Urgente!

[Foto di Mohamed Hassan da Pixabay, rielaborata da Luca.]
Se c’è un termine che, in tutta sincerità, sto cominciando a odiare in maniera viscerale, per come venga usato sempre più copiosamente in ambito professionale e non solo, con toni nevrotici se non a volte isterici e se possibile ancor più, questo, dopo il lock down, che indubbiamente in generale ha esasperato certi animi molto più dell’ammissibile, influendo pure su ciò, è urgente.

Oggi tutto o quasi è “urgente”. Il lavoro è urgente, la consegna è urgente, il riscontro è urgente, la risposta pure e la telefonata e appuntamento anche – ma non di rado diventa “urgentissimo”, superlativizzando l’inopinata nevrastenia che, appunto, spesso viene manifestata e palesata dall’uso del termine e che altrettanto spesso ignora la pericolosità di rendere tanto pressanti certe cose che invece abbisognano di maggior tempo (il che non significa automaticamente “lentezza”, sia chiaro) per poter essere compiute al meglio.

Ma perché, poi, è tutto così urgente? Rispetto a cosa, e a vantaggio di chi? Che bisogno c’è di tutte queste immediatezze, improrogabilità, improcrastinabilità tanto forsennate?

Non è forse che, dietro tutta questa urgenza, si voglia nascondere la sostanziale incapacità di agire diversamente, ovvero con maggior buon senso e assennatezza, oltre che quell’ansia fobico-isterica di cui ho detto sopra che affligge palesemente un po’ troppa gente? Non è, forse, pure un’ennesima manifestazione dell’incapacità di pensare e costruire il futuro, vivendo sempre e solo nel presente ovvero – come si dice – “alla giornata”, in un mondo nel quale troppe cose vengono ignorate finché diventano “emergenza” così generando, inesorabilmente, ulteriore “urgenza”?

Ecco, sono domande alle quali, io credo, servirebbe qualche buona risposta. Urgente, già.

Che “ridere”, i razzisti!

[Foto di Clay Banks da Unsplash.]
A prescindere dai vari episodi registrati negli anni dalle cronache, inclusa l’ultima vicenda di George Floyd, fa sempre parecchio sorridere – in senso sarcastico, sia chiaro – l’atteggiamento dei razzisti e degli xenofobi nei confronti degli individui contro i quali si scagliano. È “divertente” e grottesco vedere come essi, con quei loro atteggiamenti e con le parole che li accompagnino, siano convinti di mettere in atto una prova di forza e di superiorità verso i loro “bersagli”, sui quali si vogliono mostrare e far credere vincenti, quando il loro modo di agire è la prova perfetta, ancorché non necessaria, della loro debolezza, dell’inferiorità e della sconfitta che stanno subendo, la quale ha origine proprio dalla fobìa incontrollata ovvero da una condizione psicologica di timore e di conseguente soggezione. Sarebbe logico, d’altro canto, avere paura di ciò verso cui ci si dice più forti e superiori? Ovviamente no: non c’è nessuna logica in tale comportamento, ovvero c’è ma nel senso opposto a quello che razzisti e xenofobi vorrebbero fra credere, ove essi si rendano conto di essere la parte perdente del confronto e reagiscano in modo così disperato, e disperatamente irrazionale, esattamente come chi sia costretti a impegnarsi in un confronto sapendo già di uscirne sconfitto.

Ma, credo, c’è un’altra evidenza piuttosto palese dalla quale si genera la fobìa e l’odio verso l’altro ritenuto “nemico”, sia esso l’immigrato, lo straniero, la persona LGBT, la donna, eccetera. C’è l’evidenza che quegli individui fobici e violenti capiscono perfettamente – e non riescono a negarselo: anche da questo nasce la loro aggressività, che è pura, irresolvibile frustrazione – che i “loro” nemici sono, o possono essere, migliori di loro. Ad esempio, nel caso italiano, razzisti e xenofobi che si scagliano contro gli immigrati sanno bene che, salvo le ovvie eccezioni, tali immigrati se ben eruditi ai valori e alla cultura del paese ove sono giunti, e se inclusi in modo virtuoso nella sua società civile, sarebbero, sono e saranno cittadini migliori di quei razzisti (e non ci vuole molto per esserlo, d’altro canto). Ciò fin dalle basi, ovvero dal saper evitare di assumere quegli atteggiamenti tanto incivili e barbari, propri di persone indegne di essere considerate “contemporanee” e prive di valore umano. Atteggiamenti che sono qualcosa di antitetico al senso stesso di “società nazionale”, ancor più se interpretata nei modi che quelle stesse persone portano a loro pregio ma che nel concreto invece la società la indeboliscono fino a farla implodere su se stessa ben più di qualsiasi “invasione” (o di altre simili invenzioni), altra prova in forma di schizofrenica ossessione della loro estrema debolezza.

Tra finedelmondisti e nientedicheisti

[Foto di Ryan McGuire da Pixabay ]
Scrivevo qui sul blog, qualche post fa, che le situazioni emergenziali mediatizzate, con tutta la pressione psicologica che scaricano su una società già gravata da problematiche varie, tra dissociazioni cognitive, alienazioni, fobie d’ogni genere e sorta, eccetera, tendono a estremizzare i limiti, in “alto” e in “basso”, degli atti e dei comportamenti diffusi, così che ad esempio i gesti nobili seppur ordinari divengono addirittura eroici mentre quelli meno nobili, ma altrettanto ordinari, assumono quasi tratti delinquenziali.

