I “Paesaggi Remoti” di Alpes a Cervinia

Le tradizionali giornate ALPES per Cervinia dell’estate 2021, per la nuova edizione di “Sentieri d’Autore ai piedi del Cervino”, proporranno idee ed esperienze già in uso ma con un nuovo e più intenso sguardo sulla montagna e sul paesaggio del Cervino, affidandosi ancora una volta a testimoni d’eccellenza che hanno fatto dell’esplorazione, nel rapporto con la Natura e con il paesaggio e nell’arte, l’elemento centrale del loro pensiero e della loro opera professionale.
Sono due i focus di questa edizione, due diverse letture della pratica dell’esplorare paesaggi intessendo con essi relazioni intense e profonde al punto da risolvere la loro dimensione spaziotemporale in una nuova e personale geografia intima. Due personaggi differenti e altrettante differenti narrazioni per esplorare meravigliosi e sorprendenti “Paesaggi Remoti”:

L’esploratore di nuove vie e nuovi mondi: Walter Bonatti.
Dalle prime scalate alle ultime esplorazioni, con enorme talento e una dedizione senza compromessi, per tutta la vita Walter Bonatti andò alla scoperta del mondo e di se stesso.
A muoverlo era il desiderio di avventura, ma non solo: il suo rapporto con la wilderness era caratterizzato da una ricerca della dimensione selvaggia del mondo che all’inizio fu quasi inconsapevole, ma con gli anni si fece sempre più lucida e determinata, fino a diventare un vero e proprio “esperimento”. Fu anche grande protagonista del paesaggio del Cervino firmando la prima salita in solitaria sulla parete Nord (1965), l’ultima scalata estrema di Bonatti che successivamente abbandonò la carriera alpinistica per dedicarsi a quella dell’esplorazione in natura iniziando la sua collaborazione con la rivista “Epoca”, dando inizio alle sue leggendarie esplorazioni.
ALPES dedica a Walter Bonatti una serata di racconti, immagini filmati e narrazioni inedite, con Roberto Mantovani, Angelo Ponta e Daniela Berta e grazie alla collaborazione con il Museo Nazionale della Montagna di Torino che, nel decennale della scomparsa di Walter Bonatti, presenta la mostra Walter Bonatti. Stati di grazia, frutto e coronamento del lavoro di riordino, catalogazione e digitalizzazione dell’Archivio Walter Bonatti, donato al Museo l’8 agosto 2016 dagli eredi dell’alpinista ed esploratore.

L’artista delle montagne con il suo sguardo su un nuovo Cervino: Alessandro Busci.
Nel linguaggio di Busci, e soprattutto nel suo particolare Cervino che poi rappresenta tutte le montagne del mondo, si possono riconoscere le questioni che la montagna impone: paura, sbigottimento, caduta, ascesa ma anche protezione, ospitalità e accoglimento. Ai 3500 m dello storico rifugio Guide del Cervino, sul Plateau Rosà, verrà posta simbolicamente un’opera di Alessandro Busci che richiama BLUCERVINO, l’attuale personale dell’artista ospitata presso il polo museale del Forte di Bard fino al 17 ottobre 2021 con 40 opere dedicate all’iconica montagna e al suo fascino insuperabile. Una mostra curata da Luciano Bolzoni, direttore culturale di ALPES, che durante il mese di agosto è visitabile con gruppi organizzati anche con partenza dal Comune di Valtournenche.

