Devoti pervertiti (d’America, e non solo)

Intanto, negli USA, molestatori e abusatori sessuali fioccano come neve a gennaio. Ma come? – viene da chiedersi, l’America non viene spesso criticata (o “elogiata”, per chi crede di farlo) per le sue profonde radici puritane? Non è la nazione i cui presidenti eletti giurano sulla Bibbia e durante la qual cerimonia d’insediamento viene impartita una benedizione religiosa? Non è forse God bless America (”Dio benedica l’America”) uno dei canti patriottici più intonati dagli americani? E allora come può accadere tutto quello che sta accadendo?

O, forse, tutto ciò sta accadendo proprio in forza di quelle evidenze citate?

Certo: come qualcuno potrebbe denotare, in fondo è pure la nazione che ha eletto come suo Presidente (attualmente in carica) un molestatore – presunto ma al momento niente affatto scagionato…

Come ricorda bene Giuseppe Ravera in questo suo articolo, nel 1909 Sigmund Freud, il celeberrimo padre della psicanalisi, si recò negli Stati Uniti e, nel suo tour americano, trovò particolarmente interessante per i propri studi il New England, una delle zone più puritane, retrograde e conservatrici del paese, dacché “conteneva elementi che lo rendevano ricettivo alla teoria freudiana. I tabù sessuali erano qui sentiti più rigidi che altrove, per cui alcuni intellettuali avevano cominciato ad esplorare la relazione fra tabù sessuali e malattia mentale, assai frequente in quelle zone”.

Inutile dirlo: non che in America ci sia pieno di malvagi pervertiti e altrove no; tuttavia, diciamo così, ancora una volta la sua realtà appare profondamente indicativa ed emblematica. In fondo, proprio in quel libro sul quale i Presidenti americani giurano – nel Libro di Geremia, precisamente – si trova scritto:

Cambia forse un Etiope la sua pelle | o un leopardo la sua picchiettatura? | Allo stesso modo, potrete fare il bene | anche voi abituati a fare il male?

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Uomini che uccidono donne. Tutto “normale”, no?

(Lo dico subito: non fraintendetemi. Quanto leggerete è frutto di un personale rabbioso sarcasmo ma pure di una convinta determinazione culturale ed etica. Qualsiasi cosa ciò comporti di concreto.)

Ventisette donne uccise, in questo primo scorcio del 2018.

Massì, che sarà mai? Capita, no? Insomma, basta constatare le statistiche degli scorsi anni, mica c’è qualcosa di strano! Ormai è la normalità.

Sì, è normale che le donne vengano uccise dagli uomini. Ed è normale che gli uomini che uccidono le donne siano quasi sempre i “loro”, mariti, fidanzati, amanti. Tutto (o quasi) in famiglia, come vuole la “tradizione”!

Anzi, a proposito: sta proprio diventando una “tradizione”, quella di uccidere le donne, una cosa che si passa di maschio in maschio, di generazione in generazione, assunta come abitudine. Dunque ormai sorvolata, ignorata. Sì, qualche media dà ancora la notizia ma si capisce che lo fa più per obbligo giornalistico che con fini di informazione culturale, di pubblica e condivisa considerazione dei fatti. Nessun commento, nessuna analisi dell’accaduto, nessun opinionista che cerchi di esaminare, comprendere e far comprendere. Troppo impegnati a raccontare le “gesta” dei politici, certamente ben più importanti e culturalmente rilevanti, oppure a formulare giudizi e anatemi su altre “emergenze”, ovvero su ciò che ci viene detto siano tali. Forse, appunto, perché è normale che le donne muoiano per mani degli uomini, dunque che c’è da dire? Che cosa ci può essere da capire? È così, fine, amen, punto.

Piuttosto, non sarebbe forse il caso di non riferire nemmeno più di questi fatti? Insomma, sono ormai la normalità, è evidente che alla gente non interessino più di tanto, anzi, che non interessino del tutto. Mi immagino la scena, nelle case, la sera con la TV sintonizzata sul TG che, prima delle notizie finali di sport o di gossip, dà in pochi secondi la notizia della moglie uccisa dall’ex marito o della ragazza ammazzata dallo spasimante respinto… Sì, ok, poverina, pensa te che roba, ma dopo che fanno? C’è qualche bel film? Oh, aspetta, c’è la partita di Champions, sul satellite! Evvai!

