Persi nel nulla

Siamo sempre più persi nel “nulla” che ci circonda, un nulla fatto anche di innumerevoli falsi riferimenti di posizione e direzione che nulla indicano, appunto, come miraggi in un deserto piatto e arido senza nemmeno un Sole o un cielo stellato che ci indichi un Nord. D’altro canto, se non sappiamo nemmeno dove vogliamo andare, come facciamo a percorrere “giuste” direzioni, a sapere che siano realmente tali? E verso cosa, verso quale meta? Con quale logica?

Così ci arroghiamo il diritto e la libertà di tracciare “vie” che crediamo corrette, ben dirette e orientate, sicure, e non ci chiediamo nemmeno verso dove conducano – o se una qualche meta la raggiungano, poi, oppure se si avviluppino inesorabilmente e c’ingannino in un costante moto circolare attorno a un punto fermo, incapaci di capirlo perché, appunto, privi e privati di ogni buon riferimento. E non c’entra che sovente ci mettano una bussola in mano che indichi il “Nord”, se poi non sappiamo cosa ciò significhi, cosa possa comportare, a cosa possa servire un’indicazione del genere – sempre che sia corretta, e che quella bussola messaci in mano non sia in qualche modo contraffatta.

Eppure, quel nulla di cui dicevo in verità non esiste: altro non è che l’effetto di una ormai cronica incapacità di navigare, di viaggiare, di muoverci in quello che sarebbe il nostro spazio vitale ma nel quale siamo realmente come naufraghi in un deserto infinito. Potremmo anche essere circondati di innumerevoli riferimenti di direzione e orientamento, di cartelli, indicatori, frecce, segnali, potremmo anche avere la mappa più dettagliata tra le mani: ma se abbiamo perso la facoltà di leggere le informazioni che essa rivela, nessun moto e nessuna direzione avranno alcuna meta, e il paesaggio non avrà orizzonte che non sia una indefinita linea piatta. Continueremo a convincerci di sapere perfettamente dove siamo e dove stiamo andando, continueremo a restare sperduti e confusi in una dimensione sempre più priva di riferimenti, sempre più ristretta e limitata, sempre più imprigionante.

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Libero è colui che libera

Libero è solo colui che vuole rendere libero tutto ciò che lo circonda e che effettivamente lo rende libero mediante un certo influsso del quale non sempre si percepisce la causa.

(Johann Gottlieb Fichte, Lezioni sulla missione del dotto – orig. Einige Vorlesungen über die Bestimmung des Gelehrten –, 1794, pag.32.)

L’uomo esiste per migliorare

L’uomo esiste per migliorarsi sempre più dal punto di vista morale e per rendere migliore tutto ciò che lo circonda: sia nella sfera della sensibilità, sia anche, se lo consideriamo nell’ambito della sensibilità. sia anche, se lo consideriamo nell’ambito della società, dal punto di vista etico e così facendo, per rendere se stesso sempre più felice.

(Johann Gottlieb Fichte, Lezioni sulla missione del dotto – orig. Einige Vorlesungen über die Bestimmung des Gelehrten –, 1794, pag.18.)

Le persone normali (per ribadire)

Giuseppe Maria Mitelli, “Il mondo è per lo più gabbia di matti”, acquaforte, 1684.

Comunque, ci tengo non poco a ribadire un’ennesima volta ancora: sovente a me le persone “normali” fanno realmente paura. Di esse c’è da stare veramente molto attenti. Moooooolto.
E, possibilmente, dalle stesse pure ben lontani (in ogni senso).
Ecco.

Goodbye Italy!

Ma, voglio dire, se uno da tanto tempo e a fronte di prolungate ponderazioni non si sente più affine in senso culturale alla società in cui si ritrova a vivere, se non si riconosce più (e riguardo alcuni non si è mai riconosciuto) nei valori che la società dichiara per sé stessa “fondanti” – i valori storici ma soprattutto i “valori” contemporanei -, se non si ritrova in buona parte dei comportamenti, costumi, usanze, modus vivendi della maggioranza dei connazionali, se il più delle volte non ne condivide le idee, le opinioni, i giudizi, le convinzioni, se ritiene di non poter e voler avere assolutamente nulla di che spartire con alcuni di essi che invece da tanti altri vengano ritenuti “esemplari”, se i suoi princìpi si palesano radicalmente differenti da quelli della “maggioranza”, se non si sente rappresentato dalle istituzioni pur accreditando il massimo e indiscutibile rispetto a esse, se si riconosce (antropologicamente) nel mondo che ha intorno ma non riconosce molti che in quel mondo si ritrova a fianco, se si sente straniero in patria o, ancor più, alieno tra tanti “umani” giuridicamente connazionali… se persino quando gioca la nazionale di calcio del paese in cui vive, da sempre portata a elemento di coesione dello stesso, vi tifa contro… Ecco, se uno elabora consapevolmente per se stesso tutto ciò e per giunta, last but non least, se la patria non si può scegliere ma la si ritrova “attaccata” addosso, insomma, perché deve essere obbligato a dichiararsi cittadino di quella patria e del relativo stato? Se pur la suddivisione geopolitica del mondo in cui viviamo è basata quasi sempre (nel bene e nel male) sul concetto di “stato-nazione” e se di quella nazione afferente a un certo stato non ci si sente più parte – non avendo avuto modo di poter scegliere diversamente, appunto – è moralmente, eticamente, culturalmente, filosoficamente giusto dover dirsene parte? O nella sostanza, al di là dei meri aspetti funzionali e pratici, è un vero e proprio controsenso civico e morale?

Quando la metà di un popolo porge l’altra guancia alla metà che lo schiaffeggia, e tu non appartieni a nessuna delle due metà, ti conviene cambiare popolo il più presto possibile, perché da un lato e dall’altro della barricata sarai così cristallinamente solo che la parola battaglia non avrà né suono né significato né spessore né destino.” (Olap Mavek, De profundis, 2015.)