Leggere libri a bordo di astronavi interstellari

Anno 2374. Jean-Luc Picard, comandante dell’astronave USS Enterprise NCC-1701-E, legge un libro cartaceo nei propri alloggi sul ponte 4 di bordo durante un viaggio interstellare. (https://it.wikipedia.org/wiki/USS_Enterprise_(NCC-1701-E)

Resto convinto che tra qualche centinaio di anni, a bordo di una nave interstellare in viaggio superluminale tra le galassie, dopo aver controllato i principali sistemi di bordo e aver dato disposizioni sulla rotta e sul regime a cui impostare il reattore materia/antimateria per ottenere la velocità di curvatura necessaria al viaggio, il capitano si ritirerà nei propri alloggi e prima di un meritato sonno ristoratore leggerà un romanzo su… un libro cartaceo.

Sì, un libro di carta, come quelli di oggi, come quelli che da secoli nella nostra mente corrispondono nell’immagine oggettiva e nella relativa cultura al termine “libro”. Niente libri elettronici, no.

Attenzione: con la mia piccola fantasia sopra narrata non voglio assolutamente manifestare alcuna opposizione ai libri in formato digitale e ai relativi supporti. Anzi: ben vengano e ben si diffondano, così da promuovere il più possibile la letteratura e l’esercizio della lettura (nella speranza che gli editori la smettano di soffocarne lo sviluppo, però, come già denunciavo qui!) Tuttavia, più passa il tempo e più si solidifica la convinzione che, almeno per il momento – ovvero per questa generazione e per numerose prossime – per “libro” si continuerà ineluttabilmente a intendere l’oggetto cartaceo. Di più: come sostengo spesso, tale articolo rilegato, di carta o cartone o altro di funzionalmente simile e scritto/illustrato con inchiostro, comunque per ancora lungo tempo continuerà a rappresentare l’oggetto culturale per eccellenza, quello che in maniera più immediata, fruibile, economica e popolare rappresenta nel pubblico il senso del termine “cultura” e della relativa diffusione. Un oggetto di valore antropologico, un marcatore referenziale fondamentale per la cultura umana e un segno identitario inconfondibile per la civiltà, il quale, in quanto tale, non può subire alcun processo di obsolescenza né materiale e né immateriale.

Ribadisco: ben vengano i libri digitali ma, per ora e per ancora molto tempo, non scalzeranno affatto la presenza del libro e non ne scalfiranno il suo valore culturale originario semplicemente perché non ne sono e ne saranno in grado (peraltro, leggete un po’ qui che sta accadendo). Lo tengano in conto, i progettisti delle astronavi che tra qualche decennio prenderanno ad andare oltre i limiti del Sistema Solare verso nuovi pianeti e poi ancora più lontano, verso altre stelle e galassie, che un buon scaffale per mettere in ordine i libri di carta a disposizione degli equipaggi a bordo lo dovranno sicuramente predisporre. Ne sono convinto.

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Gli stolti

Immaginatevi il proprietario di un terreno arido ma nel quale si trovi una miniera d’oro e che, a fronte di cotanta ricchezza bell’e pronta, continui a coltivare magre patate… Come lo giudichereste?
Oppure immaginatevi un emiro mediorientale il cui regno abbia il sottosuolo imbevuto di petrolio che, nonostante questa fortuna, si ostini a vendere solo cammelli, o un povero tapino a cui venga lasciato in eredità un patrimonio in denaro di miliardi e miliardi e lui lo tenga nascosto sottoterra per non saper cosa farsene, di tutti questi soldi…

Oppure ancora… immaginatevi una nazione che abbia sul proprio territorio uno dei più grandi e preziosi patrimoni artistici e culturali del mondo e, piuttosto di essere consapevole del suo valore e di come potrebbe renderla tra le più ricche in assoluto, passi il tempo nei centri commercia…

Ah no, un attimo. Questi non serve immaginarseli, esistono davvero.

Può sembrare un paradosso per il Paese che vanta la più alta concentrazione di beni artistici del mondo, eppure gli italiani sono fra i più pigri frequentatori di siti culturali in Europa. Lo dice l’ultima statistica Eurostat: mentre il turismo culturale, anche mordi e fuggi, ha avuto negli ultimi dieci anni un sensibile incremento un po’ dappertutto, in Italia siamo rimasti al palo. Alla domanda «Avete visitato almeno un monumento storico, un museo, una galleria d’arte o un sito archeologico nell’ultimo anno?», solo un italiano su 4 (il 26,1 per cento) risponde di sì, contro una media europea del 43,4 per cento.

(Tratto da questo articolo de Il Corriere.it.)

Amen.

La sQuola ItaGliana

L’Italia si conferma tra i fanalini di coda su scala europea per investimenti in formazione: il 4% del Pil, sotto di quasi un punto percentuale rispetto alla media della Ue (4,9%, pari a una spesa totale di 716 miliardi di euro sul settore) e poco più della metà di quanto investito da Danimarca (7%), Svezia (6,5%) e Belgio (6,4%). È quanto si può apprendere dalla lettura degli ultimi dati Eurostat, riferiti al 2015 e calcolati sul totale di risorse destinate al segmento “education” dai governi nel perimetro dell’Unione, citato in questo articolo de Il Sole24ore.