Trovate il programma completo della due giorni di ALPES ai piedi del Cervino sulla locandina qui sopra. Per le prenotazioni agli eventi e per qualsiasi altra informazione al riguardo i riferimenti sono:

18 luglio, nel Vallone delle Cime Bianche

Già mi sono occupato, qui sul blog, del folle progetto di collegamento funiviario tra i comprensori sciistici di Cervinia-Zermatt e del Monte Rosa Ski, che si vorrebbe realizzare nel Vallone delle Cime Bianche, uno degli ultimi lembi di territorio in quota rimasti incontaminati sulle Alpi della Valle d’Aosta. Un progetto che non solo rappresenta uno sconcertante scempio ambientale, come denunciano da tempo innumerevoli fonti e voci autorevoli della cultura di montagna – si veda qui un riassunto dei vari interventi di Mountain Wilderness, ad esempio, ma esprime pure, per molti aspetti, un’offesa altrettanto sconcertante alla cultura dello sci che veramente lascia esterrefatti per come un’idea del genere possa essere concepita e ritenuta virtuosa per lo sci turistico contemporaneo. Ma, appunto, nel mio articolo trovate tutte le considerazioni al riguardo e i riferimenti per saperne di più.

In difesa del Vallone delle Cime Bianche e per cercare di cancellare definitivamente la possibile realizzazione del progetto suddetto, domenica 18 luglio si terrà a Saint Jacques (Val d’Ayas, Champoluc) un importante evento escursionistico grazie anche all’appoggio di “Valle Virtuosa”, una associazione valdostana in prima linea per varie cause ambientali.  La manifestazione è organizzata dal progetto fotografico di Conservazione “L’Ultimo Vallone Selvaggio. In difesa delle Cime Bianche”. L’escursione è alla portata dei più, comporta circa 2 ore e trenta di cammino, da Saint-Jacques all’Alpe Vardaz: un invito a scoprire questo luogo unico, patrimonio paesaggistico e ambientale di tutti attualmente a rischio a causa dell’irrazionale egoismo di pochi, oltre che, appunto, un’ottima occasione per parlare e per comprendere il perché sia giusto e necessario essere contrari al progetto di collegamento intervallivo tra i comprensori sciistici di Cervinia e Monterosa. Nelle immagini qui sotto trovate tutte le informazioni sull’evento e su come parteciparvi.

Per saperne di più potete leggere questo articolo di “Mountcity” o quest’altro di “AostaNews.it” oppure consultare il sito varasc.it, dedicato proprio alla salvaguardia del Vallone delle Cime Bianche. E partecipate, se potete: è importante, sensato, utile, nobile, culturale, umano.

Lo sci (sempre) nel tunnel

[Foto di StockSnap da Pixabay.]
Qualche giorno fa, nel cercare sul web alcune informazioni circa la storia delle località sciistiche lombarde, mi sono imbattuto in un articolo datato 17 febbraio 2010 su alcuni finanziamenti per progetti di sviluppo dei comprensori sciistici in provincia di Lecco che trovo meravigliosamente emblematico – per ciò che riporta – del “rapporto” tra politica (ovvero politici) e montagna. Ciò perché se letto contestualizzandolo al momento in cui venne scritto appare oltremodo ottimista e trionfale, quasi pomposo, nei contenuti e nei toni con i quali vengono espressi, tanto quanto se letto oggi si rivela grottesco al limiti del ridicolo e sconcertante proprio in quel suo ostentato trionfalismo, oltre che parecchio ipocrita visto il seguito della storia – d’altro canto quando si ha a che fare con i politici italiani questa è un’immancabile normalità.

Nell’articolo in questione, riguardante la località sciistica dei Piani di Bobbio e quella attigua ex-sciistica dei Piani di Artavaggio (sui monti della Valsassina, tra le provincie di Lecco e Bergamo – due luoghi veramente bellissimi peraltro) si scrive tra le altre cose che:

Entro due anni un tunnel collegherà i piani di Bobbio a quelli di Artavaggio, offrendo agli sciatori un comprensorio molto più ricco e ampio. […] A Barzio verrà completato il tanto atteso parcheggio multipiano e alle Betulle verranno sistemate le piste. Ecco alcune iniziative inserite nell’accordo di programma annunciato dalla Regione Lombardia qualche giorno fa, che prevede oltre 120 milioni di Euro di investimenti per il miglioramento dei comprensori sciistici lombardi.

E poi:

C’è aria di cambiamento, o meglio di “potenziamento”, nei comprensori sciistici della Valsassina. Alla faccia di chi diceva, alcuni anni or sono, che nel lecchese “fioca più”, non nevica più.

