Le comiche geopolitiche

Scusate se mi permetto la seguente osservazione dacché, ribadisco, non mi occupo di “politica” nel senso italico del termine e nemmeno dei suoi rappresentanti, ma leggere sui media degli attuali presidente del consiglio e ministro degli esteri italiani che si “occupano” di crisi internazionali e questioni geopolitiche globali mi fa tornare in mente quella meravigliosa comica di Stanlio e Ollio dal titolo (in italiano)La scala musicale, con i due protagonisti nelle vesti di trasportatori alle prese con un pianoforte da consegnare, il quale alla fine non farà una gran bella fine – e i due nemmeno…

Ecco, questo mi hanno fatto venire in mente.
E con tutto il rispetto del caso, eh! – per gli insuperabili Laurel & Hardy, intendo dire.
Già.

La conquista della saggezza

(Photo credit: Phillip Leonian from New York World-Telegram – Wikimedia Commons, pubblico dominio.)

Anche da giovane non riuscivo a condividere l’opinione che, se la conoscenza è pericolosa, la soluzione ideale risiede nell’ignoranza. Mi è sempre parso, invece, che la risposta autentica a questo problema stia nella saggezza. Non è saggio rifiutarsi di affrontare il pericolo, anche se bisogna farlo con la dovuta cautela. Dopotutto, è questo il senso della sfida posta all’uomo fin da quando un gruppo di primati si evolse nella nostra specie. Qualsiasi innovazione tecnologica può essere pericolosa: il fuoco lo è stato fin dal principio, e il linguaggio ancor di più; si può dire che entrambi siano ancora pericolosi al giorno d’oggi, ma nessun uomo potrebbe dirsi tale senza il fuoco e senza la parola.

(Isaac Asimov, citato da Giuseppe Lippi in I robot dell’alba, Mondadori, 1994.)

L’intelligenza che funziona

Il banco di prova di un’intelligenza di prim’ordine è capacità di tenere due idee opposte in mente nello stesso tempo e, insieme, di conservare la capacità di funzionare.

(Francis Scott Fitzgerald, Racconti dell’età del jazz, Mondadori, 2018.)

Bar Hemingway, Hotel Ritz Paris, 2005. (Photo credit: Pablo Sanchez – CC BY 2.0 [https://creativecommons.org/licenses/by/2.0])
Mi viene da aggiungere – sperando di non apparire così spudorato – che è pure la capacità di mettere in relazione quelle due idee opposte, finanche a trovarne un sunto logico e sostenibile. Dote rarissima, oggi, oppure così poco apprezzata e considerata da sembrare tale.

Berlino, 9 novembre per sempre

Per accontentare i nostri alleati, è stata presa la decisione di aprire i posti di blocco. (…) Se sono stato informato correttamente quest’ordine diventa efficace immediatamente.

Così dichiarava, proprio il giorno 9 novembre del 1989, Günter Schabowski, membro del Politburo del Partito Socialista Unitario della Germania e Ministro della Propaganda della DDR. La fine del Muro di Berlino, insomma, il quale “cadeva” esattamente 30 anni fa.

Io l’ho visto, il Muro di Berlino.
Quel che ne resta, certo, ma che resta assolutamente, profondamente emblematico.
L’ho visto – da tanto volevo andare a vederlo, intuivo che fosse qualcosa da fare per chiunque nella vita, almeno una volta – l’ho toccato, l’ho osservato nel contesto urbano in cui venne calato con la forza, mi ci sono messo davanti per far che i miei occhi vedessero solo cemento grigio e niente altro. E ho visitato alcuni luoghi museali e di rimembranza che ne raccontano la storia e le vicende di chi vi rimase imprigionato o cercò di superarlo, frequentemente a costo della vita.