In fondo, se di tutte queste donne ammazzate – che poi, dal 2015, quattrocentocinquantanove in Italia, suvvia, manco fossero diecimila! – interessasse qualcosa a qualcuno (eccetto che a quelle solite “post femministe” che si lamentano nelle piazze, ci mancano solo loro a rompere le scatole e a bloccare il traffico!) se ne parlerebbe molto di più, si protesterebbe in modo ben più pesante, si imporrebbe ai politici di fare di più di quel niente che fanno al riguardo, si contrasterebbe in ogni modo tutto quel maschilismo imperante… insomma, si cercherebbe di cambiare da subito le cose, no?

Invece nulla, appunto. Perché se una cosa è normale è normale, l’anormalità evidentemente è altro, ed è ovvio che alle persone “normali” della società “normale” di questo nostro paese “normale” non possa che andare a genio, la “normalità”.
Altrimenti ci sarebbe qualcosa che non va. Altrimenti.

Invece no, tutto ok, tutto nella norma. Dunque mettetevi il cuore in pace, care donne, e consolatevi, dacché siete di più voi, in numero, rispetto agli uomini: 94,6 maschi ogni 100 femmine. Quindi, per ammazzarvi tutte, si dovranno impegnare parecchio, gli uomini, e forse ci metteranno così tanto tempo che, prima, cambierà veramente la cultura di questo paese, e diventerà sul serio una nazione civile, emancipata, equa, libera.

Forse.

Altrimenti vorrebbe dire che c’è qualcosa che non va. Già.

Anno 2018, Medio Evo

Plaudo incondizionatamente alle studentesse palermitane che hanno deciso di “oscurare” a loro modo il cartellone pubblicitario che vedete nell’immagine qui sopra, comparso per le vie del capoluogo siciliano – cliccateci sopra e potrete leggere un articolo al riguardo – e a come giustificano la loro protesta: «È una azione dimostrativa contro l’uso, a scopo pubblicitario, del corpo femminile. È una pratica, questa, che rappresenta in sé violenza contro le donne e che contribuisce a normalizzarla. La violenza sulle donne è infatti il diretto prodotto di una società che per anni e ancora oggi, in nome di logiche di marketing e profitto, costruisce immaginari sessisti e schiavizzanti, che fanno del corpo delle donne mero oggetto di consumo.» Nulla da aggiungere, appunto, solo applausi.

D’altro canto, mi viene da riflettere su come al riguardo la nostra società – nell’anno di grazia 2018, non 1018 o giù di lì – presenti anche in tale ambito fenomeni di degrado e di “avviluppamento” culturale sconcertanti ovvero una situazione peggiore di 30 o 40 anni fa, frutto del cortocircuito tra atavici e insensati (oltre che ipocriti) retaggi moralisti di matrice religiosa e una concezione di menefreghistica “libertà” priva di consapevolezza civica (e sovente indotta da fini assai materiali, quando non biechi, dei quali i media si fanno luridi complici e megafoni) che troppo spesso viene ritenuta superiore alla dignità della persona e ai suoi diritti fondamentali, dimostrandosi dunque un qualcosa di sostanzialmente antitetico all’autentica libertà: una prepotenza bella e buona, per come arrivi a danneggiare la vita, l’immagine e la percezione degli individui che si permette di rendere soggetto/oggetto della propria prevaricazione.

Che diamine: siamo nel Terzo Millennio, appunto, e se da un lato ancora si usano immaginari profondamente rozzi, volgari e violenti in nome di una falsa libertà d’espressione, dall’altro si impone di frequente un moralismo stupido, bigotto e reazionario dietro il quale celare la più profonda ipocrisia, e generando un circolo vizioso nel quale i due elementi si alimentano l’un l’altro! È un drammatico segno di imbarbarimento, questo, sia chiaro, e di messa in pericolo delle libertà naturali e dei diritti civici oltre che, ribadisco, della dignità delle persone. Che hanno tutto il diritto di fare ciò che vogliono finché non ne danneggiano altre, ovvero il diritto di essere libere da qualsivoglia bieca costruzione di immaginari falsi, devianti e umilianti così come da ogni giudizio conformista alla vox populi vox dei, i quali inevitabilmente prima o poi sfoceranno in atti di ulteriore prevaricazione e violenza.

E siamo nell’anno 2018duemiladiciotto, rimarco – mica nel Medio Evo. Con tutto il rispetto per quest’epoca e per quanto di buono la sua storia ci presenti.

Weinstein e gli altri, ovvero: sull’abuso dell’abuso

Da comunissimo “uomo della strada” quale sono, mi viene da pensare che ‘sta questione delle molestie sessuali stia un po’ sfuggendo di mano.

