L’irrefrenabile pandemia delle parole

P.S. (Pre Scriptum): scrivevo il post sottostante più di nove mesi fa, a marzo 2021, e mi pare che ancora oggi, forse anche più di allora, sia assolutamente, drammaticamente valido. E non mi sembra che siano in vista sviluppi positivi al riguardo: troppi sulla pandemia di parole inutili intorno al Covid ci stanno marciando – e magari pure guadagnando – alla grande. D’altro canto, da che mondo è mondo per le malattie prima o poi la cura la si trova, per certi cinismi e cert’altre meschinità è ben più difficile, purtroppo.

Comunque, se fin dall’inizio della pandemia la scienza si è impegnata nell’indagare la correlazione tra inquinamento atmosferico e diffusione del Covid-19, trovando significativi riscontri oggetto di un articolato dibattito scientifico (qui trovate una buona cronaca al riguardo), io credo che sarebbe finalmente il caso di indagare anche la correlazione tra propagazione del Coronavirus e sproloquiare mediatico, già. Dacché una cosa che io ritengo pressoché inconfutabile, generata dalla pandemia in corso, è stata l’aumento spropositato di parole a vanvera da parte di chiunque (o quasi) si sia ritrovato a parlare ad un media pubblico, le quali hanno generato un tale caos comunicativo e informativo da – io credo – aver influito inesorabilmente sulla situazione dei contagi rilevata in questi mesi.

Solo che io, be’, non sono virologo, epidemiologo, medico, scienziato o che altro, dunque mi verrebbe da invocare, alla comunità scientifica, la suddetta ricerca obiettiva e razionale al fine di comprendere meglio la questione. Una ricerca necessaria proprio in forza dell’irrazionalità della comunicazione che abbiamo subìto in questo ultimo anno, ecco.

Detto ciò, temo poi che anche stavolta da una tale ricerca e dalle sue potenziali evidenze non sapremo imparare nulla di buono e utile per il futuro: ma qui si tratta di un altro tipo di “pandemia”, di natura mentale, ormai congenita nell’uomo contemporaneo. Purtroppo.

Un test per i No vax

[Immagine tratta da qui.]
Eppure io dico che ai “No vax” e ai cospirazionisti del Covid, ovvero a quello che sostengono, bisogna dare credito, già. Nel senso che la loro opinione, da essi ritenuta assolutamente fondata e innegabile, credo che debba testata e, posta tale loro suprema certezza, penso proprio che saranno essi stessi i primi a felicitarsi di poter essere messi alla prova.

Un test che in fondo è estremamente semplice da compiere: si portino queste persone in mezzo a focolai di Covid-19 oppure dentro le terapie intensive che ospitano malati di Covid (per come lo certifichino medici e scienziati) e si mantengano in loco per il tempo necessario. Essendo tutto ciò un’invenzione o una simulazione di quei medici e di quegli scienziati, in base alla loro opinione, non opporranno alcun diniego a sottoporsi a questa prova, appunto. Se non si ammaleranno o se contrarranno tutt’al più una normale influenza, come di frequente ritengono sia il Covid, può essere che abbiano ragione. Se invece si ammaleranno e, non essendo vaccinati, subiranno le peggiori conseguenze derivanti dal contagio, be’, purtroppo sarà che hanno avuto torto e amen.

In tal caso, buon per loro, resterà comunque qualcosa per il quale non servirà il vaccino e tanto meno il Green Pass:

[Immagine tratta da qui.]

Mascherine e responsabilità

[Foto di danaos-de da Pixabay.]
Comunque, dire all’italiano medio che si può togliere la mascherina ma dimostrando senso di responsabilità è come dire a un orso che può avere accesso a un deposito di miele ma chiedendogli di mettersi a dieta. Ecco.

Il Covid e le (troppe) parole

Comunque, se fin dall’inizio della pandemia la scienza si è impegnata nell’indagare la correlazione tra inquinamento atmosferico e diffusione del Covid-19, trovando significativi riscontri oggetto di un articolato dibattito scientifico (qui trovate una buona cronaca al riguardo), io credo che sarebbe finalmente il caso di indagare anche la correlazione tra propagazione del Coronavirus e sproloquiare mediatico, già. Dacché una cosa che io ritengo pressoché inconfutabile, generata dalla pandemia in corso, è stata l’aumento spropositato di parole a vanvera da parte di chiunque (o quasi) si sia ritrovato a parlare ad un media pubblico, le quali hanno generato un tale caos comunicativo e informativo da – io credo – aver influito inesorabilmente sulla situazione dei contagi rilevata in questi mesi.