Sto notando che, appunto, questo “principio” vale anche per gli atteggiamenti con i quali certe persone si rapportano all’emergenza in corso: così, in questi giorni, mi trovo ad avere a che fare con dei catastrofisti assoluti-anche-più-del-solito, tanto da poter essere definiti anche come finedelmondisti o armageddonisti, gente già avvezza ad atteggiamenti del genere che ora ha rotto tutti i freni cognitivi possibili e «andrà tutto male!», «non ne usciremo più!», «è peggio di una guerra!» (quando poi nella maggior parte di casi la guerra, quella vera, tali persone non l’hanno mai vista; ma anche di questo particolare aspetto del periodo in corso ho disquisito qui). Di contro, mi ritrovo anche ad avere a che fare con i tipi opposti, quelli ben oltre il mero “andrà tutto bene”, i nientedicheisti – l’ultimo del genere l’ho “intercettato” ieri – che ti parlano come se non stesse accadendo nulla e ti propongono cose da fare tra qualche giorno o poco più, come se con un battimano la situazione potesse svanire di colpo senza lasciare alcun strascico, materiale e immateriale. Che a me, a quello di ieri, m’è venuto da ribattergli «Ma… stai dicendo sul serio?» e lui, come niente fosse, appunto, «Sì, perché?»

E dunque ci penso, a questi tizi, e mi chiedo quale sia peggio dei due tipi, quale che, alla lunga, provochi i danni peggiori – a chi gli sta intorno, dacché a se stesso sono affari suoi. Ovvero, rifletto su come la gestione mediatica di certe situazioni collettive  di natura sociologica – a prescindere dalle cause che le inducono – sia una pratica che abbisogni ancora di molto studio, in (e da parte di) certi settori della sfera pubblica. Uno “studio” peraltro iniziato molto tempo fa, come dimostrarono bene i marziani di Orson Welles già nel 1938. E forse alla fine, nonostante questo, il modus vivendi impostoci dalle nostre società occidentali, quando non mediato da un’atmosfera culturale adeguatamente e razionalmente virtuosa ovvero quando basato quasi esclusivamente sul sonno della ragione, genera mostri che risultano incontrollabili persino ai loro creatori. Il che, peraltro, è un processo prodromico alla tirannia più assoluta e spietata, unica forma di controllo, appunto, che certo “potere” è in grado di attuare (e al quale tende) per salvaguardarsi e salvaguardare i propri privilegi.

Poi, be’, ci mancherebbe: magari hanno ragione quelli, i finedelmondisti oppure i nientedicheisti, e siamo noi razionalisti a essere gli “anormali”, a stare (ed essere messi) ai margini dello “spettro comportamentale” nel quale si manifestano le azioni materiali e immateriali della società civile in cui viviamo, anche perché sempre molto poco gradita, la razionalità, dai suddetti poteri dominanti. D’altro canto, come diceva Goethe, «Nessuno è più schiavo di colui che si ritiene libero senza esserlo». Che in effetti, nel caso, è una bella prova di mancanza di razionalità, ecco.

La difesa (e la sconfitta) della “identità”

Forse con fin troppa ingenuità, lo ammetto, continuo a trovare incredibilmente sconcertante tutta questa massa di persone che manifestano atteggiamenti di xenofobia e odio etnico, che di frequente sfocia in razzismo, giustificandoli con «la difesa dell’identità» – ovvero di ciò che definiscono così o che pensano di credere tale anche se, a chieder loro lumi al riguardo, significativamente non sanno rispondere niente di sensato e determinato. Trovo la cosa sconcertante perché proprio questi loro atteggiamenti sono la prova lampante e fondamentale che, qualsiasi cosa possa definirsi “identità” in base al loro punto di vista, è già decadente, soccombente e destinata a fine sicura. Se invece fosse un elemento forte, questa “identità”, non solo non abbisognerebbe di quegli atteggiamenti per essere “difesa” ma, in modo del tutto naturale, si imporrebbe (culturalmente) su qualsiasi altra che, in ogni caso e con tutta evidenza, possiede minore forza e influenza – fosse solo per una mera motivazione numerica, ma in verità per molte altre cose più importanti.

D’altro canto il nocciolo della questione è proprio nella mancanza di cultura, riguardo quella “identità” xenofobica: cultura ovvero storia, conoscenza, memoria, coscienza antropologica, consapevolezza civica, cognizione sociale e sociologica. Senza questi elementi fondamentali per qualsiasi virtuosa identità culturale, l’altra “identità”, quella virtuale, non è che una scatola vuota e dalle pareti assai fragili, che se da un lato suscita (per una reazione psicologica istintuale e primitiva) atteggiamenti violenti e incivili, dall’altro – faccia opposta della stessa medaglia – fa di essi un esercizio autodistruttivo. Per un’autodistruzione che d’altro canto è inevitabile, senza la presa di coscienza riguardo la suddetta vuotezza culturale, ma che quegli atteggiamenti finiscono per accelerare.

P.S.: se non lo si fosse capito, le riflessioni personali in questo mio post sono del tutto sociologiche e giammai politiche.