Il problema dei talk show televisivi

Il problema fondamentale di certi talk show televisivi (che non guardo dacché non guardo la TV in genere e di ciò sono assai orgoglioso, ma dei quali mi giungono inevitabilmente gli echi dal web) non è che spesso ci vanno personaggi che poi in onda proferiscono stupidaggini clamorose – perché false, intollerabili o irrazionali – ma è che questi personaggi ci vengono invitati perché ci si aspetta da loro che in onda proferiscano stupidaggini. Così, tali personaggi che vengono invitati nei suddetti talk show televisivi ci vanno ben sapendo che ci si aspetta da loro qualche clamorosa sparata e che se viceversa non ne proferissero facilmente non verrebbero più invitati, quindi vi si adeguano inesorabilmente: per tutto ciò, al pubblico di questi talk show televisivi è stata ormai instillata l’aspettativa di poter ascoltare qualche clamorosa sparata da certi personaggi invitati all’uopo che se al contrario non ascoltassero farebbe perdere loro buona parte dell’interesse verso siffatti talk show.

Insomma, per riassumere in breve il concetto: il problema fondamentale di certi talk show televisivi è certi talk show televisivi. Ecco.

N.B.: è un problema risaputo, lo so, non sto scoprendo un bel nulla – a parte la costante e vieppiù sconcertante trascuratezza riguardo tale problema da parte di molti, del pubblico in primis.

La debolezza della forza

[Foto di Dmitry Vechorko da Unsplash.]
Spesso dietro un’apparente dimostrazione di “forza” – espressa con le azioni, con le parole dette o scritte oppure con altro – si cela una prova di notevole debolezza – mentale, emotiva, intellettuale – che con quella forza si vorrebbe celare ma in realtà finendo per palesarla ancora di più. E mentre la vera forza col suo manifestarsi costruisce da subito qualcosa di positivo, per se stessa e per ciò che ha intorno, la forza apparente e fasulla cagiona immediatamente danni, a ciò che ha intorno e poi a se stessa. Per cui, nel constatare il comportamento di certi individui che urlano, sbraitano, denigrano, insultano, additano inquisitori, odiano, prevaricano, c’è soltanto da vedere una dimostrazione di miserrima, meschina debolezza e un’indubitabile richiesta di aiuto, come di chi si sia messo a correre sulla superficie d’un lago gelato pur a fronte dei cartelli di pericolo e, caduto nell’acqua gelida per l’inesorabile rottura del ghiaccio, si metta a insultare rabbiosamente il mondo intero dal quale ancora nessuno gli abbia lanciato un salvagente. Così rappreso nella propria tenebra mentale da non capire che, facendo in quel modo, chiunque vorrebbe gettargli il salvagente potrebbe alla fine anche cambiare idea e ritenere che, a conti fatti, così debbano andare le cose.

D’altro canto sono cose risapute da sempre, queste: come una volta si usava dire dalle mie parti, «Quèl ché gà püse tórt èl vusa sèmper püse fórt» ovvero quelli che hanno più torto, che le sparano più grosse (in ogni senso), sono pure quelli che urlano più forte degli altri. Dimostrando così di provare il terrore profondo che nessuno li possa ascoltare, non avendo nulla di importante o di sensato da dire. Ecco, fine.

 

L’irrefrenabile pandemia delle parole

P.S. (Pre Scriptum): scrivevo il post sottostante più di nove mesi fa, a marzo 2021, e mi pare che ancora oggi, forse anche più di allora, sia assolutamente, drammaticamente valido. E non mi sembra che siano in vista sviluppi positivi al riguardo: troppi sulla pandemia di parole inutili intorno al Covid ci stanno marciando – e magari pure guadagnando – alla grande. D’altro canto, da che mondo è mondo per le malattie prima o poi la cura la si trova, per certi cinismi e cert’altre meschinità è ben più difficile, purtroppo.

