Certezze e dubbi

Siamo stesi su un confortevole prato dopo l’energica ascesa lungo irte e perigliose balze alpestri (beh… più o meno) quando il segretario – personale a forma di cane: Loki, sì – mi guarda con quel tipico sguardo che assumono i cani che di mestiere fanno i segretari personali quando vogliano palesemente sottoporre una domanda ben precisa: «Ma cosa sono quei cosi che tieni davanti agli occhi?»

«Occhiali da sole, per proteggersi dai raggi solari», gli rispondo, certo come sono (vedi sopra) che Loki mi abbia posto esattamente quella domanda. Di rimando il peloso segretario assume un’aria che è la tipica aria che ti presentano i cani aventi specifiche mansioni professionali di segretariato quando, dopo la domanda di prima e la conseguente risposta, vogliono indubitabilmente ribattere: «Me li fai provare?»

«Ok, provali pure» gli dico:

Ecco: invece il gesto che fa dopo con la zampa destra non l’ho capito proprio:

Avrà voluto dirmi «Uuuh, che figata!» oppure «Bah, ma che schifezza!»? Qualcuno che sta leggendo ha maggiore esperienza al riguardo?

Fatto sta che poi il segretario ha rapidamente archiviato la questione assumendo una nuova espressione che è inequivocabilmente l’espressione con la quale i cani, non solo quelli che di mestiere fanno i segretari personali, vogliono rimarcare una cosa ben chiara: «Fame!» Il che mi ha inesorabilmente imposto di doverlo accontentare (accidenti, ma chi comanda qui? Io o lui?) e non mi ha permesso di dirimere il dubbio suddetto, già.

Capre orobiche VS segretario personale a forma di cane

Loki, il mio segretario personale a forma di cane, s’è infortunato. No, be’, tranquille voi sterminate legioni di suoi ammiratori, non è niente di grave. Anzi, per certi aspetti spero che la cosa gli serva pure un po’ da lezione.

Vi spiego: una sera di settimana scorsa siamo lì a vagare in tutta tranquillità per i boschi sopra casa quando d’improvviso, evidentemente cogliendone l’olezzo ben prima di qualunque naso umano, il segretario si è messo a inseguire forsennatamente per quei fianchi boscosi, peraltro in zone che presentano pure bricchi nascosti e piuttosto perigliosi, un branco di capre orobiche fondamentaliste, così dette perché fondamentalmente testarde e assai avvezze a dar di corna, a chi ritengano (anche senza prove concrete) ad esse ostile. Dovete sapere che il segretario nutre un’avversione ancestrale e irrefrenabile per due tipologie di animali: le capre, appunto, e qualsiasi cosa che cammini e sia dotato di penne, dunque galline, tacchini e altri pennuti da cortile, volatili vari, forse anche gli alpini, i quali formalmente rientrerebbero nella categoria citata, ma devo ancora verificare la cosa e comunque al momento i suddetti hanno ben altri crucci (post riminesi, in particolare) a cui star dietro. Di contro i gatti sostanzialmente li disdegna, le pecore le osserva incuriosito, gli equini li adora mentre viene infastidito dai ricci ma più che altro – a me pare – dacché non capisce bene che razza di bizzarri “cosi” siano. Tipo delle talpe con attaccati dei gusci di castagne sulla schiena? Mah!

Fatto sta che il segretario sparisce nel folto del bosco e, dopo una mezz’ora abbondante da missing in action, nonostante i miei vari richiami, lo ritrovo ben più a valle stremato, bicolore ovvero con metà del corpo sporco di terra fangosa, palesemente stizzito per essere stato beffardamente seminato dalle suddette cornute pur a fronte della foga messa nell’inseguimento (così forse imparerà che ci sono certi animali più adusi di altri alle agilità motorie sui terreni montani, mi auguro) nonché, purtroppo, visibilmente claudicante. Risultato della conseguente visita veterinaria: lussazione alla spalla destra, dunque assunzione di antinfiammatori (una specie di Voltaren per cani), estratto d’arnica a gogò e riposo quasi assoluto. Che da ingiungere a Loki equivale a imporre la dieta vegana a un leone portato all’interno del magazzino di un macello ricolmo di carne fresca: difatti la sua predisposizione d’animo al riguardo è ben manifestata dall’espressione visibile nell’immagine lì sopra (spoiler: comunque c’è molta scena, nella stessa, dacché basta che il segretario oda il fruscio d’un qualcosa che gli possa ricordare il sacchetto dei biscotti o altro di presumibilmente commestibile e tutto cambia, statene certi).

Tuttavia, non s’è trattato per fortuna di un infortunio grave (e nemmeno “serio”, come converrete) e il segretario è già in via di soddisfacente guarigione. Quindi, voi che transiterete per i luoghi montani allo scrivente domestici, sappiate di non dovervi sconcertare se a breve tornerete a intercettare tra radure e boscaglie un essere quadrizampe peloso con lingua penzolante a mo’ di foulard che corre come un pazzo inseguendo chissà che cosa e dietro, a una certa inesorabile e spesso incolmabile distanza, un umano urlante e proferente “espressioni parecchio colorite” (eufemismo) che si danna l’anima e parimenti si traumatizza gli arti inferiori sulle tracce del primo. Ecco.

