Sugli intellettuali senza più coraggio

“Il declino del coraggio è la caratteristica più sorprendente che un osservatore può oggi riscontrare in Occidente. Il mondo occidentale ha perso il suo coraggio civile, sia nel suo insieme che separatamente, in ogni paese, in ogni governo, in ogni partito politico e, naturalmente, nell’ambito delle Nazioni Unite. Il declino del coraggio è particolarmente evidente tra le élites intellettuali, generando l’impressione di una perdita di coraggio dell’intera società. Vi sono ancora molte persone coraggiose, ma non hanno alcuna determinante influenza sulla vita pubblica. Funzionari politici e classi intellettuali presentano questa caratteristica, che si concretizza in passività e dubbi nelle loro azioni e nelle loro dichiarazioni, e ancor di più nel loro egoistico considerare razionalmente come realistico, ragionevole, intellettualmente e persino moralmente giustificato il poter basare le politiche dello Stato sulla debolezza e sulla vigliaccheria”

(Aleksandr Solženicyn, discorso all’università di Harvard, 8 giugno 1978. Citato da Christian Caliandro sulla propria pagina facebook.)

Nuovamente, il pensiero di un intellettuale grande anche perché capace di comprendere nel profondo il suo presente e vedere nel futuro, che dopo 40 anni dalla sua espressione risulta assolutamente valido e probabilmente oggi ancor più di allora. Segno drammatico dell’indugio del nostro mondo in una inerte, melmosa attualità che, con il tempo che invece corre inesorabile in avanti, verso il domani, diviene altrettanto inesorabile involuzione, cioè incapacità di progresso intellettuale, culturale, sociale, ovvero mancanza di visione e di progettazione di un buon futuro. Il futuro che si costruisce soprattutto grazie al coraggio civile citato da Solženicyn: chissà se lo si può ritrovare, nella nostra società e in ognuno di noi, o se ormai è andato perduto per sempre.

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Guido Ceronetti (1927-2018)


Guido Ceronetti era uno dei quegli intellettuali ancora capaci di meritarsi pienamente tale impegnativo titolo (ovvero uno degli ultimissimi rimasti, sarebbe meglio dire) perché in grado, attraverso pensieri realmente fulminanti – capaci come il fulmine tanto di illuminare quanto di folgorare, ancorché spesso composti da poche, essenziali parole – di descrivere e identificare certe cose della realtà con intensità ineguagliabile e, non di rado, con chiarezza tale da risultare rivoluzionaria – o sovversiva, se preferite. Una dote che con irritante convenzionalismo viene spesso definita (anche per lui, anche in queste ore sui vari media) “irriverenza”, e invece altro non è che lucidissima intelligenza.

Ma tra gli innumerevoli suoi pensieri così potenti e originali, ora me ne viene in mente soprattutto uno, all’apparenza semplice, secondario se non quasi banale, sorta di pour parler informale eppure, a ben vedere, assolutamente emblematico: un pensiero còlto in una delle sue rare ospitate televisive, ormai parecchi anni fa, col quale Ceronetti “denunciava” la sconcertante ipocrisia presente nella domanda che tutti poniamo a chiunque altro ci si pari davanti, appena dopo il saluto: come stai? Domanda ipocrita, già, dacché quasi mai ci importa veramente come sta la persona che abbiamo di fronte, perché dunque frutto di un automatismo conformista ed emotivamente sterile, e perché è una domanda che, quasi sempre, richiede se non “pretende” una risposta falsa – quel «bene, grazie!» con tutte le sue possibili varianti che, appunto, facilmente non rispecchia la realtà personale e generale. Ed è così, funziona proprio così, inesorabilmente. Sembrerebbe un pensiero fin troppo cinico, questo, ma rifletteteci sopra se piuttosto non sia sul serio alquanto obiettivo e meno ipocrita (o per nulla tale) di ogni altra considerazione al riguardo, e se le relative eccezioni non siano molte meno delle conferme!

Ecco, questo era Guido Ceronetti. Era, purtroppo – per la nostra cultura, per la nostra società. Purtroppo per noi tutti.