E ancora:

Una buona spinta allo sviluppo è venuta dalla Regione, che nei giorni scorsi ha annunciato il cofinanziamento di numerose iniziative che da qui al 2012 promettono di cambiare faccia alle aree sciabili valsassinesi […] “Ci aspettiamo una vera e propria scossa allo sviluppo della nostra industria turistica” ha detto il presidente della Regione Roberto Formigoni. […] In totale, si tratta di un progetto da oltre 25 milioni di euro.

E pure che

“Quest’accordo è la dimostrazione dell’attenzione della Regione Lombardia per la montagna – ha detto l’assessore regionale Giulio Boscagli […] “E’ un grande risultato per il nostro territorio – ha commentato Alberto Denti, presidente della comunità montana Valsassina e Valvarrone – Ora auspico che ciascun amministratore operi con la massima convinzione perché questa è un’occasione unica per le nostre valli, che deve essere sfruttata al massimo”.

Aaaah, che meraviglia, vero?
Peccato (si fa per dire) che, salvo qualche intervento tutto sommato marginale e necessario come la sostituzione di un paio di seggiovie obsolete ovvero giunte a fine vita tecnica, non è stato fatto niente di quanto così magniloquentemente annunciato, peraltro in modi che, avrete notato dai toni delle dichiarazioni, parevano riferirsi a lavori e cantieri già allestiti e pronti a partire l’indomani mattina.
Invece no, niente di niente – o quasi, appunto. E tutti quei milioni di Euro dati per certi e già investiti, dove sono finiti? Eh, bella domanda, già.
D’altro canto meno male che la gran parte di quei progetti non siano stati realizzati! Sarebbero risultati in molti casi degli scempi ambientali notevolissimi oltre che sproporzionati e obiettivamente frutto d’una visione dei luoghi in questione parecchio alienata, già.

Tutto questo fa ben comprendere l’atteggiamento ordinario che la politica tutt’oggi, con ancora poche eccezioni, mantiene nei confronti della montagna (non solo in Lombardia, sia chiaro): un’idea di sviluppo legata a modelli turistici rimasti agli anni Settanta e Ottanta e prettamente appoggiata al solo sci su pista (le recenti disposizioni governative “contro” la pandemia lo hanno confermato bene), progetti totalmente deconstestuali ai luoghi e drammaticamente impattanti (dunque inquinanti) sui territori e sui loro ambienti, una totale mancanza di comprensione (o ignoranza) riguardo il concetto e il valore del paesaggio e la relativa incapacità di comprenderne la potenzialità culturale ed economica sapendola mettere a frutto per innovare l’offerta turistica, oltre al solito profluvio di belle parole, slogan propagandistico-elettorali ed enfatiche promesse, regolarmente accompagnate da cascate di soldi del tutto virtuali che puntualmente non portano ad alcun fatto concreto e, soprattutto a nessuna scelta illuminata e di lunga visione per i territori montani.
E con quelle dichiarazioni citate si era nel 2010, badate bene: non nel 1960 ma solo poco più di dieci anni fa, quando la montagna viveva la stessa situazione attuale e ovviamente già la questione dei cambiamenti climatici – la quale, inutile rimarcarlo, deciderà la sorte delle località come quelle di cui vi sto dicendo a prescindere da promesse politiche, progetti faraonici, vagonate di soldi eccetera – era fondamentale nella realtà della montagna sciistico-turistica.

Ma, appunto, se si può sperare che in questi dieci anni quei politici, alcuni dei quali ancora attivi, altri inesorabilmente caduti in disgrazia, si siano resi conto delle corbellerie che andavano proferendo e abbiano cambiato idee e visioni in tema di sviluppo delle montagne, quell’atteggiamento di analfabetismo funzionale politico, amministrativo, economico e culturale verso i territori montani è ancora ben presente e diffuso lungo tutto l’arco alpino italiano. E ancora, in Lombardia, sull’onda delle iniziative per le Olimpiadi di Milano-Cortina del 2026, si sentono spesso idee e progetti su nuove infrastrutture turistiche alpine e relative promesse di finanziamenti pubblici talmente sconclusionate, sproporzionate, inutili e ineluttabilmente ridicole da lasciare costantemente sconcertato chiunque abbia a cuore il futuro delle Alpi italiane.

