I «viaggiatori riluttanti»

[Immagine tratta da travelandtourworld.com, cliccateci sopra per leggere l’articolo da cui è tratta.]
Barry Lopez, il grande scrittore americano di natura e paesaggi, nel suo Sogni artici (libro di cui vi parlerò a breve, qui nel blog) propone una suggestiva definizione dei viaggiatori turistici contemporanei: li chiama «viaggiatori riluttanti», ovvero quelli che «hanno in mente quanto sta accadendo in patria e non badano al paesaggio» (pag.269). È una definizione parecchio interessante in quanto altrettanto arguta per come descriva benissimo, a suo modo e per come la intendo io, il (non) senso di certo viaggiare turistico contemporaneo. In pratica, il “viaggiatore riluttante” è quello che all’apparenza e per propria convinzione “epidermica” è ben contento di partire per un viaggio ma in realtà non vuole partire affatto, non vuole uscire dalla rassicurante routine quotidiana, dai suoi schemi, dalle abitudini consolidate, vi resta saldamente agganciato e in questo modo, anche quando si trova nel territorio più lontano e spettacolare, finisce inesorabilmente per cercare in esso quello che trova normalmente nella propria quotidianità. Non vede nulla del paesaggio, come dice Lopez, non genera alcuna relazione con il luogo in cui si trova: è come se davanti agli occhi avesse uno schermo sul quale la mente gli fa vedere soltanto ciò che egli riconosce perché abituale mentre su tutto il resto lo sguardo scorre come su un muro bianco. Un “viaggiatore” così non sta viaggiando affatto: si sta solo muovendo con il corpo ma, per tutto il resto, è ben fermo a casa propria.

Di “viaggiatori” così ne ho incontrati parecchi: gente che al Circolo Polare Artico si lamentava che nei ristoranti a cena non servissero il pane o che nei fiordi norvegesi, scesi a terra dalle grandi navi da crociera, osservavano tutto di fretta e non vedevano l’ora di tornare a bordo perché quel giorno c’era la “serata siciliana” oppure quelli che rifiutano di pernottare nei rifugi in montagna che non hanno camere singole e offrono solo camerate o si lamentano che non vi sia la connessione wifi o che la strada da cui partire per raggiungerlo non sia asfaltata e non offra ampi parcheggi oppure, più semplicemente, ricercano la folla (diurno o notturno) e non ne hanno fastidio esattamente come fossero in centro a Milano o a Roma… insomma, la lista potrebbe allungarsi parecchio.

Purtroppo questa predisposizione mentale è un effetto evidente del turismo di massa contemporaneo (a sua volta conseguenza del vivere odierno vocato al consumismo di tutto), il cui fine principale non è offrire esperienze di viaggio autentico ma vendere un mero prodotto (un pacchetto turistico) che, incidentalmente, ha “in allegato” dei luoghi i quali tuttavia non contano molto: conta il servizio, i comfort, ovviamente il prezzo e naturalmente la quantità di contenuti visivi che in tali “viaggi” si possono poi postare sui social. D’altro canto il viaggio vero risulta molto poco compatibile con un prodotto da vendere, e così molti “viaggiatori” (nel senso di gente che si sposta e compie un viaggio ma in modo inconsciamente riluttante, appunto) visitano paesi e regioni in giro per il mondo incredibilmente interessanti ma non mettono piede fuori dal villaggio turistico che hanno prenotato, nel quale hanno a disposizione esattamente quello che trovano ogni altro giorno dell’anno a casa propria: la brioche e il cappuccino a colazione, la pasta o la pizza, la sauna e l’idromassaggio, la serata in discoteca con, unica variante, lo spettacolo di danze tipiche locali eseguito da autoctoni che sono (gioco forza) più urbanizzati e forse pure più alienati di quelli che li applaudono.

In effetti, a pensarci bene, sinonimi di “riluttante” sono avverso, maldisposto, ostile. Per questo, alla lunga, quei non viaggiatori finiscono per generare notevoli danni ai luoghi che frequentano: inesorabilmente la trascuratezza verso i paesaggi che essi si portano appresso rischia di far diventare trascurati i paesaggi stessi, banalizzandone se non degradandone le peculiarità. Per come costoro “viaggiano”, se restassero a casa loro non cambierebbe molto e alla fine, probabilmente, riguardo certi luoghi farebbero meno danni. Già.

P.S.: sia chiaro, poi ognuno è libero di viaggiare o meno come vuole, non è una questione di forma (De gustibus non est disputandum, anche qui) ma di sostanza e, semmai, di travisamento di essa, ecco.