A prescindere dalla consueta constatazione sul fatto che, evidentemente, buona parte della gente vive sui peri e, in tali occasioni, puntualmente casca da essi come di fronte a cose improvvise, impossibili da pensare e prevedere, ovviamente non sono in discussione le sacrosante denunce di atti vili compiuti da personaggi ignobili, alle quali spero facciano seguito adeguate e indiscutibili sanzioni. Tuttavia il solito caos sensazional-mediatico creatosi nel frattempo, entro il quale ci sta finendo di tutto, dallo stupro vero e proprio a episodi del tutto risibili (la cui lettura sugli organi d’informazione mi fa credere – consentitemelo – che le donne non siano più capaci di mollare sonori ceffoni ai “corteggiatori” meno eleganti e graditi e finirla lì con le loro più viscide avances!) rischia veramente di traviare il senso originario della questione.

I sensi, anzi, per come me ne vengano in mente numerosi. Ad esempio (ne cito solo alcuni, i primi che mi balzano in mente): uno, che buona parte del mondo in cui viviamo sia inesorabilmente regolato da tali vili bassezze; due, che per l’ennesima volta si dimostra che queste bassezze sono soprattutto appannaggio della parte maschile, che non perde occasione di dimostrare la propria sconcertante primitività nei confronti (in senso materiale e immateriale) della parte femminile; tre, che evidentemente nessuno ad esse voglia opporsi ovvero combatterle per eliminarle definitivamente, chissà se per menefreghismo, per accondiscendenza consapevole, per personali armadi ugualmente pieni di scheletri o altro; quattro, che, appunto, col polverone mediatico e gossiparo levatosi c’è il serissimo rischio di banalizzare i casi più gravi, di “normalizzarli” in un cumulo statistico troppo ampio e confuso dando di essi un riscontro pubblico meno ignominioso di quanto dovrebbe essere. Senza contare che, a proposito di gravità non così evidente di certi casi, ho pure il sospetto che qualche attricetta di scarso successo ne stia approfittando per tentare di ritornare sui giornali attraverso denunce che, a volte, sfiorano veramente il ridicolo, e che donne d’altri tempi o d’altra tempra avrebbero risolto in modi ben più spicci e amen, come detto.

Insomma, su tutto ciò il “comune uomo della strada” quale io sono si pone un tot di domande pressoché spontanee ovvero, per dire:

  • Ma dunque dove si deve concretamente porre il limite “moralmente condivisibile” tra molestia criminosa e avances pesante ma innocua?
  • E tra atto consenziente o meno?
  • Il fatto che la percezione di questi limiti sia ovviamente assai personale può giustificare alcune uscite di cui si legge sui giornali?
  • Ma tutto questo (all’apparenza) tamburellante dibattito pubblico sul tema segnala un autentico cambio d’atteggiamento, una reale volontà di “mondare” la società da questa piaga, oppure è solo il solito, bieco, ipocrita moralismo?
  • Perché nessuno, pare, riesce a cambiare questo ignobile e schifoso modus operandi tanto diffuso, non solo nello showbiz?
  • Ma tra qualche mese se ne parlerà ancora con tale insistenza, di questo argomento? Che dite?
  • E i tanti vari personaggi messi oggi giustamente sulla gogna, lo saranno ancora, tra un po’ di tempo? Oppure, comunque forti della loro influenza pubblica, l’avranno tranquillamente sfangata?

Come adeguatamente mette in luce questo ottimo articolo sul tema di dailybest.it, e come a mia volta ribadisco, il problema non è che se ne parli troppo (come qualcuno del mondo dello spettacolo sostiene) o troppo poco, ma che se ne parli bene, con serietà, appropriata cognizione di causa, relativo consapevole approfondimento, e senza alcun sensazionalismo terribilmente banalizzante oltre che assai viscido e subdolo. E, inutile rimarcarlo, punendo di conseguenza tutti i colpevoli in modo adeguato alle loro azioni.

È chiedere troppo, questo? Forse, la risposta a questa domanda è proprio, e purtroppo, nella constatazione dell’attuale realtà dei fatti. Sperando che quella di domani, di realtà, sia diversa da quella che è stata fino a oggi, ovvero che veramente scaturisca la volontà di finirla una volta per tutte con quel mondo schifoso e con i tanti personaggi che ne sono reggenti e rappresentanti, l’un l’altro reciprocamente sodali nei propri ambiti e al di fuori di essi.