Per fare un significativo raffronto, la spesa della Germania resta su valori percentuali abbastanza simili a quelli italiani (4,3%). La prospettiva, però, diventa un po’ diversa quando si guarda ai valori assoluti: il governo tedesco mette sul piatto quasi il doppio di noi, 127,4 miliardi di euro contro i 65,1 miliardi dell’Italia.

In parole povere – e se mi è concesso di essere (inevitabilmente) sarcastico – si conferma l’abitudine della politica italiana di sbattersene altamente della qualità dell’istruzione offerta ai cittadini dai vari gradi del sistema scolastico. Il che, sia chiaro, non significa che di principio la scuola italiana sia pessima (anzi!), semmai che la si vuole via via far diventare tale, strategicamente, per inesorabile “deperimento” delle sue virtù.

Non ci si lamenti, dunque, se poi il livello culturale diffuso nella società civile italiana sia infimo. D’altronde, non si può pensare che una pianta cresca rigogliosa se dall’inizio viene piantata (e alimentata) in un terreno reso sempre più sterile e inquinato.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

Uomini che uccidono donne? Tutto apposto, tutto normale!

Un diciassettenne che uccide la propria ragazza sedicenne e ne occulta il cadavere. Un ennesimo femminicidio, l’ultimo di una infinita serie, se possibile ancora più sconcertante vista la giovane età dei coinvolti.
Dunque: articoli sul giornale, servizi in TV, polemiche dacché “si poteva prevedere/evitare”, elencazione di altri casi simili, temporaneo clamore, chiacchiere varie e vane, interesse mediatico rapidamente declinante, silenzio. E nessuna autentica analisi di matrice scientifico-culturale della tragedia, tutt’al più qualche rapida intervista all’esperto di turno. Stop, fine.
Avanti con la prossima donna, e il suo relativo carnefice maschile. Come fosse ineluttabile.

Ecco, voglio ribadire una volta ancora l’impressione che ho in me assai vivida da tempo: il vero problema, il vero nocciolo della questione “femminicidi” – dramma immane senza se e senza ma, al di là di qualsiasi statistica – è che ormai tali tragedie stanno diventando “normali”, “ordinarie”, sovente gli articoli che informano sui casi sono ridotti a trafiletti nelle pagine interne dei giornali e i tiggì nemmeno ne riferiscono (il caso di Lecce fa scalpore per la giovane età della vittima, appunto). Per questo la gente comune – ovvero la cosiddetta “società civile” – sta perdendo la cognizione della loro spaventosa drammaticità, perdendo dunque via via pure gli strumenti culturali per contrastarne la diffusione – l’evidenza di quanto sia drammatica tale perdita di controllo è data proprio dall’espansione dei casi nelle fasce “laterali” della popolazione, ad esempio tra gli adolescenti, come visto. Peraltro, si tratta di strumenti culturali che dovrebbero essere propri di una comunità sociale avanzata ovvero che la società dovrebbe saper formulare e offrire: purtroppo è palese che ciò non avvenga, invece continuamente e cronicamente elargendo, la società stessa, orientamenti sessisti d’ogni sorta che relegano (ovvero imprigionano) implacabilmente la donna nel mero ruolo di oggetto, esponendola al pericolo costante d’un ambiente sociale nel quale non si sa concepire altro.

Come uscire da un tale spaventoso e crescente imbarbarimento? A mio modo di vedere, se ne esce soltanto con una rieducazione di massa che vada a colpire quei gangli antisociali e anticulturali che continuamente generano la condizione più adatta alla manifestazione dei femminicidi: ma è un processo che nel migliore dei casi – cioè in una società capace di recepire una tale rieducazione – può durare qualche generazione, giammai è cosa attuabile dall’oggi al domani. Ovviamente, posto che ci sia la ferma volontà di ogni parte sociale – istituzionale, politica, pubblica, collettiva, individuale – per attuare un processo culturale del genere: in tutta sincerità, a volte mi sorgono forti dubbi che una tale volontà ci sia.

D’altro canto – altra mia ferma convinzione – non possono essere coltivati adeguati strumenti culturali (d’ogni genere) in un terreno al quale si fa di tutto per renderlo sterile di cultura, in ogni senso. Così non fosse, non sarebbe affatto assicurato il dissolvimento della questione “femminicidi” o di qualsiasi altra di simile impatto, ma senza dubbio si agevolerebbe la consapevolezza diffusa della sua autentica portata e, dunque, ne verrebbe supportata la possibile risoluzione.
A meno che si accetti il fatto di vivere in una società nella quale sia “normale” e trascurabile il fatto che da decenni, tutti gli anni, più di 100 donne vengano uccise dai propri compagni. Considerando che, messe da parte le varie opinioni sui casi in diminuzione o le controversie sui dati (tutto profondamente stucchevole e meschino, in verità), anche un solo caso è e sarà sempre troppo.