D’altronde bisogna ammettere che l’idea del “tunnel” di congiungimento tra diversi comprensori sciistici, come quello follemente prospettato sui monti valsassinesi (un’idea che evidentemente piace parecchio agli amministratori della montagna italiana, dato che ogni tanto salta fuori anche altrove) è assolutamente simbolica per molti territori montani: perché, con certi politici, con le loro idee e per come essi spendono/vorrebbero spendere i soldi pubblici, la montagna italiana non sarà mai fuori dal tunnel – del declino inesorabile. Ecco.

Nevica sempre meno, comunque

[Foto di harzpics da Pixabay.]
Ha senso parlare di nevicate sempre più scarse e meno frequenti sulle Alpi, dopo una stagione invernale che, alla faccia del turismo dello sci su pista (lo dico senza malizia, qui), ha regalato neve abbondante e temperature “d’una volta” come da tempo non si riscontravano?

Sì, ha senso e lo ha per parecchi validi motivi. Innanzi tutto perché, purtroppo, una singola buona stagione invernale non fa tendenza e non modifica l’andamento climatico instauratosi ormai da anni; c’è da augurarsi non resti l’unica tra tante altre ben più siccitose e miti ma, al momento, questa non è che una speranza. Posto ciò, ha senso parlarne proprio perché si hanno a disposizione dati scientifici sempre più incontrovertibili al riguardo, per giunta già espansi su un periodo di tempo piuttosto lungo – il ciclo standard che viene considerato in climatologia per misurare con attendibilità ne variazioni del clima è di trent’anni – che lasciano poco spazio alla suddetta speranza (la quale è sempre l’ultima a morire, certo, auspichiamolo pure qui). E terzo motivo importante, per certi versi anche più dei precedenti, è che ogni volta accade qualche fenomeno “d’una volta” ovvero apparentemente antitetico ai cambiamenti climatici in atto – neve abbondante, freddo intenso, eccetera – ecco che ci sono i soliti negazionisti che se ne vengono fuori a provocare con le solite cose del tipo «Ah, ma dov’è finito il cambiamento climatico?» – alcune di queste solite sparate le ho sentite anch’io da tali “espertissimi climatologi”, già.

Ma a parte tali baggianate negazioniste, ha senso parlare di neve sempre più scarsa sui monti anche perché di recente è uscito, ad opera della European Geosciences Union, un dettagliatissimo report intitolato proprio Observed snow depth trends in the European Alps: 1971 to 2019 (è in inglese, sì, ma la lettura è importante e merita lo sforzo traduttivo: cliccate sul titolo appena riportato per leggerlo) che mette nero su bianco la situazione in atto sulla base di un arco temporale anche maggiore rispetto al ciclo climatico trentennale standard, dunque facendo acquisire ai dati una ancor maggiore solidità scientifica. I ponderosi elementi raccolti nel report sono riassunti da questo articolo pubblicato sul sito della CIPRA International, nel quale si legge che

«I risultati confermano quanto emerso da precedenti osservazioni: l’altezza della neve e la copertura nevosa nelle Alpi tendono a diminuire – ma in quale misura dipende fortemente dalla regione e dall’altitudine. Nel versante meridionale delle Alpi, ad esempio, già caratterizzato da scarsa nevosità, la diminuzione dello spessore del manto nevoso è stata molto più marcata rispetto alla catena principale e al versante nord. “Questo dimostra che non si possono generalizzare le osservazioni relative a una sola regione, ma che occorre considerare l’evoluzione in modo differenziato”, afferma Sven Kotlarski, coautore della ricerca e collaboratore di MeteoSvizzera. L’altezza della neve calcolata sulla base di questi dati è diminuita nell’82% delle stazioni nel periodo invernale (dicembre-febbraio) e addirittura nel 90% delle stazioni in primavera (marzo-maggio). Nelle regioni settentrionali delle Alpi, negli ultimi cinque decenni il numero di giorni con neve al suolo al di sotto dei 2000 metri è diminuito da un minimo di 22 fino a 27 giorni, nel versante sud da 24 a 34 giorni. Ciò corrisponde, a seconda dell’altitudine, ad un calo pari fino a un terzo in inverno e fino alla metà in primavera.»