Io per ora un’opinione ce l’ho, e mi auguro vivamente sia quella sbagliata. Ecco.

Sono nel bosco! (Per la Giornata Nazionale dell’Albero 2017)

Oggi, 21 novembre, si festeggia la Giornata Nazionale degli Alberi. Un’ennesima festa retorica, magari dirà qualcuno di voi, e sono piuttosto d’accordo: non tanto per il senso della stessa, che è certamente nobile, quanto perché vorrei che ogni giorno dell’anno fosse una tale “festa” ovvero una manifestazione di rispetto, soprattutto per quegli alberi che vengono incendiati dolosamente, abbattuti per cementificare, contaminati dall’inquinamento umano e così via.
Di contro, non posso non dirmi sensibile a questa giornata in modo speciale: per rimarcarlo, ripropongo questo testo già pubblicato tempo fa nel quale in breve racconto le basi della personale sensibilità al riguardo. Perché, appunto, ambisco certamente a poter essere considerato un Homo Sapiens nel senso più pieno della definizione ma, forse, in certi momenti (peraltro sempre meno rari) preferisco identificarmi come un Homo Silvanus.
E viva gli alberi, 365 giorni all’anno!

Se non mi trovate, sono nel bosco!

A volte percepisco una sorta di disequilibrio tra me e il mondo degli uomini, la società umana – almeno quella quotidiana nella quale mi tocca (volente o nolente) stare – una disarmonia inquieta che mi genera uno stato di estraneità interiore – nulla che si veda dal di fuori, sia chiaro – un sentirmi “fuori schema” e non conta che ciò sia per chissà qual mia improbabile e originale virtù o più plausibile mia colpa ovvero di quelle altrui – non è la solita questione del sentirsi “diversi” (da cosa, poi? E cos’è la diversità, cos’è la normalità? Chi si differenzia da chi, e in base a cosa?) ma, più semplicemente e peculiarmente, una dissonanza spirituale. Lo stare in un posto perché così dev’essere e non capire del tutto il perché, ecco.
Di contro, se c’è un ambito nel quale percepisco più che altrove una sensazione interiore di benessere, di essere in un luogo amico, accogliente in senso pienamente bio-logico, per così dire, è certamente il bosco. Mi troverete lì, nei momenti suddetti. Mi ci immergo come in una dimensione, uno spazio-tempo altro, assolutamente terreno e al contempo profondamente trascendentale, metafisico, vi girovago spesso senza mai sentirmi smarrito – anzi, tutt’altro – e in effetti, devo confessare, è così anche perché con le piante mi ci ritrovo a parlare, e ci faccio delle chiacchierate ben più argute di quelle che certi umani consentono. La dico con fare spiritoso, ‘sta cosa, perché so benissimo che quando la racconto i miei interlocutori in tal modo la intendono e insieme ci scherziamo sopra.
Tuttavia non sto scherzando mica troppo, in verità. Perché è il bosco, più di qualsiasi altro ambiente, che contribuisce a riallinearmi col mondo d’intorno, ad armonizzare nuovamente quelle percezioni dissonanti di cui ho detto, a insegnarmi – le piante, intendo – quale sia l’equilibrio necessario tra presenza ed essenza, tra forza e levità vitali, tra senso e sostanza della vita. Ben più di molti uomini, appunto, mi permetto di ribadirlo. Appoggio la mano sui tronchi e sento – credo di sentire, mi convinco, mi illudo o quant’altro ma tant’è, la cosa non cambia – scorrere più energia vitale (no, la linfa non c’entra) che in innumerevoli altri luoghi convenzionalmente ritenuti “vivi” ma che di viva hanno forse solo una cospicua immaginazione indotta.
Non so se possieda i “titoli” e possa ambire al titolo di Homo sapiens, forse ho più probabilità di poter essere considerato un Homo silvanus, ecco. Nonostante per molti il bosco non sia che un posto pieno solo di “cose” in forma di fusti legnosi fastidiosamente fitti, se non pure piuttosto inquietanti.
Beh, da Homo silvanus, a costoro vorrei dare un caloroso consiglio: imparate ad ascoltarle, le piante, quando avete la fortuna di vagare per i boschi. Vi insegneranno moltissimo. E se nel bosco mi trovate a vagare, come facilmente potrebbe accadere, non disturbatemi più di tanto – anche se sarò felice di incontrare pure voi, in un ambito così profondamente vitale e benefico.

P.S.: le immagini in testa al post sono tratte da qui.