La condanna perenne di Adamo per Eva

[Immagine tratta da blog.pianetadonna.it, fonte qui.]
Quando leggo e sento per l’ennesima volta notizie riguardanti casi di femminicidio nella maggioranza dei quali l’omicida è il marito, l’uomo che la vittima ha sposato e con il quale formava una famiglia giuridicamente riconosciuta – altrimenti detta “tradizionale”, come impone la morale cristiano-cattolica così diffusa, qui – puntualmente mi ritornano in mente le considerazioni che il cattolicissimo James Joyce scrisse già a inizio Novecento (ne ho già disquisito qui e qui, tempo fa) su come la “famiglia”, per come venga intesa e plasmata da diktat ideologici, luoghi comuni, convenzionalismi e disimpegni morali celati dietro presunte “sacrosante verità” ovvero intrisa di quella «meschinità che pare governare i rapporti umani e in particolare quelli protetti dall’istituzione matrimoniale, che paiono essere privi di un qualsiasi valore» (parole di Joyce, sì), il tutto virato ancora oggi in chiave moralistica e patriarcal-maschiocentrica, conosce (e conosceva già allora, appunto) una cronica, irrefrenabile tanto quanto inevitabile e inquietante decadenza.

In forza di questo suo precarissimo equilibrio, niente affatto primigenio ma indotto nel tempo da tutte le suddette pericolose devianze, che hanno avviluppato e incredibilmente avviluppano tutt’oggi la “famiglia tradizionale” di conformismi e ipocrisie, pretendendo di difenderla ma in verità disgregandone senso e sostanza, appena quell’infido castello artificiale di “verità” perverse costruitole sopra comincia a oscillare, sgretolarsi, perdere pezzi (e non ci vuole molto: basta ad esempio che la donna rivendichi il diritto di essere se stessa, molto semplicemente), ecco che la “famiglia” rapidamente implode, l’equilibrio artificioso si rivela una condizione di sproporzione iniqua e tutta la “moralità” introiettatale dentro a forza inesorabilmente diventa violenta disumanità contro l’elemento femminile che in essa si crede (ancora oggi, ribadisco) inferiore, “legittimamente” sottomesso e fonte della “colpa originaria” – siamo ancora fermi alla storia della maledetta Eva che frega il “probo” Adamo ascoltando il diavolo e cogliendo la mela, insomma. È d’altro canto questa una violenza già ben presente nelle basi del concetto ancora così diffuso di “famiglia tradizionale”, quantunque nessuno di chi lo perpetra e difende avrà il coraggio di ammetterlo: convinzione, questa, smentita (da anni, ormai) dalla realtà dei fatti e dalla sua oggettività criminale – ma l’analfabetismo funzionale al riguardo è a livelli deprecabilmente alti, è noto.

Una tale realtà dei fatti la si ribalta – perché è da ribaltare totalmente, definirla solo da “cambiare” è puro esercizio eufemistico – non tanto con nuove o più severe leggi, come ogni volta si torna a dire (leggi che ci sono già e, a quanto pare, non rappresentano affatto un deterrente in tali situazioni così deviate) ma con tanta, tanta, tanta cultura, da diffondere e sviluppare fin dall’età scolastica per renderla abbastanza forte da eliminare radicalmente quei “centri di pensiero” (politici, religiosi, ideologici, sociali, eccetera) che ancora rappresentano e diffondono le basi ideologiche “tradizionali” al riguardo. E poi la si ribalta pure con tanti, tanti, tanti uomini. Veri, intendo dire, e veramente consapevoli di cosa sia l’uomo nei riguardi della donna e della società formata da entrambi anche a prescindere da formalismi tradizionali a volte ormai culturalmente sterili, e non burattini alienati che in men che non si dica, e in totale assenza di personalità e di reali capacità cognitive (annullate proprio dall’incultura diffusa, vedi sopra), si trasformano in barbari assassini. Uomini veri, sì: tuttavia, roba forse troppo rara da trovare, in certe situazioni della nostra contemporaneità.

Contro un muro! (Repetita iuvant)

P.S. (Pre Scriptum): torno su una mia vecchia ma ineluttabile battaglia, quello contro la maleducazione stradale in generale dell’automobilista italiano medio, che si manifesta fin da mancanze apparentemente banali eppure emblematiche, oltre che concretamente pericolose, come il non utilizzare la freccia alle svolte. Un gesto minimo tanto quanto a suo modo sinonimico della definizione di “senso civico” proprio in forza della sua pochezza che d’altro canto, per lo stesso principio, identifica chiaramente la natura di chi non lo compie e la considerazione che si merita. Quanto meno da parte dello scrivente, il quale resta un maledetto e inguaribile idealista, lo so.