I confini prima dell’alba

Cinquanta ettari di terra: ecco, secondo l’impiegato della contea, a quanto ammonta il mio dominio mondano. Ma L’impiegato è un tipo un po’ pigro, e non dà mai un’ occhiata ai suoi registri prima delle nove del mattino. Ciò che essi gli mostrerebbero al sorgere del sole è il tema ora in discussione.
Registri o no, un fatto è certo, sia per il mio cane che per me: prima dell’alba io sono l’unico proprietario di tutti gli ettari di terra sui quali riesco a camminare.
Non sono solo i confini a scomparire, ma l’idea stessa di essere confinato. Distese sconosciute agli atti o alle mappe divengono note a ogni alba, e la solitudine – che sembra non esistere più in questa contea – abbraccia ogni palmo di terra sul quale la rugiada stende il suo velo.

(Aldo LeopoldPensare come una montagna. A Sand County Almanac, traduzione di Andrea Roveda, Piano B Edizioni, 2019, pagg.58.)

Umanimalismo

La storia di Alisa, la giovane donna ucraina che porta in spalla per diversi chilometri il proprio anziano cane Pulya il quale altrimenti non poteva reggere il passo nella fuga verso la Polonia per sopravvivere ai bombardamenti russi (una storia, che forse avrete intravisto in giro per il web, simile a molte altre simili riportate dai media in questi giorni di guerra), è l’ennesima dimostrazione che l’empatia verso gli animali è una delle poche cose che rende noi umani veramente umani. Perché altrimenti, quando restiamo “tra di noi” – noi “Sapiens”, quelli che chiamano “animali” le altre creature – non facciamo che combinare terribili disastri, inesorabilmente.

Su tale questione ci scrivevo giusto poco più di un anno fa questo post (uno dei diversi che ho vi dedicato nel tempo, peraltro); purtroppo l’uomo, riguardo a chi sia più umano tra se stesso e gli animali, non perde mai occasione per fornire cronache atte a formulare la risposta più giusta, ecco.

N.B.: l’immagine è tratta da questo articolo de “La Stampa“.

Una “madeleine” canina

[Foto di Elise Carroll, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte: commons.wikimedia.org.]

Ogni tanto qualcuno mi chiede come si impara a scrivere. Di solito rispondo chiedendo di quale scrittura si stia parlando, se funzionale o creativa. La prima si può apprendere, la seconda no. Tra le due corre la differenza che c’è tra gli artigiani e gli artisti. Nel migliore dei casi i primi, dopo ragionevole apprendistato, scrivono per i giornali o per la pubblicità; i secondi invece inventano le Emma Bovary, le Anna Karenina, le Duchesse di Guermantes, le Molly Bloom. Come si diventa artisti della scrittura? Come lo sono diventati i signori Flaubert, Tolstoj, Proust, Joyce. Scrivendo come pazzi dal mattino alla sera, scontenti la sera di ciò che avevano scritto al mattino. Non certo andando a scuola di scrittura. Anche perché le scuole di scrittura un tempo non esistevano. Da chi imparavano? Come Montaigne dai grandi del passato, e occasionalmente da qualche altrettanto grande contemporaneo: Flaubert dialogando con Turgenev, Maupassant con Flaubert, Joyce con Svevo. Proust con tutti e quindi con nessuno. […]
La “madeleine” di oggi non è dedicata a loro, bensì a un piccolo libro poco conosciuto scritto da un autore di strepitosa abilità che più di qualunque altro ha pagato il (salato) prezzo della trasposizione cinematografica. Sto parlando di Joseph Rudyard Kipling, nato a Bombay nel 1865 e morto a Londra nel 1936, giusto in tempo per non assistere alla fine ingloriosa dell’Impero britannico.
“Parola di cane” è il racconto in prima persona di un Aberdeen Terrier. Diversamente dagli animali umanizzati del ciclo della jungla, il terrier del racconto pensa, si comporta e parla come un vero cane, virtuosismo reso possibile dal talento di Kipling e dal fatto che fosse il felice proprietario di un terrier. Il risultato è una scrittura semplice dotata di irresistibile humor: il sogno irrealizzabile di molti di noi (me compreso). Se per campare dovessi fare l’insegnante in una scuola di scrittura creativa (il corsivo è d’obbligo) penso proprio che riporrei quel disgraziato del giovane Holden nel palchetto della libreria dedicato ai grandi classici abusati, e inizierei le lezioni da questo piccolo racconto. Ma poiché “mia madre crede suoni il piano in un bordello” come diceva quel collega che ha fatto un sacco di soldi con la faccia di Mitterand, il mio mestiere è un altro e per il momento non corro il pericolo.

Da Parola di cane, un articolo – anzi, una «nuova madeleine» pubblicata da Giuseppe Ravera nel suo sempre intrigante blog Le Nuove Madeleine. Oltre che bello in sé, ho trovato l’articolo sorprendentemente correlato con questo mio post sugli animali in letteratura di solo qualche giorno fa. Leggeteli, l’articolo nella sua interezza, cliccando sull’immagine lì sopra – che ritrae un Aberdeen Terrier, ovvio – e il blog di Ravera. Riserva sempre interessanti e gustose perle di cultura letteraria – e non solo di quella. Merita parecchio, ecco.