Lezione di vita #122.738

[Foto di Dzmitry Tselabionak da Unsplash.]
Nell’intendimento comune contemporaneo siamo portati a ritenere antitetici i termini – e i relativi elementi – “realtà” e “fantasia”, in modo che quando c’è l’una pensiamo che l’altra non ci sia e viceversa.

Invece, pur tralasciando l’evidenza che i due termini, etimologicamente, sono opposti solo per certi aspetti mentre per altri sono più vicini, quasi conseguenti, forse dovremmo provare a concepire una maggior vicinanza pragmatica tra realtà e fantasia. Nel senso che la realtà più compiuta e vantaggiosa è quella capace di generare susseguenti e ulteriori fantasie nella forma di potenziali future realtà, mentre la fantasia più creativa e proficua è un elemento potente come pochi altri, a volte l’unico disponibile, per capire compiutamente certe realtà.

La scienza dimostra bene questa cosa: la realtà scientifica più solida e assodata è quella che consente di fantasticare ulteriori sviluppi, scoperte, intuizioni altrimenti ritenute semplici chimere, mentre una buona dose di fantasia è spesso l’elemento fondamentale per comprendere realtà scientifiche altrimenti sfuggenti alla troppo rigida analiticità.

Insomma: di frequente nella vita bisogna realisticamente fantasticare, per ottenere i migliori risultati, oppure c’è da essere creativamente realisti. In fondo le due facce della stessa preziosa medaglia, ecco.

La comunicazione cacofonica

Da dieci o vent’anni non succede quasi più niente in ambito letterario. Esiste una marea di pubblicazioni, ma c’è una stagnazione spirituale. La causa di ciò è una crisi di comunicazione. I nuovi mezzi di comunicazione sono straordinari, ma provocano un immenso rumore.

(Emil Cioran*)

(*: citazione letta sul web, fonte ignota. Ogni indicazione al riguardo è gradita. Riguardo il post, si veda anche qui.)

Tornare liberi (?)

[Il’ja Repin, Che libertà!, olio su tela, 1903.]
Ne ho sentito un altro, oggi, nel servizio di un radiogiornale sul ritorno in “zona bianca” di molte regioni e sulla riapertura di quasi tutti i locali e gli spazi pubblici in forza dell’andamento dei dati riguardanti la pandemia da Covid, che alla domanda su cosa ne pensasse al riguardo, ha risposto «Finalmente torniamo a essere liberi!»

Liberi, già.

Ma perché, eravate in prigione, prima? “Liberi” da che, poi? La “libertà” è poter andare al ristorante o in piscina quando e quanto si vuole? E prima, se non ci andavate, era perché eravate incatenati ad un muro o rinchiusi in una cella e non potevate fare null’altro, non solo andare a pranzo fuori?
Mah!

Per carità, ci sta l’affermazione banalotta buttata lì così, magari anche indotta dal microfono dell’intervistatore nel quale dover dire qualcosa di “interessante”, alla quale in quel contesto posso anche non dare un gran peso. Però più in generale sì, credo sia certamente significativa e di nuovo – dacché ne disquisivo qualche giorno fa in merito a un altro argomento – ho la vivida impressione che la nostra società, libera e progredita, voglia formulare per se stessa un concetto di “libertà” parecchio dozzinale, primitivo e degradato, dal quale si evince di contro che il senso più autentico, importante e utile di esso resti sostanzialmente trascurato o incompreso, se non proprio ignorato.
È una cosa parecchio pericolosa, questa: non è mai sufficiente ricordare che la libertà è qualcosa che tanto più si apprezza quanto meno si gode, mentre quando la si possiede quale garanzia democratica ci si prende la (paradossale) libertà di trascurarla, sprecarla oppure addirittura di negarla: a proprio danno, quando ci si assoggetta a imposizioni e prescrizioni invero inutili e perniciose, o a danno altrui, quando si pretende che altri non godano della stessa “libertà” che si possiede (o che si crede di possedere).

