Il governo migliore

[Photo by Miguel Bruna on Unsplash]
La crisi di livello globale generate dalla pandemia del coronavirus ha messo ancor più di prima in luce (benché non ve ne fosse affatto bisogno) l’inadeguatezza di molti poteri politici un po’ ovunque, sul pianeta. Inadeguatezza dovuta a incapacità, inettitudine, sbruffonaggine, ignoranza, mancanza di sensibilità, di visione, di percezione della realtà ovvero distacco da essa, menefreghismo, malignità… Tutte doti sempre ben presenti in quasi tutti i leader politici e di governo, come fossero caratteristiche ineludibili per conquistare quelle cariche di potere – ma il condizionale da me appena utilizzato è probabilmente del tutto retorico. Vi sono casi certamente più eclatanti, come quelli di USA e Brasile nei quali le figure di potere mirano all’autocrazia ma finiscono invece per autodelegittimarsi proprio in forza della loro incredibile inadeguatezza, ma pure nei governi locali queste da me rimarcate sono circostanze ormai ordinarie – in Italia la si conosce mooooolto bene, questa desolante realtà.

Dunque, mi chiedo: a fronte di questa situazione palese nonché viste le citate bieche spinte vieppiù autocratiche di tanti governi “democratici”, nel tanto blaterato “niente sarà come prima” determinato dal coronavirus non sarebbe ormai il momento di contemplare un’autentica rivoluzione politica globale per la civiltà umana ovvero un salto evolutivo socioculturale veramente potente e innovatore, cioè l’eliminazione sostanziale di qualsiasi potere politico?

Per dirla in altre e più franche parole: nell’anno 2020, terzo millennio, l’Homo Sapiens Sapiens ormai Super Technologicus è invece tanto primitivo dal punto di vista politico da aver ancora bisogno di un potere superiore governante, dominante, vigilante, non di rado soggiogante, che controlli la sua così decantata “civiltà”? Non sarebbe piuttosto l’ora di mettere in pratica quello che già il fondamentale Thoreau indicò nella sua Disobbedienza Civile, cioè che «il governo migliore è quello che non governa affatto» semplicemente perché la società che dovrebbe governare non ne ha più il bisogno?

Ci dovremmo pensare, secondo me. Anche per evitare che quella paradossale primitività politica della civiltà umana si acuisca sempre di più, con effetti tragicamente deleteri.

La gentilezza come prova

[Foto di Agata Mucha da Pixabay]
Tra mille cronache, evidenze concrete, realtà assodate, dati scientifici o grandi verità e quant’altro, ci sono pure piccole cose, sovente ignorate perché incomprese, che tuttavia risultano significative come le prime citate per capire che questo nostro mondo non funziona proprio bene come dovrebbe.

Ad esempio, quanto poco sia capita, apprezzata e ricambiata la gentilezza: una dote che sfugge a tanti, a volte persino travisata, comunque indice, in questa sua inquietante incomprensibilità diffusa, di una società portata, per una sua parte non indifferente, all’imbarbarimento. O che quanto meno vi si sente più affine dacché ad esso adattata e assestata, senza che nessuno o quasi dei soggetti preposti, pubblici e privati, faccia qualcosa per evitare questa deriva.

Ma quale società può dirsi realmente avanzata se al progresso tecnologico, scientifico, economico, costante non affianca un altrettanto costante progresso civile e umano, innanzi tutto nei rapporti sociali più basilari e diretti? Di sicuro, non quella società che voglia garantirsi un futuro certo e proficuo sapendo mettere a frutto i progressi conseguiti piuttosto di gettarli al vento per non saper comprenderne il valore umano, oltre che quello meramente materiale. Anche perché, prima ancora di godere di tali progressi, quella società finirebbe per implodere e autodistruggersi. Già.

Gli astuti infausti

[Foto di Sarah Richter da Pixabay]
Spesso si crede che le persone “intelligenti” siano anche quelle “astute”, come se i due termini fossero sinonimi, ma in realtà c’è una bella differenza: la persona intelligente è quella che capisce le cose, la persona astuta è quella che fa credere di averle capite.
Ecco: temo che, in circolazione e forse proporzionalmente ancor più in posizioni di comando e influenza, ci siano molte più persone astute che intelligenti. Per questo alcuni credono o s’illudono che il mondo sia più razionale (e raziocinante) di quanto in realtà non sia; d’altro canto, basterebbe ben poca intelligenza per capire lo stato di fatto e non far finta – per un’astuzia indotta e invero grossolana – che viceversa vada tutto bene così.
Il che spiega anche l’infausta presenza nei posti di comando di quelle persone così mendaci, tra l’altro. Già.

Il virus che resta nell’aria

[Un’animazione che mostra il cambiamento dei livelli di CO2 in atmosfera durante il lock down per il Coronavirus, dal 1 gennaio al 20 maggio 2020. Fonte: carbonbrief.org]

Il Post”, in un articolo di sabato 23 maggio 2020 intitolato La pandemia ci ha mostrato una cosa spiacevole sul cambiamento climatico, spiega con dovizia di dati e di particolari ciò che viene poi riassunto dal sottotitolo dell’articolo stesso: «la concentrazione di anidride carbonica nell’aria non è cambiata, nonostante le restrizioni, e c’è un motivo». Il motivo, per farla breve (ma non è spoiler, questo, nel senso: leggetelo l’articolo perché merita molto), è che la diminuzione delle emissioni in atmosfera dovuta al lock down per il coronavirus è durata troppo poco tempo, a fronte di una concentrazione della CO2 in atmosfera che è in corso (e in aumento costante) da decenni e le cui variazioni negli effetti si possono registrare sul lungo periodo, non certo nell’arco di qualche settimana. Ciò significa che, finito il lock down e riprese completamente le attività antropiche come prima della comparsa del coronavirus, ai livelli di CO2 non avremo fatto nemmeno il solletico, per dirla in parole semplici.