“Cari” automobilisti italiani* che vi ostinate a non utilizzare quasi mai gli indicatori di direzione alle svolte (mancanza che, sia chiaro, trovo di una maleducazione oltre che di una pericolosità estreme), almeno siate coerenti: arrivate a un incrocio, una strada va a destra, una va a sinistra e voi per svoltare nell’una o nell’altra direzione non usate alcuna “freccia”**? Bene, allora andate dritti! Soprattutto se, di fronte a voi, c’è un solido muro di cemento, ecco. Siate coerenti, ribadisco, e abbiate il “coraggio” delle vostre azioni: gli altri automobilisti, quelli educati e rispettosi della sicurezza propria e altrui, non potranno che felicitarsene. Già.

*: voi più di quelli degli altri paesi, sì. Lo posso sostenere per esperienza ormai lunga e ben assodata.

**: oh, forse che crediate che a dire “freccia” si intenda quella degli “indiani” contro i cowboy? No, sappiate che non è quella. No.

Immondiziocene

P.S. (Pre Scriptum) – Sentivo giusto poco fa, alla radio, l’ennesima denuncia riguardo le troppe persone che buttano in terra le mascherine che utilizzano per difendersi dal Covid e come siano inquinanti, se trasformate in mero rifiuto abbandonato, ma di contro quanto potrebbero essere preziose, se adeguatamente riciclate. D’altro canto credo che a ognuno capiti quotidianamente di vedere (oltre a tanti altri rifiuti) qualche mascherina a terra, sui marciapiedi urbani, sulla sabbia delle spiagge o nei prati di montagna – a ormai un anno e mezzo dall’inizio della pandemia e innumerevoli messaggi di sensibilizzazione al proposito, già.
Posto ciò, mi è tornato in mente un articolo sul tema che scrissi quattro anni fa e che non solo conserva tutto il suo valore ma, appunto, lo accresce in forza di quanto sta accadendo. Mi tocca inesorabilmente riproporlo qui di seguito, porca miseria!

A considerare questa emblematica illustrazione (presa da qui), e a leggere quanto rilevato e denunciato dalle principali organizzazioni ambientaliste circa la quantità di immondizia, soprattutto plastica, che noi umani – razza più intelligente e avanzata del pianeta, ricordo – gettiamo nei corsi d’acqua e nei mari della Terra (8 milioni di tonnellate all’anno, attualmente), mi torna in mente un motto dannunziano non così fuori contesto come potrebbe sembrare (al di là delle solite bieche strumentalizzazioni che subì), almeno nel senso assoluto: io ho quel che ho donato. Motto che il Vate fece proprio ma che in verità è la traduzione di un emistichio del poeta latino Rabirio, contemporaneo di Augusto, citato da Seneca nel VI libro del De beneficiis:”Hoc habeo quadcumque dedi”, il quale si può interpretare con qualcosa del tipo “tutto quanto si dà, prima o poi torna indietro”. A tal riguardo se è lapalissiano che si può dare solo ciò che si ha, e se questa cosa vale in senso pratico e, anche più, in senso concettuale, viene drammaticamente triste ritenere che noi umani – razza più intelligente e avanzata del pianeta, ribadisco – diamo al mondo che abbiamo intorno e abitiamo ciò che siamo, cioè la nostra effettiva sostanza. Ovvero, della gran nociva e letale spazzatura. La quale, poi, dopo aver avvelenato mari e oceani, inesorabilmente torna indietro ad avvelenare noi.

Ma, a quanto pare, a giudicare dai dati sulla quantità crescente di rifiuti nei mari e alla faccia dei tanti buoni propositi ecologisti che ci piace tanto sentire e poco o nulla praticare, questa cosa proprio non la capiamo. Evidentemente, quella stessa sostanza che buttiamo nei mari ci riempie pure la testa, ormai.

Cambiare solo tre lettere

Be’, in effetti a prendere la parola “CAMPIONI” e a cambiarle solo 3 lettere, poca roba insomma, se ne ottiene un’altra che inizia sempre per “C” e finisce ugualmente per “IONI”. Ecco.

Spoiler: la nuova parola non è “CONCIONI”, neanche “CALCIONI” e nemmeno “CICCIONI”. No, è un’altra, d’uso ben più solito in certe circostanze.

P.S.: le immagini rimandano ai relativi articoli tratti da “Open“: cliccateci sopra per leggerli.