Decadenze necessarie

Ecco, ci risiamo – ma non c’erano dubbi, al riguardo.

Se qualche giorno fa i credenti della tradizione cristiana hanno celebrato la risurrezione di Gesù, c’è da augurarsi che l’intera società civile possa presto festeggiare la definitiva decadenza di questi suoi ignominiosi (autoproclamati) “rappresentanti” terreni. Anche se, fosse anche solo per il fatto che la loro esistenza rappresenta la più drastica forma di ateismo, dovrebbero essere proprio i credenti cristiani i primi a festeggiare la fine di tale perversa presenza.

Dovrebbero, già.

Cliccate sull’immagine in testa al post oppure qui per leggere l’articolato approfondimento che il portale tio.ch dedica al tema. La situazione italiana è invece al solito ben delineata e denunciata dall’Associazione Rete l’Abuso.

Dio esiste e vive a Bruxelles

Se volete vedere un film tanto originale quanto poco conosciuto, da queste parti, eppure per molti versi notevole, provate con Dio esiste e vive a Bruxelles, del regista belga Jaco van Dormael.
Come dice il titolo (italiano, nell’originale è Le Tout Nouveau Testament), racconta di Dio che vive a Bruxelles ed è – per essere chiari – uno stronzo, un ometto rozzo, viscido e sadico la cui unica attività è causare problemi e dolori agli umani il quale per giunta, al contrario di ciò che si pensa abitualmente, non possiede nemmeno poteri “divini”, appunto. Il figlio maschio è stato crocifisso duemila anni fa, come sostengono le cronache evangeliche, mentre la moglie, pur essendo a sua volta di genesi divina, gli è del tutto sottomessa. La figlia adolescente, invece, si chiama Ea e ha un carattere ben più ribelle: rendendosi conto del sadismo paterno, prima combina un gran casino, inviando via sms a ogni essere umano la data della propria morte, poi gli sfugge (grazie a una lavatrice-teletrasporto ideata dal fratello JC – Jesus Christ, ovviamente) e, reclutando sei nuovi discepoli personali da aggiungere ai dodici del fratello, ne raccoglie le vicende umane con tutte le relative confessioni, emozioni, afflizioni e aspirazioni per compilare un “nuovo Nuovo Testamento” molto più pragmatico, terreno e umano del precedente, per la cui scrittura recluta anche un simpatico senzatetto che diventa il segretario personale della ragazzina. Eppoi c’è il finale che ovviamente non “spoilero”.

Dio esiste e vive a Bruxelles è un film estremamente originale, in certi passaggi divertente e in altri commovente, onirico, surreale, molto poetico e delicato ma altrettanto forte nell’idea offerta dell’entità divina (un’idea con la quale non posso che concordare) la quale alla fine è moooolto umana, in primis nella sua cattiveria (raffigurazione geniale, a ben vedere: l’uomo è fatto “a immagine e somiglianza di Dio”… o viceversa?), con gran fotografia e sublime colonna sonora, un’opera cinematografica che, alla fine, è talmente dissacrante da proporre un’idea di “sacro” e di “divino” molto più umana e umanistica di quelle proposte da qualsiasi religione, senza per questo risultare offensiva al riguardo, anzi, tutto il contrario. A parte che per Dio ma ciò inesorabilmente, forse.

Guardatevelo – lo trovate sulle piattaforme on demand (io l’ho visto su Prime Video) – è un’opera assai suggestiva e fuori dagli schemi che, anche solo per questo, merita senza dubbio di essere vista.

Come sparirebbe il coronavirus

Questo articolo dell’Agi su quanto accadde nel 1969, quando a fronte della pandemia provocata dall’influenza di Hong Kong (no, tranquilli, non se la ricorda quasi nessuno) che fece almeno un milione di morti nel mondo, nulla si fece in quanto a salvaguardia sanitaria delle persone e addirittura negli USA che registrarono 100mila morti si tenne un mega assembramento come l’iconico Festival di Woodstock, cade a fagiolo – l’articolo dell’Agi, intendo dire – su una riflessione che stavo facendo in questi giorni, nel mentre che il coronavirus in Europa “sembra” ormai sul punto di passare e di conseguenza le restrizioni al movimento e ai comportamenti individuali vengono meno. Una riflessione, ovvero una domanda, estremamente elementare, banale, ovvia ma, forse, come a volte accade con le cose troppo ovvie, pure trascurata, ignorata, tralasciata: ma se del coronavirus non si fosse pubblicamente detto tutto ciò che si è detto – e scritto, su qualsivoglia media – il coronavirus sarebbe stato ciò che è stato? O, se si volesse porre la domanda dalla “parte opposta”: se del coronavirus non si parlasse più se non al massimo come notizia ordinaria tra tante altre ugualmente ordinarie, il coronavirus “ci sarebbe” ancora? Quanto impiegherebbe per “scomparire” dalla nostra considerazione ovvero per diventare qualcosa di normale, anche se dovesse pandemicamente permanere e pure a fronte delle restrizioni necessarie al riguardo? Dacché la questione, se non fosse chiara, non è relativa a quanto si è fatto per contenere la pandemia, ma a tutto ciò che vi è stato costruito sopra e intorno.