Come si denota nell’articolo,

I settori in cui si è visto il maggior calo nella produzione di emissioni di CO2 sono quelli di cui si parla quando si parla di scelte individuali, per diminuire l’impatto delle attività umane sul clima: i trasporti in automobile e i voli aerei. Il fatto che nonostante la loro grande diminuzione, anche nel momento di massime restrizioni mondiali, avvenuto all’inizio di aprile, il mondo abbia continuato a produrre più dell’80 per cento delle sue solite emissioni di anidride carbonica, mostra chiaramente che per contrastare il cambiamento non bisogna chiedere ai singoli di cambiare le proprie abitudini, ma portare avanti cambiamenti più radicali nel modo in cui si produce l’energia.

E, in chiusura,

Zeke Hausfather del Breakthrough Institute, un centro studi americano che si occupa di temi ambientali, ha commentato i risultati dello studio dicendo: «A meno che non arrivino cambiamenti strutturali, dobbiamo aspettarci che le emissioni tornino ai livelli precedenti alla pandemia. Non penso che ci sia un lato positivo della COVID-19 per quanto riguarda il clima, a meno che non sfruttiamo la ripresa delle attività come un’occasione per costruire infrastrutture adatte a sostenere un futuro a energia pulita, oltre che come un momento per stimolare l’economia».

Ecco.

Siccome – lo ribadisco – da quando è iniziata l’emergenza coronavirus continuiamo a dire a destra e a manca che «tutto cambierà» e «niente sarà come prima» ma nulla facciamo affinché queste non sia le solite, ennesime parole al vento, probabilmente per lo stesso principio ci dimenticheremo (pur dicendoci tutti quanti “ecologisti”) che, se prima o poi il COVID-19 verrà debellato, quel virus che da ben più tempo ammorba il nostro pianeta che si chiama “riscaldamento globale” il cui agente patogeno è il genere umano – in particolare la sua parte più supponentemente Sapiens – continuerà il suo decorso e la relativa pandemia fino chissà quali sempre peggiori conseguenze. A meno che, esattamente come accaduto per il coronavirus, la civiltà umana non comprenda finalmente, una volta per tutte, di dover agire con uguale risolutezza e impegno per contenere e infine debellare il “virus climatico”, ad esempio con un bel “distanziamento culturale” globale da quel sistema tecnologico, economico e industriale che ha per gran parte generato tale grave situazione, e un consequenziale efficace vaccino composto da un mix di nuove energie, rinnovati stili di vita e differenti visioni politiche glocal, cioè sia planetarie che negli ambiti locali, fino alla primaria sfera individuale. Perché, come viene evidenziato anche nell’articolo de “Il Post”, non basta cambiare i nostri comportamenti se a ciò non si affianca l’impegno di ognuno per chiedere ai reggenti del mondo di cambiare i loro. Questo, senza dubbio, sarebbe un ottimo e proficuo modo di realizzare concretamente il tanto blaterato «niente sarà come prima».

Altrimenti, la capacità di sopravvivere al COVID-19 prima o poi l’avremo, ma della ben più grande e grave minaccia ambientale e climatica resteremo ancora e più di prima in balìa. Vogliamo che niente sarà come prima o che niente sarà mai più?
Ecco, appunto.

Tanti auguri, Pippi!

“Non voglio diventare mai grande” disse con decisione.
“Nemmeno io” fece eco Annika.
“Davvero, non c’è da augurarselo” approvò Pippi: “le persone grandi non si divertono mai. Hanno solo molto da lavorare, abiti buffi, i calli e le tasse cumunali”.
“Tasse comunali, si dice” corresse Annika.
“Fa lo stesso, tanto s’intende sempre la stessa robaccia” disse Pippi. “E poi sono pieni di superstizioni e di fisime: credono per esempio che succeda chissà cosa, magari tagliarsi, se ci si infila il coltello in bocca, e così via”.
“Non sanno nemmeno giocare” disse Annika. “Che noia, dover diventar grandi!”

(Pag.266)

Ecco, per dire che quest’anno Pippi Calzelunghe compie 75 anni: la prima edizione del libro di Astrid Lindgren venne infatti pubblicata nel 1945 per Rabén & Sjögren, casa editrice svedese di libri per bambini e ragazzi che infatti la sta festeggiando come necessario sul proprio sito web. E anche per dire che, secondo me (che non ho mancato di visitare Vimmerby, la cittadina nella quale Astrid Lindgren nacque, nel mio ultimo viaggio in Svezia), e per ribadire ciò che ho detto/scritto più volte, io a Pippi darei l’incarico di formare un nuovo governo (del pianeta, magari, ma va bene anche solo di qui, che peraltro ne abbiamo bisogno certamente ben più che gli svedesi), dacché se fossimo tutti un po’ più Pippi Calzelunghe nell’animo e nelle azioni quotidiane, vivremmo in un mondo molto migliore di quello che abbiamo. Ecco.

“Il giorno in cui mi capiterà di sentire un bambino che si rattrista all’idea di arrangiarsi da solo, senza l’intrusione dei grandi, giuro che imparerò l’intera tavola piragotica all’inverso!”

(pag.230)