Come sparirebbe il coronavirus

Questo articolo dell’Agi su quanto accadde nel 1969, quando a fronte della pandemia provocata dall’influenza di Hong Kong (no, tranquilli, non se la ricorda quasi nessuno) che fece almeno un milione di morti nel mondo, nulla si fece in quanto a salvaguardia sanitaria delle persone e addirittura negli USA che registrarono 100mila morti si tenne un mega assembramento come l’iconico Festival di Woodstock, cade a fagiolo – l’articolo dell’Agi, intendo dire – su una riflessione che stavo facendo in questi giorni, nel mentre che il coronavirus in Europa “sembra” ormai sul punto di passare e di conseguenza le restrizioni al movimento e ai comportamenti individuali vengono meno. Una riflessione, ovvero una domanda, estremamente elementare, banale, ovvia ma, forse, come a volte accade con le cose troppo ovvie, pure trascurata, ignorata, tralasciata: ma se del coronavirus non si fosse pubblicamente detto tutto ciò che si è detto – e scritto, su qualsivoglia media – il coronavirus sarebbe stato ciò che è stato? O, se si volesse porre la domanda dalla “parte opposta”: se del coronavirus non si parlasse più se non al massimo come notizia ordinaria tra tante altre ugualmente ordinarie, il coronavirus “ci sarebbe” ancora? Quanto impiegherebbe per “scomparire” dalla nostra considerazione ovvero per diventare qualcosa di normale, anche se dovesse pandemicamente permanere e pure a fronte delle restrizioni necessarie al riguardo? Dacché la questione, se non fosse chiara, non è relativa a quanto si è fatto per contenere la pandemia, ma a tutto ciò che vi è stato costruito sopra e intorno.

La questione alla quale fanno riferimento queste mie domande invero è risaputa e annosa: la realtà che diventa reale, cioè che esiste, solo nel momento in cui viene “comunicata” attraverso i media, nei modi che essi scelgono (e impongono) di utilizzare al riguardo e con tutte le conseguenze del caso. Di quante vicende pur fondamentali e a volte gravi i media maggiori decidono di non occuparsi, mantenendole dunque sostanzialmente ignorate dalla gran parte delle persone anche quando sia elementare trovare notizie e dettagli al riguardo altrove, sul web o su altri canali d’informazione?

Ricordo di una discussione di parecchi anni fa, prima dell’avvento del web, quando la televisione era il mezzo di comunicazione primario e fondamentale, nella quale si ipotizzava tra il serio e il faceto un eventuale ritorno del “Messia” sulla Terra, come annunciano le credenze religiose cristiane: come potrebbe fare per annunciarlo all’intero pianeta, di essere tornato? Apparendo con profusione di effetti speciali “divini” da qualche parte? Oscurando i cielo e scagliando folgori? Spandendo nell’aria i più armoniosi cori angelici? No: avrebbe dovuto in TV, ospite di qualche show del sabato sera o di un TG. Altrimenti il suo ritorno sarebbe rimasto un evento tanto particolare quanto ignorato, probabilmente non creduto, rapidamente dimenticato.

Oggi, nell’era della TV spazzatura e dei social imperanti, che dovrebbe fare? Un profilo su Instagram o (se volesse riapparire in Italia) un’ospitata da Bruno Vespa? E se comunque poi la notizia passasse per una fake news?

Dire cose ai microfoni

Sapete quando vi capita sotto mano una cosa che avete scritto qualche anno fa, la rileggete e vi pare che l’abbiate scritta oggi, ovvero sembra adattissima a qualcosa che oggi sta accadendo e si sta palesando? Ecco. Ma sappiate che, salvo rari casi, non siete tanto bravi voi – io no, almeno – quanto è nella realtà che c’è qualcosa che s’è inceppato o che va storto.
Ad esempio, l’articolo qui sotto lo scrissi più di quattro anni fa e, riguardo il tanto (troppo) blaterare che molti praticano da quando è iniziata l’emergenza coronavirus (clic), mi pare del tutto consono. Già.

