona amante della libertà dovrà trovare la maniera di combattere.

(Da un bell’articolo di Massimo Mantellini, dal titolo Se ti odio ti cancello, pubblicato nel suo blog su “Il Post” – potete cliccare anche sull’immagine lì sopra, per leggerlo interamente. La lettera citata, firmata da più di 150 tra scrittori, letterati, accademici, giornalisti, artisti, la trovate in originale qui – in inglese, dunque – e tradotta, con commento, in quest’altro articolo de “Il Post”.)

Egovirus

[Henri Poincaré, foto tratta da “Popular Science Monthly”, vol.82. Pubblico dominio, fonte: qui.]
Il professor Mario Capizzi, docente accademico e fisico di chiara fama, ha pubblicato sulla propria pagina facebook – lo scorso 2 giugno – alcune riflessioni che trovo ottime nel descrivere certe situazioni venutesi a creare – anzi, che sono state generate a seguito dell’emergenza per il coronavirus, e che a mia volta, pur da un punto di vista differente e assai meno prestigioso, ho riscontrato. Punto di vista, il mio, che potrei riassumere in modi assai spicci così, prendendo a prestito un noto proverbio: chi non sa tacere, non sa parlare. Ovvero, non sa dire cose importanti, ma dice tanto per dire e mettersi in mostra, quando invece il silenzio, almeno finché non c’è qualcosa di importante da dire, sarebbe molto meglio. E lo dico da scientista, per la cronaca.
Poi, certo, si tratta di un circolo per nulla virtuoso che i media s’impegnano assai a far girare in modo così pericolosamente vorticoso (clic), ma da certe figure di cultura evidente ci si dovrebbe aspettare una maggior attenzione e sagacia, quanto meno. Ecco.

In ogni caso, la parola al professor Capizzi:

In questi tempi in cui epidemiologi e virologi di più o meno chiara fama si affannano a sostenere le tesi più disparate su qualsiasi mezzo di comunicazione che permetta di soddisfare il loro ego e desiderio di visibilità e fama, non posso non ricordare una citazione di Henri Poincarè: “Dubitare di tutto, o credere a tutto, sono due soluzioni altrettanto comode, che ci dispensano entrambe dal riflettere.” Ricordo la fine degli anni 80 del secolo scorso quando la scoperta dei superconduttori ad alta temperatura critica aveva spinto chimici e fisici ad abbandonare quanto stavano facendo, più o meno bene, per rincorrere il treno in corsa cercando di salirci prima che avesse preso troppa velocità. Ne conseguirono una marea di articoli, una grandissima parte degni di oblio, e una corsa a enunciare la propria Verità su giornali e radio pubbliche e private prima che su riviste e congressi scientifici. Infatti, allora come ora, era molto più facile fare osservazioni e dichiarazioni senza contraddittorio, piuttosto che su riviste scientifiche soggette a “peer review” o a congressi scientifici di fronte a sostenitori di tesi diverse. Ricordo poi un’altra citazione di Henri Poincarè “La scienza è fatta di dati, come una casa di pietre. Ma un ammasso di dati non è scienza più di quanto un mucchio di pietre sia una casa” solo per far notare che attualmente i dati stessi sul Covid sono incerti, presi con metodiche non omogenee, quando non ignote, in disaccordo spesso fra loro. Pertanto fare dichiarazioni pubbliche in questo campo è spesso solo un modo per cercare una facile ma effimera pubblicità, nel migliore dei casi, non certo per contribuire a una divulgazione scientifica basata su una ricerca che si dovrebbe supporre essere almeno seria.