Solo che io, be’, non sono virologo, epidemiologo, medico, scienziato o che altro, dunque mi verrebbe da invocare, alla comunità scientifica, la suddetta ricerca obiettiva e razionale al fine di comprendere meglio la questione. Una ricerca necessaria proprio in forza dell’irrazionalità della comunicazione che abbiamo subìto in questo ultimo anno, ecco.

Detto ciò, temo poi che anche stavolta da una tale ricerca e dalle sue potenziali evidenze non sapremo imparare nulla di buono e utile per il futuro: ma qui si tratta di un altro tipo di “pandemia”, di natura mentale, ormai congenita nell’uomo contemporaneo. Purtroppo.

Come sparirebbe il coronavirus

Questo articolo dell’Agi su quanto accadde nel 1969, quando a fronte della pandemia provocata dall’influenza di Hong Kong (no, tranquilli, non se la ricorda quasi nessuno) che fece almeno un milione di morti nel mondo, nulla si fece in quanto a salvaguardia sanitaria delle persone e addirittura negli USA che registrarono 100mila morti si tenne un mega assembramento come l’iconico Festival di Woodstock, cade a fagiolo – l’articolo dell’Agi, intendo dire – su una riflessione che stavo facendo in questi giorni, nel mentre che il coronavirus in Europa “sembra” ormai sul punto di passare e di conseguenza le restrizioni al movimento e ai comportamenti individuali vengono meno. Una riflessione, ovvero una domanda, estremamente elementare, banale, ovvia ma, forse, come a volte accade con le cose troppo ovvie, pure trascurata, ignorata, tralasciata: ma se del coronavirus non si fosse pubblicamente detto tutto ciò che si è detto – e scritto, su qualsivoglia media – il coronavirus sarebbe stato ciò che è stato? O, se si volesse porre la domanda dalla “parte opposta”: se del coronavirus non si parlasse più se non al massimo come notizia ordinaria tra tante altre ugualmente ordinarie, il coronavirus “ci sarebbe” ancora? Quanto impiegherebbe per “scomparire” dalla nostra considerazione ovvero per diventare qualcosa di normale, anche se dovesse pandemicamente permanere e pure a fronte delle restrizioni necessarie al riguardo? Dacché la questione, se non fosse chiara, non è relativa a quanto si è fatto per contenere la pandemia, ma a tutto ciò che vi è stato costruito sopra e intorno.

La questione alla quale fanno riferimento queste mie domande invero è risaputa e annosa: la realtà che diventa reale, cioè che esiste, solo nel momento in cui viene “comunicata” attraverso i media, nei modi che essi scelgono (e impongono) di utilizzare al riguardo e con tutte le conseguenze del caso. Di quante vicende pur fondamentali e a volte gravi i media maggiori decidono di non occuparsi, mantenendole dunque sostanzialmente ignorate dalla gran parte delle persone anche quando sia elementare trovare notizie e dettagli al riguardo altrove, sul web o su altri canali d’informazione?

Ricordo di una discussione di parecchi anni fa, prima dell’avvento del web, quando la televisione era il mezzo di comunicazione primario e fondamentale, nella quale si ipotizzava tra il serio e il faceto un eventuale ritorno del “Messia” sulla Terra, come annunciano le credenze religiose cristiane: come potrebbe fare per annunciarlo all’intero pianeta, di essere tornato? Apparendo con profusione di effetti speciali “divini” da qualche parte? Oscurando i cielo e scagliando folgori? Spandendo nell’aria i più armoniosi cori angelici? No: avrebbe dovuto in TV, ospite di qualche show del sabato sera o di un TG. Altrimenti il suo ritorno sarebbe rimasto un evento tanto particolare quanto ignorato, probabilmente non creduto, rapidamente dimenticato.

Oggi, nell’era della TV spazzatura e dei social imperanti, che dovrebbe fare? Un profilo su Instagram o (se volesse riapparire in Italia) un’ospitata da Bruno Vespa? E se comunque poi la notizia passasse per una fake news?