microphonesNo, be’, vorrei veramente capire.
Un po’ come la questione su che sia nata prima la gallina o l’uovo, sapete…
Ecco, vorrei capire se certi intellettuali (o pseudo-tali), titolati e/o sedicenti esperti, apprezzati opinionisti, personaggi consumati, uomini di mondo – per non parlare dei politici, certo – proferiscono sovente palesi e sconcertanti scempiaggini perché si ritrovano davanti il microfono di un canale TV o il registratore di un giornalista di qualche “rinomato” quotidiano che la richiedono e non sapendo che dire dicono la prima cosa che passa loro per la mente senza prima farla passare da un qualche sistema di controllo cerebrale (anche per non deludere il relativo interlocutore mediatico, che se non gli si dice qualcosa di “forte” potrebbe rimanere scontento, e con lui i suoi editori), oppure se siffatti tizi proferiscono certe scempiaggini perché proprio le pensano, elaborano, meditano e ne sono così convinti e fieri da non perdere occasione di renderle pubbliche ogni qualvolta si ritrovino davanti il microfono di un canale TV o il registratore di un giornalista di qualche “rinomato” quotidiano i quali ne divengono gli amplificatori, certi che i telespettatori, ascoltatori, lettori non ne saranno delusi.
Senza contare la visibilità mediatica che da entrambe le circostanze deriva, solitamente assai ambita dall’ego (quasi mai ipotrofico) delle suddette figure col microfono davanti.

Ecco, visto la notevole frequenza con cui tali casi si manifestano, siano l’uno o l’altra cosa, mi piacerebbe proprio capirlo.

Il virus che resta nell’aria

[Un’animazione che mostra il cambiamento dei livelli di CO2 in atmosfera durante il lock down per il Coronavirus, dal 1 gennaio al 20 maggio 2020. Fonte: carbonbrief.org]

Il Post”, in un articolo di sabato 23 maggio 2020 intitolato La pandemia ci ha mostrato una cosa spiacevole sul cambiamento climatico, spiega con dovizia di dati e di particolari ciò che viene poi riassunto dal sottotitolo dell’articolo stesso: «la concentrazione di anidride carbonica nell’aria non è cambiata, nonostante le restrizioni, e c’è un motivo». Il motivo, per farla breve (ma non è spoiler, questo, nel senso: leggetelo l’articolo perché merita molto), è che la diminuzione delle emissioni in atmosfera dovuta al lock down per il coronavirus è durata troppo poco tempo, a fronte di una concentrazione della CO2 in atmosfera che è in corso (e in aumento costante) da decenni e le cui variazioni negli effetti si possono registrare sul lungo periodo, non certo nell’arco di qualche settimana. Ciò significa che, finito il lock down e riprese completamente le attività antropiche come prima della comparsa del coronavirus, ai livelli di CO2 non avremo fatto nemmeno il solletico, per dirla in parole semplici.

Come si denota nell’articolo,

I settori in cui si è visto il maggior calo nella produzione di emissioni di CO2 sono quelli di cui si parla quando si parla di scelte individuali, per diminuire l’impatto delle attività umane sul clima: i trasporti in automobile e i voli aerei. Il fatto che nonostante la loro grande diminuzione, anche nel momento di massime restrizioni mondiali, avvenuto all’inizio di aprile, il mondo abbia continuato a produrre più dell’80 per cento delle sue solite emissioni di anidride carbonica, mostra chiaramente che per contrastare il cambiamento non bisogna chiedere ai singoli di cambiare le proprie abitudini, ma portare avanti cambiamenti più radicali nel modo in cui si produce l’energia.

E, in chiusura,

Zeke Hausfather del Breakthrough Institute, un centro studi americano che si occupa di temi ambientali, ha commentato i risultati dello studio dicendo: «A meno che non arrivino cambiamenti strutturali, dobbiamo aspettarci che le emissioni tornino ai livelli precedenti alla pandemia. Non penso che ci sia un lato positivo della COVID-19 per quanto riguarda il clima, a meno che non sfruttiamo la ripresa delle attività come un’occasione per costruire infrastrutture adatte a sostenere un futuro a energia pulita, oltre che come un momento per stimolare l’economia».

Ecco.