Insomma: nevica più tardi e la neve si scioglie sempre prima, così che alcune regioni alpine hanno perso fino a un mese di neve rispetto agli anni Settanta e, di questo passo, rischiano nel prossimo futuro di vederne al suolo solo per qualche giorno all’anno, con effetti materiali e immateriali a dir poco funesti.

No dunque, un singolo “buon” inverno non significa che il clima è cambiato; significa solo che possiamo continuare a sperare. Ciò almeno non ci costa nulla ovvero, senza dubbio, ci costa molto meno di quanto i cambiamenti climatici rischiano di far subire alle nostre montagne e a tutti noi.

 

I numi del monte hanno detto “NO!”

[Per ingrandire l’immagine cliccateci sopra.]
Non ne vogliano a chicchessia i gestori degli impianti di risalita e dello sci su pista, ma pare proprio che le divinità alpestri e i numi preposti al dominio degli elementi naturali – siano essi entità religiose, pagane o di altra trascendenza – al loro riguardo la sentenza l’abbiano emessa e in modo ben determinato.
Mi spiego: da anni ormai si parla di come i cambiamenti climatici determinino quantità di neve sempre minori sui monti a fronte di temperature in costante aumento, mettendo in crisi le stazioni sciistiche e obbligandole ad attuare pseudo-soluzioni (i cannoni per la neve artificiale, sì) che in verità rappresentano potenti zappate sui loro piedi, visti i costi pressoché insostenibili che impongono; poi, se per cause di forza maggiore (più o meno sostenibili siano state, non è questo il punto ora), impianti e piste da sci vengono tenute chiuse, ecco che si verifica un inverno dal clima tutto sommato “normale” – o d’una volta, verrebbe da dire – e con nevicate quasi ovunque abbondanti, almeno sulle Alpi. Le quali peraltro continuano pure ora, a primavera ormai inoltrata, in modi che ormai sembrerebbero far parte soltanto dei più bei ricordi ovvero di anni dal clima ben differente.*

Insomma, ribadisco: non prendetevela, egregi gestori suddetti, ma mi sa che ai numi delle montagne state un po’ qui, ecco. Perché sono certo che, se la prossima stagione invernale potrete aprire normalmente impianti e piste, come tutti ci auguriamo, nevicherà molto meno di quest’anno. Scommettiamo?

D’altro canto è pure vero che non tutto questo “male” viene per nuocervi, visto come rappresenti un’ennesima buona scus… ehm, ragione per accaparrarvi ulteriori finanziamenti pubblici atti a reiterare le vostre attività, nonostante la realtà di fatto economica, climatica, culturale che rende ciò come il continuare a versare acqua in un contenitore bucato sul fondo – per giunta sorprendendosi che non sia mai pieno, anzi, che sia sempre più vuoto.
Be’, come si dice in queste circostanze, lasciamo ai posteri l’ardua sentenza – sperando che non sia di “fallimento” per l’economia e la cultura delle vostre e nostre montagne. Me lo auguro di tutto cuore.

*: paradossalmente (ma solo all’apparenza), un inverno così “normale” è a sua volta conseguenza dai cambiamenti climatici in atto. Ne parlerò a breve, qui sul blog.

(Nella foto in alto: monti prealpini innevati a metà aprile, a quote relativamente basse – 1.600/1.800 m – a pochi km da casa. Fonte dell’immagine: qui.)