(L’immagine in testa al post è tratta da http://www.mangialibri.com)

Guy de Portalès, “Nietzsche in Italia”

Quando si parla di rivoluzionari storici facilmente vengono citati militari e condottieri, leader politici, più raramente scienziati o artisti. Eppure, se ci fosse da citare un personaggio che ha saputo realmente rivoluzionare la realtà in cui viviamo – almeno quello nostra occidentale – e lo ha fatto non con le armi, la politica o che altro ma con il pensiero e le idee, non ci si potrebbe esimere dal nominare Friedrich Nietzsche, un filosofo senza il quale la visione del mondo con cui lo identifichiamo (e ci identifichiamo in esso) sarebbe ben diversa e certamente assai peggiore – nonostante tutt’oggi il suo pensiero, pur tra innumerevoli letture e riletture più o meno interpretative ovvero speculative, si mantenga altamente rivoluzionario ergo incompreso quando non bellamente travisato, il che peraltro ne segnala tutta la forza culturale e la fondamentale importanza anche per il presente e il futuro.

Ma, appunto, se l’esegesi del pensiero nietzscheano è vastissima e labirintica, mi pare che pochi – almeno qui in Italia – abbiano saputo considerare il particolare rapporto che ha legato per lungo tempo Nietzsche al nostro paese, il cui paesaggio geografico e socioculturale ha invero rappresentato un elemento parecchio significativo nella genesi di alcuni dei suoi testi più importanti. Un rapporto dalla cui sostanza si genera anche la suggestiva narrazione di una relazione del grande pensatore tedesco con l’Italia non solo filosofico-intellettuale ma pure emotiva, spirituale e, perché no, ricreativa, in effetti per certi versi sorprendente in considerazione del rigore alquanto mitteleuropeo legato (non a torto) alla sua figura nell’immaginario collettivo.

Il valore di questa passione italica di Nietzsche l’ha invece ben colto Guy de Portalès – prolifico scrittore tedesco attivo nella prima metà del secolo scorso, stimato biografo di molti grandi personaggi europei dell’Otto-Novecento eppure pressoché sconosciuto in Italia – condensandolo poi in Nietzsche in Italia (Historica Edizioni, 2016, prefazione di Gennaro Malgieri; 1a ed.orig.1929), che la casa editrice cesenate ha onorevolmente recuperato e ripubblicato nella collana “La Biblioteca Ritrovata” []

(Leggete la recensione completa di Nietzsche in Italia cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

La morigeratezza del Superuomo (Friedrich Nietzsche dixit)

“Niente alcol, principi, celebrità, donne, giornali, onori. Soltanto la conversazione dei più alti spiriti e, talvolta, del basso popolo, perché essa pure è necessaria quanto la vista di una vegetazione possente e sana.”

Così annotava Friedrich Nietzsche sui propri quaderni in merito al personale modus vivendi tenuto durante i propri numerosi soggiorni in Italia (citato da Guy de Portalès in Nietzsche in ItaliaHistorica Edizioni, 2016, pag.49; ed.orig.1929. Cliccate sul titolo per leggere la personale recensione). Chissà se oggi – ovvero se, ipoteticamente, il Nietzsche di allora si ritrovasse nell’Italia di oggi – annoterebbe le stesse cose. Forse sì, ad eccezione – mi viene da temere – della conversazione col “basso popolo”, per sua ampia parte malauguratamente caduto troppo in basso per essere in grado di conversare di massimi sistemi (filosofici e non) così pure di questioni più leggere ma ugualmente e realmente importanti, né tanto meno in grado di saper sfruttare i preziosi insegnamenti di spiriti tanto alti e illuminanti…

Cose da non fare nella vita (Friedrich Nietzsche dixit)

Tu non devi amare né odiare il popolo.
Tu non devi affatto preoccuparti di politica.
Tu non devi essere né ricco né povero.
Devi evitare di seguire coloro che sono ricchi e potenti.
Devi prender moglie fuori dal tuo popolo.
Devi lasciare ai tuoi amici la cura di allevare i tuoi figli.
Non devi accettare nessuna cerimonia dalla Chiesa.

(Friedrich Nietzsche, citato da Guy de Portalès in Nietzsche in Italia, Historica Edizioni, 2016, ed.orig.1929.)

Come riferisce de Portalès, Nietzsche amava disseminare i suoi quaderni di “massime” estemporanee, sorta di istantanee in parole di visioni e di guizzi del pensiero improvvisi trasformati, attraverso la scrittura, in princìpi a volte provocatori e apparentemente paradossali ma, d’altro canto, in fondo coerenti e “conseguenti” alla sua così rivoluzionaria visione del mondo. Oltre che, a mio modo di vedere, in certi casi assolutamente validi anche oggi, in un presente che di guizzi intellettuali rivoluzionari come quelli del grande filosofo tedesco sembra essere drammaticamente privo.

P.S.: Cliccate sull’immagine per leggere la personale recensione di Nietzsche in Italia.