La questione alla quale fanno riferimento queste mie domande invero è risaputa e annosa: la realtà che diventa reale, cioè che esiste, solo nel momento in cui viene “comunicata” attraverso i media, nei modi che essi scelgono (e impongono) di utilizzare al riguardo e con tutte le conseguenze del caso. Di quante vicende pur fondamentali e a volte gravi i media maggiori decidono di non occuparsi, mantenendole dunque sostanzialmente ignorate dalla gran parte delle persone anche quando sia elementare trovare notizie e dettagli al riguardo altrove, sul web o su altri canali d’informazione?

Ricordo di una discussione di parecchi anni fa, prima dell’avvento del web, quando la televisione era il mezzo di comunicazione primario e fondamentale, nella quale si ipotizzava tra il serio e il faceto un eventuale ritorno del “Messia” sulla Terra, come annunciano le credenze religiose cristiane: come potrebbe fare per annunciarlo all’intero pianeta, di essere tornato? Apparendo con profusione di effetti speciali “divini” da qualche parte? Oscurando i cielo e scagliando folgori? Spandendo nell’aria i più armoniosi cori angelici? No: avrebbe dovuto in TV, ospite di qualche show del sabato sera o di un TG. Altrimenti il suo ritorno sarebbe rimasto un evento tanto particolare quanto ignorato, probabilmente non creduto, rapidamente dimenticato.

Oggi, nell’era della TV spazzatura e dei social imperanti, che dovrebbe fare? Un profilo su Instagram o (se volesse riapparire in Italia) un’ospitata da Bruno Vespa? E se comunque poi la notizia passasse per una fake news?

Il Messia

(P.S. (Pre Scriptum!): è un racconto, il seguente, al momento ancora inedito, che tuttavia farà parte di una raccolta molto – e dico moooooolto – particolare di futura pubblicazione editoriale. Seguite il blog e/o il sito e può essere che a breve ne saprete di più. Per intanto… buona lettura!)

“Sono il Messia, tornato qui sulla Terra per parlare agli uomini.”
Il poliziotto guardò il giovane dai capelli lunghi e dagli abiti strani in modo ancor più storto, dopo quelle parole.
Sì, senza dubbio portarlo in centrale per un controllo era la cosa migliore da fare.
Qui anche il commissario, alla domanda sulle generalità, si sentì rispondere le stesse cose: “Sono il Messia, sono tornato qui sulla Terra per parlare agli uomini”. Il corrispondente del giornale locale, alla centrale per l’ennesimo, stupido fatterello di cronaca, alla vista dello strano tipo pensò: “Be’, un tizio mezzo matto che dice di essere il Messia è certo meglio del solito furto alla solita vecchia rincoglionita… Ci può uscire un articolo interessante!” Ma non fece quasi in tempo a portarlo con sé alla redazione che già la voce si era sparsa, e il caporedattore era stato contattato dalla televisione regionale, la quale avrebbe subito mandato un cronista e un cameraman per un servizio: in fondo il tizio dice di dover parlare a tutti gli uomini, no? E infatti il giovane lungocrinito lo ribadì nuovamente, durante l’intervista, che però venne interrotta prima ancor d’essere conclusa: niente servizio, a quanto pareva la TV di stato aveva acquisito i diritti sulla cosa, e già confezionato un bello show in prime time con esperti, psicologi, prelati e un paio di politici di turno. Una grossa auto nera venne a prendere il giovane, e dopo qualche ora di viaggio gli abbaglianti fari dello studio televisivo gli si accesero davanti. Il direttore di produzione lo squadrò con fare piuttosto scettico, che aumentò a sentire le sue parole: sono il Messia, sono tornato qui sulla Terra per parlare agli uomini… “Senti un po’, mister Messia, tu parli quando la scaletta ti dice di parlare e quando il presentatore ti porge una domanda, ok? Altrimenti zitto e buono, che non stiamo affatto giocando, qui!”
Venne portato al trucco, che subì senza dire nulla, e le soubrette dello show presenti nel camerino risero sonoramente di ciò che anche ad esse egli ripeté. “Ehi bello” gli fece una, “parla a chi ti pare, ma con quella faccia smorta chi vuoi che ti creda?”
Il celebre anchorman presentatore del talk show, elegante tanto quanto inceronato e con incollato addosso un tizio della produzione, non lo degnò nemmeno d’uno sguardo mentre si prodigò in inchini e riverenze ai politici e ai monsignori giunti nel frattempo in studio.
Puntuale, alle 21 lo show ebbe inizio: sigla, presentazioni, sermone del conduttore, messaggi promozionali, gag preconfezionate tra gli ospiti presenti e lo stesso conduttore il quale dopo quasi mezz’ora si rivolse al giovane ospite: allora, lei sostiene di avere qualcosa da dirci, giusto?
Il giovane guardò dritto in camera, e con grande calma disse: “Andate tutti quanti affanculo!