Non sono sicuramente le restrizioni dettate dalla pandemia, necessarie per senso civico ancor prima che per disposizione sanitaria, a determinare o meno la nostra libertà – che è partecipazione, come diceva (cantava) bene Gaber, ovvero anche condivisione di responsabilità atta alla salvaguardia del nostro buon vivere, individuale e collettivo. Ce ne sono di ben peggiori di cose che mettono continuamente in pericolo la libertà, e quasi sempre sono camuffate proprio da “libere scelte”, “emancipazioni”, “privilegi” e quant’altro: fate un giro sui social o sui mass media nazional-popolari, ad esempio, e vi troverete cataloghi ben forniti al riguardo – ma immagino sia inutile rimarcarlo.

D’altro canto, come scrisse Goethe:

Nessuno è più schiavo di colui che crede di essere libero senza esserlo.

Una verità che vale e varrà sempre, a prescindere da qualsiasi fatto storico – o da qualsivoglia pandemia, già.

2 giugno e altre “blasfemie”

[Immagine tratta da qui.]
Spiego la blasfemia istituzionale del mio post di ieri.

Sono convinto da sempre che, per considerarsi cittadini di uno stato, sia esso definibile anche “nazione” oppure no, sia necessaria una pur minima conoscenza dello stato stesso, della sua storia, della sua geografia (vedi il post di stamattina), della cultura e delle istituzioni materiali e immateriali fondamentali – così come, ovviamente, lo stato-istituzione deve conoscere i propri cittadini. È la base della relazione identitaria che forma, concretamente, la società civile del paese e conferisce ad essa valore e considerazione, anche a livello internazionale, e di contro che permette a tale società di non essere una mera somma di individui-numeri privi della cultura peculiare del paese e incapaci di riconoscersi in esso nel modo più virtuoso possibile (e non semplicemente esultando quando segna la nazionale di calcio, per essere chiari).

Ecco: detto ciò, ho passato anni a chiedere a tante persone, conoscenti o meno, in occasioni delle festività civili nazionali italiane (2 giugno, 4 novembre, 25 aprile, eccetera), se sapessero cosa si festeggi in quelle occasioni. Tanti mi hanno risposto correttamente (alcuni con un po’ di confusione ma passi), tanti altri, e io penso troppi, no. C’è gente che il 2 giugno ritiene sia la festa dell’Unità d’Italia, e che il 25 aprile si festeggi la vittoria nella Seconda Guerra Mondiale – la “vittoria”, sì.

Posto quanto ho scritto poc’anzi, per me è altamente discutibile che una persona che non conosca cosa si festeggia il 2 giugno – o che non sa quale sia il fiume più lungo d’Italia o quando cada il Rinascimento, per dire – possa considerarsi “italiano”. Andate in Svizzera a chiedere che ne pensano di un eventuale concittadino che non sappia cosa è accaduto il primo di agosto del 1291, e poi mi dite. Per metterla in altro modo: non sono affatto convinto che la cittadinanza di un paese, quando sia un diritto “naturale” ovvero legata allo ius sanguinis, esimi il cittadino dal possedere una, ribadisco, pur minima conoscenza culturale del suo paese. Altrimenti, ribadisco pure questo, che ne ricava il maggior danno è il paese stesso in quanto entità istituzionale e comunità civica, che col tempo (e rapidamente) vanno a perdere valore, importanza e dunque a svanire irrimediabilmente.

Bene, dopo tutti quegli anni di domande, di risposte errate e di conseguenti constatazioni che la suddetta conoscenza civica e culturale del proprio paese in troppi italiani non c’è, mi riconfermo ciò che da tempo penso, e che più o meno equivale a quanto già sentenziò il Metternich (nell’interpretazione corretta e assolutamente fattuale, non in quella distorta e funzionalmente dispregiativa) e, riguardo le festività nazionali italiche, la butto inesorabilmente sul ridere. Perché in effetti fa ridere, la cosa.
Tanto, appunto, per molte persone cambia poco o nulla – poi a breve cominciano gli Europei di calcio e allora torneranno tutti quanti orgogliosi “patrioti”, no?

Ecco. Amen.