Comunque, se fin dall’inizio della pandemia la scienza si è impegnata nell’indagare la correlazione tra inquinamento atmosferico e diffusione del Covid-19, trovando significativi riscontri oggetto di un articolato dibattito scientifico (qui trovate una buona cronaca al riguardo), io credo che sarebbe finalmente il caso di indagare anche la correlazione tra propagazione del Coronavirus e sproloquiare mediatico, già. Dacché una cosa che io ritengo pressoché inconfutabile, generata dalla pandemia in corso, è stata l’aumento spropositato di parole a vanvera da parte di chiunque (o quasi) si sia ritrovato a parlare ad un media pubblico, le quali hanno generato un tale caos comunicativo e informativo da – io credo – aver influito inesorabilmente sulla situazione dei contagi rilevata in questi mesi.

Solo che io, be’, non sono virologo, epidemiologo, medico, scienziato o che altro, dunque mi verrebbe da invocare, alla comunità scientifica, la suddetta ricerca obiettiva e razionale al fine di comprendere meglio la questione. Una ricerca necessaria proprio in forza dell’irrazionalità della comunicazione che abbiamo subìto in questo ultimo anno, ecco.

Detto ciò, temo poi che anche stavolta da una tale ricerca e dalle sue potenziali evidenze non sapremo imparare nulla di buono e utile per il futuro: ma qui si tratta di un altro tipo di “pandemia”, di natura mentale, ormai congenita nell’uomo contemporaneo. Purtroppo.

Un bel regalo di Natale

[Manomatic, street artwork nella città di Bailén per il progetto di arte urbana Murales Concencia. Immagine tratta dal web.]

Se trascuriamo i bambini (i quali non sanno abbastanza per formulare le domande importanti), ben pochi di noi spendono molto tempo a chiedersi perché la natura sia così com’è; da dove sia venuto il cosmo, o se esista da sempre; se un giorno il tempo comincerà a scorrere all’indietro e gli effetti precederanno le cause; o se ci siano limiti ultimi a ciò che gli esseri umani possono conoscere. […] Eppure, la più rimarchevole proprietà dell’universo è di aver generato creature in grado di porre domande.

[Stephen HawkingDal big bang ai buchi neri. Breve storia del tempo, BUR Rizzoli, 1998.]

Ecco, tra millemila consigli natalizi che in questi giorni vengono sparati a raffica ovunque, questo sarebbe proprio un bel regalo per Natale: domande. Sensate, intelligenti, interessanti, importanti. Perché oggi tutti pensiamo di avere e sapere risposte, ma di domande importanti ne abbiamo? Di quelle che una risposta ce l’hanno (forse) ma probabilmente non immediata e ancor più non mediata – da altri senza argomentazione logica, una risposta da cercare, scoprire, capire

Sarebbe proprio un bel regalo, e utile. A se stessi, soprattutto.

Un augurio (alternativo) per il nuovo anno

[Foto di silviarita da Pixabay.]
Un buon augurio, dal mio punto di vista, per il nuovo anno?

Be’, a parte quello ovvio e ineludibile sulla situazione sanitaria e sulla sua definitiva risoluzione, direi che sarebbe bello, e me lo auguro, se nell’anno appena iniziato la gente cominciasse a credere di più all’esistenza degli elfi e dei folletti nei boschi oppure alle antiche leggende di draghi e creature misteriose o, che ne so, all’apparizione del Diavolo presso certi ponti particolarmente impressionanti eccetera, e credesse molto meno a politici e politicanti, opinionisti farlocchi, “fakenewsisti” professionisti, imbonitori mediatici d’ogni sorta, influencer social da strapazzo e tutti quegli altri personaggi opinabili, ridicoli, grotteschi, biechi e non poco pericolosi ai quali viene data troppa importanza acuendone l’influenza, con risultati a dir poco agghiaccianti.

Ecco, se ciò accadesse, credo che il nostro mondo nel 2021 potrebbe diventare un posto ben più posato, concreto, realista, coi piedi per terra e la mente libera da traveggole di quanto invece ad oggi è. Con gli elfi e i folletti e tutto il resto, sì: cose molto più “attendibili”, per molti versi, di quei personaggi appena citati e delle tante scempiaggini di varia natura che vogliono far credere. Già.

Insomma: auguri, che questo nuovo anno possa esservi in un modo o nell’altro proficuo. Tanto, poi, «Se qualcosa può andare storto, lo farà». La Legge di Murphy varrà anche nel 2021 come in ogni altro anno trascorso, statene certi! 😄