(Photo credit: https://pixabay.com/it/users/k3cooosvp488hntf-525908/)

Berlino è una città bellissima e affascinante, ricca di arte, cultura, luoghi storici fondamentali, angoli meravigliosi, musei, gallerie d’arte, locali unici al mondo. Ma, io credo, chiunque dovrebbe recarsi almeno una volta a Berlino per entrare direttamente in contatto – un contatto fisico e insieme spirituale – con la storia del Muro di Berlino, una delle più sconcertanti follie mai messe in atto dal genere umano. Chiunque dovrebbe recarsi in città, magari in uno di quei luoghi ove qualche brandello del muro originario sia ancora in piedi, e toccarlo, sentire la ruvidezza del suo cemento sulle mani, cercare di percepire cosa ancora quei pezzi diroccati di sbarramento abbiano da raccontare – ed è ancora tantissimo, io credo, e molto esplicativo.

Chiunque dovrebbe farlo, per se stesso, per i propri figli, per il futuro della civiltà umana. E magari spendere ancora una mezza giornata in un museo o in uno spazio culturale che conservi in modo vivido e attivo la memoria di quella follia assoluta e di tutto ciò che ne conseguì fino a quel 9 novembre di trent’anni fa. Sono certissimo che, se chiunque sapesse fare ciò, e ne comprendesse l’importanza, il nostro mondo sarebbe molto migliore di quanto sia e il senso di quel giorno di libertà si potrebbe perpetuare vivido e benefico, a vantaggio della vita libera di tutti noi, per sempre.

(La foto in testa al post è ovviamente del sottoscritto: fateci clic sopra…)

Sui brutti “filmoni” di oggi

(Image credit: https://www.flickr.com/photos/laruloteca Rulo [CC BY-SA 2.0 – https://creativecommons.org/licenses/by-sa/2.0%5D)
Ogni qualvolta sento per radio le rubriche di anteprima dei film in uscita, le quali ovviamente presentano le pellicole mainstream, quella da record al botteghino e probabili blockbuster, mi dico che no, a sentir quei trailer radiofonici non mi viene proprio voglia ne di andare al cinema, ne di pensare a una successiva visione casalinga. Ammetto di non essere un gran cinefilo e tendo a dare la colpa di ciò alla mia gran passione per la lettura dei (buoni) libri, la quale dai testi letti mi suscita visioni mentali e relativi moti d’animo che difficilmente riscontro nella visione di tanti film. Inutile dire che ciò vale per me, è un’impressione assolutamente personale.

Tuttavia, leggere cosa pensa il grande Martin Scorsese del cinema moderno per certi versi – se così posso dire – mi “rincuora”, perché quanto affermato da Scorsese (qui ne parla “Il Post”) è assai attinente al mio pensiero al riguardo. Questa una delle sue osservazioni:

Non li guardo. Ci ho provato, sai? Ma non sono cinema. Sinceramente, la cosa a cui mi fanno pensare – pur ammettendo quanto bene sono fatti e come gli attori riescano comunque a tirarne fuori il meglio possibile – sono i parchi a tema. Quei film non sono un cinema fatto da esseri umani che provano a trasmettere emozioni ed esperienze psicologiche ad altri esseri umani.

Ecco. Proprio così. Se la cinematografia è un’arte, come lo è pienamente, molti dei filmoni moderni non sono arte ma mero intrattenimento commerciale se non consumista. Fatto benissimo, spettacolare, avvincente, ma non è arte cinematografica. Il paragone di Scorsese dei parchi a tema calza a pennello: un po’ come mettere a confronto un castello storico (qui, per dire, c’è un elenco di 20 dei più bei castelli italiani) con il castello di Disneyland: spettacolare ed emozionante ma, sotto ogni punto di vista, non è un vero castello e sfido chiunque a dire che non sia così.

Di contro, continuando a preferire di gran lunga di spendere il mio tempo libero nella lettura dei libri piuttosto che in altre attività, scelgo semmai di vedere qualche film di qualità del passato oppure qualche pellicola italiana – una cinematografia, quella nostrana, che annovera cose pessime ma pure opere notevoli e di ottimo livello, che usualmente non godono quasi mai di grande attenzione dai media e dal pubblico.

Chiudo questa mia riflessione come chiude l’articolo de “Il Post” e come, suppongo, chiosa amaramente lo stesso Scorsese:

Per chiunque sogni di fare film o stia appena iniziando a farli, il contesto è crudele e desolato. E anche solo scrivere queste parole mi riempie di tremenda tristezza.