Siccome – lo ribadisco – da quando è iniziata l’emergenza coronavirus continuiamo a dire a destra e a manca che «tutto cambierà» e «niente sarà come prima» ma nulla facciamo affinché queste non sia le solite, ennesime parole al vento, probabilmente per lo stesso principio ci dimenticheremo (pur dicendoci tutti quanti “ecologisti”) che, se prima o poi il COVID-19 verrà debellato, quel virus che da ben più tempo ammorba il nostro pianeta che si chiama “riscaldamento globale” il cui agente patogeno è il genere umano – in particolare la sua parte più supponentemente Sapiens – continuerà il suo decorso e la relativa pandemia fino chissà quali sempre peggiori conseguenze. A meno che, esattamente come accaduto per il coronavirus, la civiltà umana non comprenda finalmente, una volta per tutte, di dover agire con uguale risolutezza e impegno per contenere e infine debellare il “virus climatico”, ad esempio con un bel “distanziamento culturale” globale da quel sistema tecnologico, economico e industriale che ha per gran parte generato tale grave situazione, e un consequenziale efficace vaccino composto da un mix di nuove energie, rinnovati stili di vita e differenti visioni politiche glocal, cioè sia planetarie che negli ambiti locali, fino alla primaria sfera individuale. Perché, come viene evidenziato anche nell’articolo de “Il Post”, non basta cambiare i nostri comportamenti se a ciò non si affianca l’impegno di ognuno per chiedere ai reggenti del mondo di cambiare i loro. Questo, senza dubbio, sarebbe un ottimo e proficuo modo di realizzare concretamente il tanto blaterato «niente sarà come prima».

Altrimenti, la capacità di sopravvivere al COVID-19 prima o poi l’avremo, ma della ben più grande e grave minaccia ambientale e climatica resteremo ancora e più di prima in balìa. Vogliamo che niente sarà come prima o che niente sarà mai più?
Ecco, appunto.

«Un idiota alla Casa Bianca»

La graficamente notevolissima e notevolmente emblematica prima pagina del “New York Times” del 24 maggio scorso, che presenta una lista di circa 1.000 persone morte per Covid-19 con relativi brevi necrologi, a rimarcare concretamente la spaventosa gravità della pandemia negli USA – che hanno ormai superato i 100.000 morti – come in nessun altro paese del mondo, mi ha fatto tornare alla mente, chissà come mai, un breve tanto quanto (divenuto) celeberrimo passaggio d’un libro dello scrittore e produttore televisivo (ma pure tra i massimi esperti americani di Shakespeare) Steve Sohmer:

L’America può mandare un uomo sulla Luna, figuriamoci se non possono mettere un idiota alla Casa Bianca.

(da Favorite Son, 1987, ed.it. Gli ultimi nove giorni, traduzione di Vincenzo Mantovani, Rizzoli, Milano, 1988; il passaggio è a pagina 263.)

Sohmer lo scrisse quando alla presidenza degli USA c’era ancora Ronald Reagan ma – ribadisco, chissà come mai – tale affermazione non solo non ha tempo ma risulta quanto mai perfetta proprio in questo periodo.

Chissà perché, già!

Contagi?

[Cliccate sull’immagine per scoprirne la fonte.]
Sia chiaro, lo dico da subito che quanto leggerete qui l’ho scritto (peraltro non in merito all’aspetto scientifico-sanitario, che non mi compete, ma a quello sociologico-culturale) da semplice persona che cerca di rimanere sempre sensibile riguardo a ciò che si sente e si vede in giro, cercando poi di capirci il più possibile e nel modo migliore possibile.

Fatto sta che mi ha fatto parecchio specie sentire oggi, in un’intervista su un canale radio, un bravissimo e per ciò stimato primario di uno degli ospedali del bergamasco, tra le zone più colpite dalla pandemia del coronavirus, sostenere senza mezzi termini la notizia che in Germania, dopo l’allentamento delle restrizioni emergenziali stabilito dal governo federale, l’indice dei contagi sarebbe risalito – addirittura «alle stelle» avrebbe dichiarato qualcuno, ma credo fossero politici e commendatori mediatici che dunque, nel merito e non solo in quello, valgono 0 (zero).

È una notizia in effetti quanto meno scorretta, quella, come spiega bene questo articolo de “Il Post” che si basa sui dati dei prestigiosi e rigorosi Robert Koch Institut (ente federale di ricerca e indagine sulle malattie infettive con sede a Berlino) e Bernhard-Nocht-Institut für Tropenmedizin di Amburgo.

Dunque, questo vorrebbe dire che anche stimati uomini di scienza, pure in posizioni di prestigio, stiano cominciando a fare come i più analfabeta-funzionali uomini della strada e prendano notizie tali e quali senza cercare dati probanti per poi diffonderli pubblicamente con egual superficialità?

No, eh! Almeno loro no, che diamine! Per carità, una svista ci può stare, due anche, nel caso, la mia è solo un’osservazione del momento e magari fin troppo puntigliosa, ma spero che non si vada oltre con una tale inquietante casistica. Lo spero proprio.