Esopo rulez!

Le celeberrime favole di Esopo sono quasi sempre considerate, oggi, come testi per bambini in forza della loro matrice didattica e morale. In verità, e proprio oggi più che in passato, quando mi capita di rileggerne qualcuna mi sembrano ben più adatte per gli adulti che per i bambini, e per gli stessi motivi, oltre che ben rappresentative di certe realtà contemporanee la cui sostanza è, evidentemente, atemporale. D’altro canto è parecchio evidente che molti (troppi) adulti si comportino in modi assolutamente infantili e necessitino di una rieducazione morale – in primis, ma non solo da tale punto di vista  – dunque, ribadisco, i componimenti favolistici dello scrittore greco sono quanto mai attuali ed emblematici.
Ad esempio, quello che vi propongo qui sotto mi fa pensare – a me che mi occupo di tematiche relative – alla storia del rapporto tra la città e la montagna e alla trasformazione di certi villaggi alpini ai cui abitanti è stato fatto credere che se si fossero trasformati in piccole città montane la vita sarebbe magicamente migliorata, e non solo dal punto di vista economico. Invece no, purtroppo per qui montanari non è andata esattamente così.
Insomma, leggiamolo Esopo, noi adulti, che non ci può far altro che bene.

Il topo di città e il topo di campagna

Una volta, un topo di città e un topo di campagna si incontrarono. Cominciarono a parlare e a raccontarsi l’uno con l’altro quello che facevano; il topo di campagna disse al suo amico di città: “Beato te, che hai tanto da mangiare! Qui in campagna c’è sempre così poco da mettere sotto i denti”.
E l’altro: “Ma io mangio sempre di corsa, scappando dai cani e dai gatti che mi inseguono nelle case! Beato te, che qui in campagna puoi mangiare con calma”.
I due topi ebbero un’idea: si sarebbero scambiati tra loro; il topo di campagna sarebbe andato in città e avrebbe preso il posto dell’amico mentre il topo di città si sarebbe trasferito in campagna. I primi tempi le cose andarono alla grande: il topo di campagna si abbuffava di formaggio e quello di città mangiava le sue briciole con una calma tale che si metteva a tavola a mezzogiorno e finiva al tramonto.
Presto, però, cominciarono a rimpiangere la vita che facevano prima: il topo di campagna tornò a desiderare la sua tranquillità e quello di città l’abbondanza di cibo. E così, quando si incontrarono la volta successiva, decisero di tornare alle proprie vecchie case e alle vecchie vite.

Eros avvelenato

Il cristianesimo diede da bere a Eros il veleno: esso non lo fece morire, ma degenerare in vizio.

(Friedrich Nietzsche, Al di là del bene e del male, traduzione di Ferruccio Masini, Adelphi, 2007.)

(Cliccate sull’immagine per visitare il sito web da cui è tratta.)

Questo post (e tanti altri), perché penso (da) sempre che un “sorso” di Nietzsche al giorno toglie ogni ipocrisia di torno, ecco.

I disonesti

In questa nostra società nella quale così tanti si vantano d’essere e di fare i disonesti, verso gli altri e con se stessi, nelle piccole cose come nelle grandi, civilmente, moralmente, intellettualmente, bisogna sempre più palesare con forza e sbattere in faccia a quelli la propria massima onestà.
Si verrà messi al bando, forse, appunto perché di questi tempi e in certe situazioni il mostrarsi onesti equivale a mostrarsi idioti o tutt’al più sprovveduti ma, nel caso, sarà uno stato di “solitudine” (solo apparente, peraltro) che equivale a una condizione di salvezza. Infatti i disonesti, in quanto tali, non riescono nemmeno a comprendere la realtà dei fatti nella quale stanno, ne rifiutano la visione, fanno finta di nulla – disonesti in primis con se stessi, ribadisco – ed è inevitabile che, prima o poi, ne finiscano per essere travolti, vittime inesorabili della loro stessa disonestà e del conseguente ambiente deviato che si sono costruiti intorno.

Ecco.

E, dal mio punto di vista, è un disonesto anche colui che butta il mozzicone di sigaretta in terra lungo la pubblica via col cestino della spazzatura a pochi metri di distanza, per dire.

(L’immagine in testa al post è tratta da qui.)

Onestà intellettuale

La nostra società è talmente distorta che sovente, quando si è capaci di essere intellettualmente onesti, come una persona di valore dovrebbe sempre mostrarsi quando ha a che fare con palesi verità, si viene tacciati di cinismo.

Be’, voi che la pensate in questo modo, sappiate che, in tutta onestà, avete ragione, è proprio vero.

Ecco.

Avere a che fare con belle persone, oppure no

Vivendo in comunità sociali e civiche virtualmente basate su relazioni reciprocamente vantaggiose, in senso culturale, dovremmo sempre godere della fortuna e del privilegio di avere a che fare con persone capaci di insegnarci sempre qualcosa di nuovo e proficuo. Invece, sempre più tocca relazionarci con individui che manifestano condotte civiche e morali nonché doti intellettuali infime e degradanti (ben più di quanto la statistica potrebbe prevedere, io temo), sprecando tempo nell’eventuale confronto quando potrebbe essere ben più costruttivamente impiegato.

Nel frattempo la società, che dovrebbe avere tra i suoi fini fondamentali la “riabilitazione” di tali soggetti degradanti in forza della sua natura civicamente progredita (dacché non manca mai di credersi tale), invece se ne bea, paradossalmente, e coltiva in sé ambiti nei quali quei soggetti trovano campo libero e giustificazioni per la loro miserevole condotta.

Ciò a discapito di tutti, peraltro, se tutti non ci impegniamo a perseguire finalmente e concretamente gli scopi virtuosi in principio citati – propri degli individui sociali quali siamo, poi, anche quando ci crediamo il contrario. A meno che invece non si ritenga che la sorte altrimenti inesorabilmente nefasta che aspetta la società sia tanto “naturale” quanto necessaria a una conveniente tabula rasa dalla quale ricostruire tutto quanto – ma con incognite nel bene e nel male che nessuno può determinare né tanto meno prevedere.